Si può fare

«Si – può – fare!» è l’esclamazione resa celebre dal Dottor Frankenstein di fronte alla propria creatura. Il film di Giulio Manfredonia del 2008 ricerca quel tipo di fervore elettrico, proprio del cult di Mel Brooks, riuscendo pure nel suo intento per lunghi tratti narrativi. L’entusiasmo contagioso di Nello (Claudio Bisio) riesce rapidamente a compiere un vero e proprio miracolo industriale. Nello è un ex sindacalista, troppo ‘aperto’ verso il mercato secondo i compagni di azienda, che viene spedito a lavorare con gli ex pazienti dei manicomi. Siamo nella Milano degli anni 80′, il contesto è una delle tante cooperative create ad hoc dopo l’approvazione della Legge Basaglia. Nello porta una ventata di aria fresca, umanizzando i cosiddetti matti riesce infatti a travolgere l’impostazione ‘conservativa’ verso i paziente del dott. Del Vecchio (Giorgio Colangeli), portando un entusiasmo contagioso, quasi irreale. La cerchia dei malati mentali è interpretata magistralmente da una serie di attori e caratteristi di ottimo livello, che portano la narrazione tragi-comica su un piano di coinvolgimento emotivo molto alto. Illuminante, per l’azione propositiva di Nello, è la scoperta del genio di Gigio (Andrea Bosca), tenero e impacciato, e Luca (Giovanni Calcagno), tanto introverso quanto rissoso. I due vivono in simbiosi, lavorano in simbiosi, attaccano francobolli tutto il giorno per una ditta postale. Finché Nello non si accorge, per caso, del loro “talento autistico” nel montaggio. I francobolli sono attaccati apparentemente a casaccio sulle buste delle lettere, in maniera distratta. In realtà le lettere, se sfogliate con rapidità, mostrano il francobollo muoversi come magicamente. Così come i pezzetti di bucce d’arancia con i quali costruiscono puzzle immaginari, se osservati bene ricompongono la spirale aurea e il suo carico di meraviglie. Questi talenti, apparentemente senza un’utilità pratica, vengono sapientemente convogliati da Nello nella nuova attività imprenditoriale scelta, democraticamente, da tutti i soci della cooperativa: la posa di parquet.
 Parquet che divengono pezzi unici e artisticamente inimitabili, in quanto tutti diversi, perché “composti con gli scarti” del legno. L’ardore basagliano di Nello è supportato clinicamente dal Dottor Furlan (Giuseppe Battiston), favorevole al calo dei farmaci sedativi e ad una crescita emotiva quanto più esperienziale. Lo scontro col dott. Del Vecchio, rassegnato ad un rapporto paternalistico-verticale con i malati, è inevitabile. Nello e il dott. Furlan danno vita a una nuova cooperativa, cambiano sede e riescono ad incrementare appalti e incassi per la gioia di tutte le malate e tutti i malati, regolarmente stipendiati come soci.

 La storia imprenditoriale procede a gonfie vele (finita, anche giustamente, come esempio sui libri di business empowerment), finché non si apre un tema molto complesso e tormentato: il rapporto dei disabili con la sessualità. Il calo dei farmaci, infatti, autorizzato dal dott. Furlan, ridona gli istinti sessuali a malati e malate. Tale risveglio pulsionale è ciò che ci accompagna verso il climax tragico del film. Gigio si innamora di una ragazza conosciuta mentre lavora. Inizialmente ricambiato, finisce suicida per la delusione amorosa. Nello, disperato, si chiude in casa, convinto di finire in prigione, mentre il dott. Furlan si auto-sospende. I malati tornano, mestamente, nella vecchia sede, sotto l’assistenza del dottor Del Vecchio.
 Le accuse contro Nello sono scongiurate perché Del Vecchio ammette di aver riscontrato dei progressi impensabili nei malati, spiegabili solo con l’attività lavorativa. Propone a Nello di collaborare ancora per il bene dei/delle malati/malate. Nello, commosso, torna a dirigere la cooperativa che ottiene un lavoro importantissimo nella metro di Parigi.

Il film si chiude lietamente: i lavori parigini stanno terminando, Nello finalmente riesce a non trascurare la propria ragazza, con la quale va avanti un tira e molla lungo tutto il film. Furlan accoglie in cooperativa nuovi malati che diventeranno soci-lavoratori.
 Il finale commuove e strugge lo/la spettatore/spettatrice, si impara con amarezza come una sconfitta non può e non deve compromettere la bontà complessiva di un progetto ben ispirato. Nel complesso il film è forse frettoloso nella costruzione del successo imprenditoriale, tanto da risultare poco verosimile. L’autore indaga la sessualità dei/delle disabili quasi esclusivamente al maschile, evitando forse coscientemente di sfruculiare un tabù al quadrato e auto-assolvendosi con la contestualizzazione negli anni ottanta. 
Difficile non pensare, durante la visione, a Jack Nicholson e a “Qualcuno volò sul nido del cuculo”: diversi personaggi sono caratterizzati anche in maniera speculare ai malati del noto ospedale di Salem, su tutti Gigio e Ossi. Si tratta assolutamente di un omaggio ossequioso verso il capolavoro americano, ma paragonare le due opere sarebbe impietoso verso il comunque dignitosissimo lavoro di Manfredonia.

 

Articolo di Edoardo Cuccagna

Senza titolo-2Laureato in legge, cultore di Islam e politica mediorientale, sta seguendo il master Mislam alla Luiss, il Corso di Giornalismo investigativo e la Scuola per la buona politica presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso. Ha una grande passione per il cinema ed è un profondo estimatore di Petri, Altman, Pontecorvo, Caligari, Sergio Leone. Quando non si occupa di cose più serie tifa l’Inter e ascolta musica inglese.

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