Cronaca di un ricordo. L’attentatuni

La strage di Capaci la ricordo benissimo: era il 23 maggio del 1992. Mi trovavo in visita dai mei zii, quando mia nonna, visibilmente addolorata, salì dal suo appartamento a quello della figlia sbattendo le mani sul grembiule: «annumati a televisioni, ammazzarru a Falcone, sti disgraziati». Poi si mise a piangere e a singhiozzare. Immediatamente, accendemmo la televisione e di quel sabato pomeriggio, iniziato con risate e caffè, non rimase più nulla. Solo tanta incredulità davanti a quelle immagini che avevano sventrato l’autostrada di Capaci.

Quella strage si ricorda come l’attentatuni, cioè, per quanto permette la traduzione dal siciliano, il grande attentato. Questa parola porta in sé un sovrappiù di significato, simile a un superlativo assoluto che accentua la sfumatura semantica di qualcosa di incredibile, gigantesco, orrido. Vittime dell’attentato, assieme al magistrato antimafia Giovanni Falcone, furono: sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Come dimenticare lo strazio della signora Schifani ai funerali? Le sue lacrime, quel suo «io vi perdono ma voi vi dovete inginocchiare» rivolto agli assassini e poi il suo sconforto «ma loro non cambiano…». Recentemente ho rivisto in un’intervista televisiva la signora Montinaro che parlava dell’abnegazione del marito per il suo lavoro, del loro amore, del loro matrimonio e della difficoltà di crescere i due figli da sola. Lei si definisce non la vedova ma la moglie di Antonio Montinaro, proprio per rimarcare una presenza ancora viva nel suo impegno per la legalità. Come mi ha sempre colpita la storia di Emanuela Loi, di origine sarda, appena ventiquattro anni, morta insieme a Paolo Borsellino e lo strazio dei suoi genitori. Infatti, oltre i volti dei Giudici quelle stragi portano con sé una microstoria di dolore che molti ignorano: quello dei familiari.

I siciliani perbene amavano e amano ancora il giudice Giovanni Falcone. Perché? Rappresentava con Paolo Borsellino, il desiderio di giustizia e di riscatto di una terra oppressa dall’intreccio Mafia/politica. Tutti sapevamo, intimamente, specie dopo l’attentato dell’Addaura che Falcone era in pericolo, come sapevamo che, parafrasando il titolo di un film, quella di Borsellino sarebbe stata la Cronaca di una morte annunciata. Lo sapeva lo stesso Borsellino che lavorò giorno e notte prima che il 19 luglio, la strage di via D’Amelio uccidesse lui e la sua scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi che stata la prima donna a far parte di una scorta e la prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio. Eppure nessuno è riuscito o ha voluto proteggere non due eroi, ma due uomini che facevano il loro mestiere e che credevano nello stato di diritto.

Il giudice Falcone lavorava a Roma presso il ministero di Grazia e Giustizia con l’allora ministro Claudio Martelli. Ritornava a Palermo con un volo privato per il fine settimana. Mi sono sempre chiesta una cosa molto banale: come facevano a sapere i mafiosi che a quell’ora il giudice sarebbe passato da lì? Perché non a Roma ma a Palermo? Tutti noi sperammo, fino alla fine, che Falcone ce la facesse e, invece, spirò poco dopo essere arrivato in ospedale. Da allora in poi, in molte persone si è insinuato un sentimento molto forte di sfiducia e impunità. Senza dubbio, se il lavoro dei due giudici fosse arrivato al termine, la storia della Sicilia e dell’Italia sarebbe stata, oggi, assai diversa. Ricordo che, da maggio in poi, continuavo a pensare al pericolo che stava correndo il giudice Borsellino e quando a luglio saltò in aria, mi sentii più sola. Tutta quella estate, per me, è avvolta da un senso di tristezza e di lutto.

Il giudice Falcone era una persona molto schiva e sono certa che il miglior modo per onorare la sua memoria non sono soltanto le commemorazioni, che mettono un velo di malinconia passeggera sulle emozioni, ma un lavoro carsico di impegno ciascuno nel proprio piccolo. Il vero eroismo dei nostri giorni è quello della passione silenziosa e non dei gesti eclatanti che servono solo per avere una celebrità più o meno lunga, ma che alla distanza non mette radici.

Sono andata a rivedere le cronache di quegli anni e mi sono imbattuta in un articolo di Giampaolo Pansa sull’Espresso, datato 7 giugno 1992 e dal titolo emblematico Quando Falcone cominciò a morire. Scrive Pansa: «Giovanni Falcone lasciato solo davanti ai suoi carnefici? Falcone ucciso moralmente da quanti lo calunniavano? Se questo è vero, Falcone ha cominciato a morire molti anni fa. Il 13 aprile 1985, dieci mesi prima che a Palermo abbia inizio il maxiprocesso a Cosa Nostra, intervistato da Repubblica, Falcone così descrive l’ambiente che gli sta intorno: il clima è tale che spesso bisogna stare attenti anche alle persone che ti circondano.»

Come ogni anno a Palermo attraccherà la nave della Legalità, con a bordo tanti studenti provenienti da ogni parte d’Italia, molti andranno ad attaccare un bigliettino all’albero di Falcone, che si trova in via Notarbartolo 23 proprio dove abitava il giudice con la moglie. Mi piace la meglio gioventù, mi piace l’entusiasmo dei giovani e mi auguro che nel tempo esso di trasformi in qualcosa di più duraturo e solido affinché, come diceva Paolo Borsellino, si possa respirare il fresco profumo della libertà, in questa magnifica terra siciliana spesso abusata da sopraffazioni e dal marchio della Mafia che non è un semplice fenomeno autoctono, ma è una rete molto più articolata e complessa estesa sul territorio nazionale e che abbraccia politica, finanza e malaffare. Su queste cose lavorava il giudice Falcone e per tutto questo ha pagato con la vita.

Mi piace ricordare alcune sue frasi come segno di speranza.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio, una evoluzione e quindi una fine.

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.

Tensione morale: ne abbiamo assoluto bisogno.

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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