Archeologia in metropolitana. In viaggio nel tempo con la metro C di Roma.

Capita spesso in città pluristratificate, in cui il tessuto urbano è profondamente connesso al substrato archeologico, che nel corso di lavori di costruzione il passato riemerga sotto forma di strutture più o meno coerenti, imponendo modifiche ai progetti originari, se non proprio l’abbandono dei cantieri in nome della salvaguardia del bene archeologico.
Si tratta di uno scenario talmente usuale nella Capitale da aver ispirato a Federico Fellini, nel 1972, un episodio di ‘Roma’, film-ritratto della città attraverso i ricordi di un giovane provinciale che approda alla stazione Termini poco prima della seconda guerra mondiale.
Nella sequenza cinematografica, l’alter ego del regista capita in un cantiere sotterraneo per la costruzione della prima metropolitana di Roma (l’attuale Metro ‘B’) e compie un giro perlustrativo assieme all’ingegnere responsabile del progetto, che gli descrive i grandi problemi derivanti dall’intercettazione di strati archeologici. Proprio mentre il protagonista è a colloquio col responsabile si verifica un’ulteriore, importante scoperta di strutture che fa sospendere i lavori. All’amaro in bocca, percepibile nelle espressioni dei tecnici costruttori, si unisce il rimpianto dello spettatore quando la sottile parete che separa l’età contemporanea dalla casa romana cede sotto i colpi degli strumenti e, in un attimo, le pitture antiche che decorano le pareti della stanza si volatilizzano al contatto con l’aria.
Oggi come ieri, il rinvenimento fortuito di strutture archeologiche pone un quotidiano dilemma agli addetti ai lavori, in un’onerosa dicotomia tra la conservazione dell’antico e l’innovazione.
Si può scegliere di procedere attuando una tutela totale del rinvenimento archeologico ma conservare acriticamente costringerebbe a relazionarsi ad una città «sopravvissuta intorno ai suoi monumenti», come «sistema vivente di rovine», tramutando i siti archeologici – spesso poco più che frammenti avulsi dall’originario contesto – in ciò che Marc Augé ha definito non luoghi della città contemporanea.
La questione del ‘rischio archeologico’ si pone in tutta la sua prepotenza quando si ragiona di lavori per la costruzione di linee metropolitane: una rinnovata ‘sensibilità’ archeologica fa oggi sì che i lavori per la realizzazione dei tracciati, necessariamente sotterranei, siano condotti in seguito ad indagini preventive e con la costante presenza della cosiddetta “sorveglianza archeologica” da parte di professionisti nel corso dell’esecuzione dei progetti. Permangono, però, nell’opinione pubblica forti dubbi circa la reale possibilità di coniugare la necessità di dotare le città di mezzi di trasporto più rapidi ed efficienti e la conservazione di strutture più o meno coese scampate al naufragio del mondo antico.
In questo senso appare innovativo il progetto della nuova linea ‘C’ di Roma che propone l’idea di una musealizzazione finale e organica dei rinvenimenti compiuti in corso d’opera: si pensa, infatti, a stazioni – museo ispirate al modello di Atene, che molto ha dovuto cedere in materia di demolizioni ma ha proceduto, in una sorta di compensazione, a portare a compimento un progetto di allestimento sistematico ed originale delle aree più importanti.
I lavori di scavo della terza linea romana, che una volta terminata dovrebbe correre in direzione Ovest/Est da piazzale Clodio a Montecompatri, hanno già intercettato contesti archeologici di grande importanza: nell’area di piazza Venezia, ad esempio, sono state documentate fasi di vita dal VI/V sec. a.C. fino all’età contemporanea e il cantiere che per lungo tempo ha occupato il centro della piazza ha restituito botteghe e officine affacciate su un tratto dell’antica via Flaminia.

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Allestimento della stazione Metro C San Giovanni: vetrina con attrezzi agricoli

Spostando lo sguardo poco più a est, in piazza Madonna di Loreto, si scorgono gli importanti resti di un grande complesso monumentale costruito da Adriano, imperatore di Roma dal 117 al 138 d.C. Si tratta di tre grandi aule (in latino auditoria) decorate con marmi e utilizzate come spazio per la divulgazione culturale, per la pubblica lettura di opere letterarie e in prosa, per l’insegnamento della retorica e l’esercizio dell’attività giudiziaria. Mentre lungo via dei Fori Imperiali i lavori proseguono con grande attenzione per i monumenti circostanti, il cantiere in corso lungo via dell’Amba Aradam ha restituito negli ultimi anni ben 39 ambienti relativi ad una caserma militare, in uso anch’essa negli anni di regno di Adriano e rasa al suolo molto probabilmente per lasciar spazio alla costruzione delle Mura Aureliane (ovvero tra il 270 e il 275 d.C.).

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Uno degli ambienti della caserma dei militari rinvenuta nell’area della futura stazione Metro C Amba Aradam / Ipponio

L’auspicio è che tutte queste strutture possano non far perdere il ricordo di sé e continuino a testimoniare la nostra storia comune come già accade per la grande azienda agricola della prima età imperiale individuata nell’area di San Giovanni, primo complesso a essere stato inserito in una stazione già attiva.
Il piano intermedio tra il piano dei tornelli e il tunnel di transito dei treni della fermata San Giovanni linea C costituisce la cosiddetta “stazione archeologica” di Roma, caratterizzata da un moderno allestimento museale dotato di ricostruzioni video e realizzato secondo preciso progetto scientifico curato dalle funzionarie archeologhe MiBAC Rossella Rea e Simona Morretta. Un lungo percorso a ritroso dall’alto verso il basso, inaspettato viaggio dalle fasi più recenti alla preistoria, scandito da una linea del tempo che procede verticalmente e accompagna il viaggiatore (d’un tratto più turista che pendolare) attraverso le fasi della storia. Scorrono, come in un album di ricordi, momenti vissuti dai nostri nonni ed episodi accaduti quando in superficie c’era l’Impero: man mano che la scala mobile procede verso il basso, le farmacie ottocentesche e le marane moderne lasciano spazio al passaggio dei barbari, tra laterizi decorati con Menadi che danzano, strumenti agricoli, grandi anfore riutilizzate per costruire sistemi drenanti e noccioli di pesche consumate duemila anni fa.
Basta un biglietto da 1.50 per viaggiare nel tempo, tutti i giorni dalle 5.30 alle 23.30 (il venerdì e il sabato fino a due ore in più), ed è un modo interessante di trascorrere il tempo tra un treno e l’altro: l’attesa media è ancora di 12 minuti.

In copertina: L’efficace “linea del tempo” che segna la discesa dei passeggeri dall’età contemporanea alla preistoria

 

Articolo di Astrid D’Eredità

Astrid.jpgArcheologa esperta di social media marketing per la promozione del patrimonio, realizza strategie di comunicazione digitale per musei e progetti culturali. È docente selezionata da Facebook per le edizioni italiane dei progetti internazionali #SheMeansBusiness e “Vivere Digitale”. Ha curato il volume “Archeosocial. L’archeologia riscrive il web: esperienze, strategie e buone pratiche”.

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