Sulle tracce di Lighea

Si dice che, alla fine della sua vita, Giuseppe Tomasi di Lampedusa amasse più di tutti il racconto Lighea.
Secondo la mitologia Lighea, che significa “colei che ha la voce chiara”, era una sirena una di quelle creature che hanno il potere di attrarre e incatenare chi ascolta il loro canto. Un giorno un giovane studente di greco, che si stava preparando a sostenere la prova d’esame per un concorso, evidentemente stressato dalla fatica, ebbe l’opportunità di trascorrere tre settimane, in una piccola casa vicino al mare, ad Augusta per ristorarsi.
Probabilmente nessuno di noi pensando oggi ad Augusta deturpata dalle ciminiere di una industrializzazione feroce, penserebbe, invece, che lì, nel lontano 1938, per il prof. La Ciura si sarebbe consumata l’esperienza erotica più coinvolgente della sua vita, tanto che dirà: «quando si frequentano notte e giorno, dee e semidee, e come facevo io in quei tempi rimane poca voglia di salire le scale e i postriboli».
Per le strane sincronie del destino, mi è capitato di lavorare in questa cittadina della provincia di Siracusa e di incrociare questo racconto. Man mano che leggevo, mi sono resa conto che uno dei modi migliori per comprendere la letteratura sia quello di viaggiare nei luoghi che l’hanno ispirata. In fondo lo scrittore o la scrittrice è, per necessità, un/una grande camminatore/camminatrice e un/una raccoglitore/raccoglitrice di storie. Così mi sono mossa sulle tracce di Lighea in un giorno fortunato, uno di quelli che ti arrivano perché qualcuno ha deciso di donarti qualcosa. Costeggiando ciò che resta delle antiche saline augustane, ci si addentra in stradine che attraversano un denso centro abitato sopra una montagnola, poi a un certo punto le ville diventano sempre più rade e lasciano il posto a dei sentieri pietrosi costeggiati da muretti a secco. Così, gradualmente, la natura si spalanca generosa davanti a te come una bella donna, colpevolmente, dimenticata.
Poi un indizio.
Su un muro scrostato di un vecchio rudere vedo disegnata una sirena che attira subito la mia attenzione. Questa abitazione sorge su un piccolo promontorio di fronte un aspro isolotto di pietra chiamato “sbarcatore dei turchi”.
La compagnia è piacevole, ma un po’ come accade nella poesia di Quasimodo Vento a Tindari, l’allegra brigata si stacca o, forse, sono io a farlo perché un piccolo desiderio di solitudine affiora, come sempre, quando la prepotenza dei luoghi necessita di una comunione più profonda.
Il sole si alterna alle nuvole e, come capita talvolta in Sicilia, anche le stagioni si confondono e ti confondono e non sai se stiamo vivendo un anticipo di primavera in inverno o, se al contrario, nella primavera c’è l’ultimo colpo di coda dell’inverno. Bene scriveva Tomasi di Lampedusa quando parlava dell’aria siciliana, dicendo che essa è sapida di salsedine e di frutti di mare. Ecco come descrive i ricci: «simulacri di organi femminili, profumati di sale e di alghe».
Oggi l’aria profuma di timo che, a ciuffi, punteggia una discesa scoscesa che porta fino al mare.
Ed è facile perdere i sensi.
La sirena Lighea, i cui baci stavano come il vino all’acqua sciapa, regalò al giovane La Ciura i più intensi piaceri carnali: i primi e gli ultimi.

Mi voltai e la vidi […] il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare. […] Sono Lighea, sono figlia di Calliope. […] Mi piaci, prendimi. 

Nessuna prima di Lighea, nessuna più dopo di lei: semplicemente impossibile per lui, poter pensare a un surrogato o a qualcuna di minimamente inferiore dopo essere stato alla sorgente della femminilità e della passionalità.
Rimproverando il suo giovane interlocutore il giornalista Paolo Corbera gli dice: «I sordidi piaceri di voialtri non sono mai stati roba per Rosario La Ciura. Lo so che noi Catanesi possiamo essere capaci di ingravidare le nostre balie, e sarà vero. Riguardo a me, no però».
Come dargli torto?
Lighea emergeva dal mare di Sicilia «il più colorito, il più romantico di quanto ne abbia mai visti».
Oggi il mare ha una intensa colorazione verde e la sua trasparenza contrasta con dei rossi fiori carnosi che fioriscono, pericolosamente, in bilico su una falesia a picco, con le rade pratoline bianche e la spuma di mare che frange nel primo approdo che fu dei pirati.
Qui tutto è dolcezza ma anche forza e voluttà.
Con un ciuffo di timo tra le mani respirandone la sua fragranza speziata anche io potrei cadere vittima di un sortilegio e se non fossi interrotta dalla mia comitiva, avrei giurato di vedere sulle mie caviglie qualche squama argentata…

 

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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