Certe donne brillano anche se uccise più volte. Ilaria Alpi (1961 – 1994)

Il 24 maggio 1961 nasceva a Roma la giornalista Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio, insieme al suo operatore Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994.

Le sono stati intitolati viali, come quello che attraversa trasversalmente Velletri; biblioteche, come quella Internazionale di Parma di cui il padre Giorgio era originario; parchi, come quello di Desenzano del Garda che copre una superficie di cinque mila metri quadrati; e strade, istituti scolastici, premi giornalisti, ma una verità sulla sua morte ancora non c’è.

Nel 2014, la coraggiosa madre di Ilaria, Luciana Ricciardi, che si è spenta a giugno dell’anno scorso senza mai smettere di chiedere giustizia per la figlia, scrisse un’importante lettera ai vertici del Premio Giornalistico Ilaria Alpi di Riccione per giustificare la sua assenza a causa dell’amarezza che provo nel costatare che, nonostante il nostro impegno, le indagini in sede giudiziaria non hanno portato alcun risultato.

Le inchieste giornalistiche di Ilaria, al contrario, davano sempre risultati perché era decisa, determinata e non si fermava mai: per capirlo, basta riguardare i suoi servizi e le sue interviste per cogliere una delle sue doti migliori e cioè quella capacità di entrare in empatica sintonia con il proprio interlocutore misurando le domande con una giusta dose di ironia e un tono di voce caldo e avvolgente che riusciva a mettere a proprio agio chi le stava davanti. C’era in tutto questo una grande passione per un lavoro che aveva voluto e conquistato, ma anche amore per la terra di cui tentava di raccontare la tormentata guerra civile: la Somalia.

Ilaria Alpi era stata inviata dal TG3 in Somalia nel 1992 per seguire la missione di pace dell’ONU, Restore Hope, ma, oltre a dedicarsi a questa, era impegnata anche su altri fronti giornalistici. Uno di questi riguardava il trasporto e lo smaltimento illegale di rifiuti tossici provenienti dai Paesi industrializzati e indirizzati alla Somalia dove i vari gruppi in lotta per il potere ricevevano in cambio denaro e armi per continuare il conflitto civile. L’altro filone d’indagine cui la giornalista di Rai 3 si dedicava era legato agli ambigui rapporti di alcuni funzionari dei servizi segreti italiani con il dittatore somalo Siad Barre. Nel 1994, l’ultimo viaggio in Somalia, il settimo, fu fatale per lei e per il suo operatore, infatti, dopo aver intervistato il “sultano” di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor, Ilaria venne uccisa, insieme a Miran Hrovatin, da un commando di sette persone in prossimità di uno dei più importanti hotel di Mogadiscio.

Nel 2016, il cantautore Milo Brugnara le ha dedicato un pezzo dal titolo Ilaria inserito nel disco “Sguardi” sostenendo che sia lei che Hrovatin sono morti più volte uccisi prima dai colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata e poi dalle infinite e mai risolutive sentenze e relazioni delle Commissioni parlamentari istituite ad hoc che non hanno mai portato a una verità. L’inchiesta per il duplice omicidio è stata, infatti, lunga e tortuosa così come la vicenda processuale in cui si è assistito al balletto tutto italiano dei depistaggi, dei testimoni prima attendibili, poi irreperibili e, infine, inattendibili. Si sono susseguite sentenze che si sono contraddette l’un l’altra più volte per giungere poi alla richiesta di archiviazione del caso nel 2017 da parte della procura di Roma che sostiene sia impossibile accertare l’identità dei killer.

Ricordare Ilaria Alpi ha portato spesso a ripercorrere le tristi e spesso assurde tappe dell’inchiesta prima e dei vari processi dopo, cosa doverosa al fine di continuare a fare pressioni per avere giustizia su un duplice omicidio così assurdo ed efferato, ma ha messo un po’ in ombra quello che Ilaria ha rappresentato per me e per un’intera generazione di donne, allora adolescenti, e che potrebbe essere per le nuove generazioni d’esempio. Ecco perché vorrei provare a ricordarla da un altro punto di vista.

Ilaria aveva per me uno stile unico, inconfondibile e che io studiavo attentamente guardando i suoi servizi: innanzitutto la voce, decisa e determinata come lei, scandiva con precisione luoghi, avvenimenti, nomi di una guerra lontana, ma che lei riusciva a farti sentire vicina; poi gli orecchini, di cui era un’appassionata collezionista, che pendevano e riflettevano, illuminandole il volto, i colori del sole somalo attraverso i metalli e le pietre di cui erano fatti. Rappresentavano l’unico vezzo di un look sobrio fatto di pantaloni comodi e larghe camicie impreziosite da foulard alternativamente monocromatici o variopinti che lei portava al collo, ma con cui, se necessario, si copriva il capo. Quando la collega e amica, Gabriella Simoni, entrò nella stanza d’albergo di Ilaria a poche ore di distanza dalla tragica esecuzione, c’erano i taccuini sparsi sul letto, alcuni dei quali misteriosamente scomparsi prima che gli effetti personali venissero consegnati alla famiglia, ma anche orecchini e foulard che lei amava: io ricordo quelli. Si accostava ai somali con lo sguardo curioso di chi domanda per conoscere, per tentare di capire, per sentirsi parte di qualcosa di diverso e non per giudicare, quello mai. Aveva la capacità di spiegarti con disarmante semplicità e profondità culture e modi di vivere completamente diversi dai tuoi ed era sempre molto attenta alle parole, le selezionava accuratamente usandole in modo brillante e mai banale. E poi scriveva e scriveva, lo faceva continuamente sui suoi taccuini fatti spesso di fogli volanti che le sfuggivano di mano; questo le serviva, credo, per fissare le informazioni, ma anche per poterle riprendere e collegare fra loro.

Se fosse sopravvissuta penso si sarebbe fermamente opposta al paradigma dello scontro di civiltà, al clima di odio e intransigenza nei confronti delle culture diverse dalle nostra che purtroppo oggi si respira perché lei era per l’incontro, l’accoglienza e l’inclusione. Tutte le volte che si discute sull’uso del chador e del hijab nella cultura islamica, rivedo quello speciale di Rai 3 sul mondo islamico dell’inizio degli anni ’90 in cui Ilaria restituisce la visione che le donne somale avevano del velo e cioè lo indossavano per scelta come una liberazione, ma ciò non impedisce alla giornalista di escludere che esso possa venire strumentalizzato e imposto come obbligo a seguito di un processo di islamizzazione di una società, posizione veramente interessante e innovativa per quegli anni.

E un velo bianco Ilaria l’aveva sempre con sé per coprirsi quando incontrava gruppi di musulmani, o quando entrava in una moschea; è uno degli oggetti restituiti alla famiglia a cui però non è stata ancora restituita una verità sulla sua morte.

Articolo di Alice Vernaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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