Donna-migrante: una doppia discriminazione

Nel 2017 su 258 milioni di migranti nel mondo, metà erano donne. In Italia le immigrate rappresentano il 54% degli adulti stranieri, vale a dire l’8,6% della popolazione femminile totale. Il 58% di loro proviene da un Paese europeo, un terzo ha la cittadinanza di un Paese UE. Tra le extra-europee cresce il numero delle nubili, che rappresenta il 65%. Migrano sempre più da sole o per ricongiungimento familiare. Tutte subiscono una doppia discriminazione: in quanto migranti e in quanto donne.

Questo e molto altro è emerso nell’ambito del Corso di formazione per giornalisti/e che si è svolto il 4 aprile 2019 a Torino dal titolo “Carta di Roma e le donne immigrate: nuove linee guida”, cui hanno partecipato Emmanuela Banfo, giornalista; Stefanella Campana, rappresentante Rete Giulia e Cpo Associazione Stampa Subalpina; Sergio Durando, Direttore Ufficio Migrantes di Torino; Daniela Finocchi giornalista, ideatrice Concorso Lingua Madre; Marcella Rodino, giornalista Ufficio Pastorale Migranti Torino.

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Se le donne sono costrette a fuggire dalla propria terra perché in pericolo, la violenza diventa una costante. Sono esposte a gravi rischi, tra cui lo sfruttamento sessuale e la tratta. Non smettono di rimanere incinte anche se in movimento e hanno maggiori possibilità di avere problemi di salute.

In Italia negli ultimi anni si è rilevata una presenza maggiore di donne sbarcate sulle coste, soprattutto di cittadinanza nigeriana, vittime nell’80% dei casi di trafficking.

Si tratta di donne che scappano dalle violenze che subiscono nel Paese d’origine e che continuano a subire durante il viaggio verso la Libia, dove una volta arrivate hanno buone possibilità di essere torturate e violentate. Se riescono a raggiungere l’Italia o l’Europa, infine, continuano a essere a forte rischio di tratta.

Un altro dato preoccupante vede protagoniste le giovani donne straniere della fascia di età 15-29 anni: il NEET (acronimo inglese neither in employment nor in education and training che sta a indicare una persona di giovane età, che non ha né cerca un impiego e non frequenta una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale). Ben il 44,3%, infatti, non lavora e non studia, e la percentuale sale a 52,3% nel Sud Italia. L’esclusione dal mondo del lavoro e dalla formazione viaggia in accordo con il modello patriarcale dei ruoli di genere, che spesso costringono la donna a ruoli di cura domestica. Ruoli messi in discussione sempre più dalla crisi economica e dalla crescente disoccupazione. Ma la penuria di lavoro porta anche un altro nuovo fenomeno: sono sempre di più gli uomini stranieri a formarsi in ambiti lavorativi tipici del mondo femminile, come quello della cura e dell’assistenza alla persona.

Se la maggioranza delle immigrate si ritrova a lavorare in nero nei lavori di cura, va comunque segnalato anche un dato positivo, quale la crescita dell’imprenditoria sostenuta da donne immigrate (il 23,1% di tutte le aziende guidate da lavoratori immigrati) e anche l’incremento dell’associazionismo per scambio interculturale, lotta alle discriminazioni, consulenza. Ciò non toglie che per quelle donne migranti lavoratrici, che hanno meno tempo e possibilità di tessere reti amicali sul territorio, esista il rischio di un forte isolamento sociale e malessere psico-fisico.

La Carta di Roma pone l’attenzione anche sul linguaggio che deve sempre essere rispettoso delle differenze e della differenza, dove il singolare sta a significare la differenza sessuale.

Le parole non sono neutre né casuali.

Per indicare una donna straniera che assiste gli anziani – e differenziarla così da una donna italiana che svolge lo stesso lavoro, sminuendola al confronto – si è addirittura sentito il bisogno di inventare una parola nuova: “badante”, quando esistevano già termini analoghi, da governante ad assistente familiare.

Occorre prestare attenzione a termini che potrebbero risultare spregiativi: si dice ecuadoriana/o e non ecuadoregna/o, salvadoriana/o e non salvadoregna/o e così via. Così è preferibile usare il termine romena/o a rumena/o, come sostiene la stessa Accademia della Crusca: “ si pongono a favore di “romeno” la simmetria con Romania e la maggiore adesione alla lingua romena”. Dal discorso sono ovviamente banditi anche tutti i pregiudizi e luoghi comuni sulle/sugli immigrate/i e nessuna/o è autorizzata/o a pensare che una donna – per il solo fatto di non essere italiana – non sia istruita.

Allo stesso modo va fermato il costante tentativo di escludere l’altra/o negandogli l’aggettivo di “italiana/o”, indipendentemente dalla realtà dei fatti e dal reale sentimento di appartenenza, come emerso dalla lettura di alcuni brani dei racconti di Hafida Faridi e Rahma Nur, autrici del Concorso Lingua Madre. Da qui l’importanza di dare voce e agire anche sull’immaginario collettivo nella rappresentazione dei nuovi scenari che si apriranno nel futuro, con l’obiettivo di trovare nuove soluzioni nel presente.

Immaginari che assumono un’importanza fondamentale per metterci al riparo da distorsioni e pregiudizi. Un pericolo sempre presente nei media sul tema dell’immigrazione, cui viene in soccorso la Carta di Roma – le cui linee guida sono state aggiornate nel 2018 – concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti. Non manca un prezioso glossario annesso alla Carta di Roma, che indica i termini da evitare e quelli più appropriati per definire fatti e situazioni in tema di migrazione.

Richiamandosi ai dettati deontologici presenti nella Carta dei Doveri del Giornalista – con particolare riguardo al dovere fondamentale di rispettare la persona e la sua dignità e di non discriminare nessuno per la razza, la religione, il sesso, le condizioni fisiche e mentali e le opinioni politiche – e ai principi contenuti nelle norme nazionali e internazionali sul tema, il protocollo pone particolare attenzione alla tutela nei confronti dei minori così come stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dai dettati deontologici della Carta di Treviso e del Vademecum aggiuntivo. Inoltre, invita giornaliste e giornalisti, in base al criterio deontologico fondamentale “del rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati” a prestare la massima attenzione al trattamento delle informazioni concernenti richiedenti asilo, persone rifugiate, vittime della tratta e migranti nel territorio della Repubblica Italiana e altrove. Si ribadisce l’importanza di adottare termini giuridicamente appropriati, per evitare la diffusione di notizie imprecise, sommarie o distorte e allarmi ingiustificati. Allo stesso modo, si invita a tutelare chi sceglie di parlare con la stampa, adottando quelle accortezze in merito all’identità e all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, sia da parte di autorità del Paese di origine, sia di entità non statali o di organizzazioni criminali. Va tenuto presente che chi proviene da contesti socioculturali diversi, nei quali il ruolo dei mezzi di informazione è limitato e circoscritto, può non conoscere le dinamiche mediatiche e non essere quindi in grado di valutare tutte le conseguenze dell’esposizione attraverso i media. Infine, si suggerisce di interpellare esperte/i e organizzazioni specializzate in materia, per fornire al pubblico l’informazione in un contesto chiaro e completo, che guardi anche alle cause dei fenomeni.

Parlare di donne e immigrazione significa proporre uno sviluppo sostenibile al mondo – come indica anche l’Agenda 2030 sottoscritta dai governi di 193 paesi membri dell’ONU che pone come priorità la parità di genere e l’empowerment femminile – per imprimere la traccia di un ordine simbolico materno che potrebbe regalare, a chi nasce, strutture relazionali impostate sulla mitezza, la riconoscenza, la misericordia, la cura. Dove le differenze uniscono invece di separare.

In copertina, foto di Andrea Zennaro, Roma, 2018

 

Articolo di Daniela Finocchi

Daniela-Finocchi-Fotografia-di-Bruna-Biamino--2Giornalista e saggista, laureata in Scienze Politiche e borsista di ricerca presso il Dipartimento Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Torino. Si è sempre interessata ai temi inerenti il pensiero femminile e a quelli legati alla natura. È componente della Società Italiana delle Letterate e ideatrice e responsabile del Concorso letterario Lingua Madre, destinato alle donne straniere residenti in Italia.

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