H come Hairstyle

I capelli umani nella loro veste simbolica (dal punto di vista funzionale hanno ben poca importanza) sono presenti in tutte le culture, nei riti iniziatici e di passaggio e di separazione, nelle fiabe e nei miti, nella moda e nell’arte. Sono centro di interesse per riti magici, azione sacre e religiose, danze, folklore. Diventano reliquie. Il taglio dei capelli ha sempre avuto, nelle tradizioni religiose, il senso di sacrificio, di rinuncia, di distacco dal mondo.
L’inventario delle rappresentazioni iconografiche della chioma femminile è infinito.
Esse hanno una storia e raccontano un archetipo: marchio di voluttà ma anche di quell’indole selvaggia che avvicina pericolosamente la donna alla natura primitiva (si impone o consiglia di tenerli legati, dunque, a meno che non sia nell’alcova; si sciolgono per il “proprio” uomo). C’è dappertutto l’obbligo di coprirsi il capo nei luoghi sacri, o genericamente in pubblico, per mostrare pudore e riservatezza, per non attrarre l’attenzione maschile, per controllare la carica sessuale.
I capelli e l’acconciatura sono leva di fascino fin dai tempi di Eva. La “nascita di Venere” di Botticelli rimanda ad esempio a un doppio messaggio, lo stesso che sarà di lady Godiva: la pudicizia è racchiusa nel gesto che copre le intimità con i lunghi capelli, facendo in realtà cadere lo sguardo ancor di più, incorniciando quasi i genitali.
Questo fattore, come sempre accade, può trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Può diventare uno strumento diretto per umiliare una donna, per dimostrare la sua sottomissione a un potere più alto (si tratti di un uomo, o di una dittatura politica, un regime, una divisa, un ordine religioso). Si umiliavano perché adultere, o perché colluse con il nemico (come alla fine della II guerra mondiale). Anche le “streghe” prima di essere giustiziate venivano rasate.
Basilicata, 11 giugno 2013. Con le accuse di lesioni aggravate, violenza privata e maltrattamenti in famiglia, un italiano è stato arrestato a Scanzano Jonico (Matera) per aver picchiato la moglie, alla quale ha inoltre tagliato i capelli utilizzando un coltello da cucina.
Con il procedere dell’età le chiome si accorciano. I capelli lunghi per le donne sopra gli “anta” sono considerati inappropriati: la logica della seduzione non è più accessibile.
Storicamente la lunghezza o il taglio dei capelli si sono rivelati un segno di status, di grado sociale e di distinzione di sesso. Presso i Greci dell’epoca arcaica, ad esempio, la lunghezza distingueva i cittadini delle classi alte e non vi era sostanziale differenza tra acconciature maschili e femminili.
L’opposizione lungo/corto rimanda però di solito a quella donna/uomo.
Il corpo delle donne assume una forte valenza pubblica nella misura in cui il suo aspetto e contegno e, infine, la sua messa in scena sono definiti, prescritti e sanzionati.
I capelli delle donne hanno quasi sempre DOVUTO essere lunghi, con dettami vincolanti soprattutto in società repressive: “è cosa indecente per l’uomo portare i capelli lunghi, mentre la lunga capigliatura è gloria per la donna” (Paolo, Lettera ai Corinzi, 11, 14-15). Le nostre antenate non si tagliavano i capelli: li tenevano lunghi e legati in crocchie di trecce.
In realtà in molte epoche e in molti luoghi portare i capelli lunghi era stato per gli uomini segno di virilità, di forza vitale (Sansone è solo un esempio, un altro è la tradizione dei re dei Franchi; a credenze analoghe era legata la pratica dello scalpo del nemico). Nel secolo scorso era invece considerato sintomo di trasandatezza e sciatteria, tanto che le rockband lo introdussero in segno di ribellione rispetto alle consuetudini borghesi.
Allo stesso modo, all’inizio del ‘900 la novità fu il taglio delle donne alla maschietta, lo stile garçonne che indicò il cambiamento etico, morale e comportamentale in atto. Libertà pari a quella di togliersi il busto, o a quella di accorciare le gonne.
Per fortuna oggi è scomparsa almeno la differenza nel modo di pettinarsi in relazione al grado sociale. Speriamo sparisca allo stesso modo ogni tendenza a spaccare il mondo in due.
In moltissimi campi – non solo quello sessuale che pure è il più marcato – la polarizzazione è uno degli sforzi più intensi e persistenti che la società si incarica di esercitare, sotto ogni forma e in ogni momento, consapevolmente o no; quasi avvertisse oscuramente la fragilità della diversificazione e ne temesse l’ambiguità come minaccia.
Le categorie rigide offrono alla coscienza una soluzione difensiva per tutelare il senso di coesione della propria identità e fare ordine in un mondo molteplice e inclusivo di fantasie e rappresentazioni. Le dicotomie preparano e giustificano le disuguaglianze e le esclusioni.

 

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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