Con Nadine a Johannesburg 

È tra i grattacieli di una modernissima Johannesburg che, guardandomi intorno, cerco di intercettare Nadine Gordimer1, premio Nobel per la letteratura del ’91.  
Eccola che arriva: è una donna minuta, dal viso buono, e sembra muoversi con estremo agio in questa città che ha visto trasformarsi così radicalmente.  
D’altronde, lei che ha deciso di restare qui tutta la vita, nonostante i rischi a cui ogni dissidente era esposto, ha visto questa città e questo Paese in continua trasformazione. 

 Buongiorno signora Gordimer, come sta? 

“Bene, grazie! Mi segua, prendiamoci un caffè. Le sta piacendo Johannesburg?” 

Molto, non mi aspettavo una città così dinamica e frenetica. Certo, immagino che anche a lei debba fare uno strano effetto pensare a questa città com’era quando aveva vent’anni e com’è oggi… 

“Guardi, al di là dei luoghi in cui mi ha portato la letteratura, io ho deciso di restare in Sudafrica tutta la vita e, più che il naturale sconvolgimento che tecnologia e industrializzazione hanno portato in questo posto, il confronto più schiacciante è quello ideologico. Certo… In vent’anni non si riescono a eliminare le profondissime radici della segregazione razziale, direi che siamo ancora in una fase transitoria, di interregnum, ma la direzione è chiara e di certo il ’94 ha segnato un punto di svolta per il Sudafrica.” 

 Lei è nata in pieno clima di segregazione razziale, clima che si trasformò nel ’48 in un vero e proprio sistema legislativo, ma quando ha cominciato a rendersi conto della complessità della società sudafricana? 

“Ero piccola, appena adolescente… Diciamo che ho cominciato a guardarmi intorno, a riflettere su come ero cresciuta, su come viveva la società bianca di cui facevo parte. Quando, dal centro minerario in cui ho trascorso infanzia e adolescenza, mi sono trasferita a Johannesburg per frequentare l’università ho aperto definitivamente gli occhi: fino a quel momento ero stata educata a pensare che i neri fossero così diversi da noi… D’altronde come potevo pensare altrimenti? Nelle scuole che ho frequentato non c’erano né bambini né bambine di colore, inoltre vivevano in zone periferiche, non potevano andare al cinema né in biblioteca: da piccola avevo acquisito questa realtà, l’apartheid, come totalmente normale e naturale.” 

 E l’attivismo politico quando è cominciato? 

“Dovendo cercare un punto d’inizio ti direi nei primi anni ’60, anche se ovviamente, come tutte le cose, non è sorto dal nulla… In quel periodo però ho sicuramente dato una forma più concreta al ragionamento che già germogliava dentro di me e nelle mie opere da molti anni. È innegabile che il massacro di Sharpeville e l’arresto di amici e amiche attiviste, in particolare di Bettie du Toit, poi costretta all’esilio, e, poco dopo, la condanna a Mandela, abbiano costituito una scintilla importante per la mia coscienza. In quegli anni mi sono unita al movimento anti-apartheid e anche all’African National Congress, pur riconoscendone le criticità. 
Dopo il ’94, un’altra battaglia in cui ho deciso di impegnarmi personalmente è stata quella per accendere i riflettori sulla crisi della salute pubblica che ha colpito l’Africa a partire dagli anni ’90, in particolar modo sulla prevenzione e la cura di HIV/AIDS.” 

 Il suo attivismo si è sempre declinato anche nel lavoro letterario. Crede che la letteratura possa ancora avere un impatto sulla società? 

“Sono fermamente convinta che un singolo libro ti possa cambiare la vita, che possa generare un’evoluzione talmente forte da portare a un cambiamento consistente. Tuttavia, il ruolo degli intellettuali in Sudafrica, come in tanti altri Paesi, è molto complicato perché spesso per diventare artisti o intellettuali ci si separa dalla gente e questo è, a mio parere, profondamente sbagliato. Chi scrive ha il dovere di rispondere con la sua opera a ciò che vede intorno a sé, non può distaccarsi dalla gente, anche se, specialmente in periodi di tensione sociale, raccontare la propria verità vuol dire esporsi al rischio di censura.” 

 … E lei lo sa bene! 

“Eccome se lo so… Con me la censura si è accanita parecchio, cito solo “Il mondo tardo borghese” e “Un mondo di estranei” come esempi più eclatanti perché sono stati vietati per una decina d’anni, ma non sono assolutamente i soli. 
In fondo, le dirò la verità, questo non ha fatto altro che aumentare la mia voglia di trasmettere alle persone la mia interpretazione delle cose che ho intorno… Non bisogna assolutamente lasciarsi fermare.” 

 Quindi, in definitiva, ritiene che scrittrici e scrittori siano investiti di una responsabilità sociale? 

“Assolutamente sì. Guardi, una delle questioni centrali della letteratura è sempre stato il rapporto che lega l’immaginazione creativa e l’impegno sociale. Io ne faccio quasi una questione di onestà: chi scrive è tenuta a restituire al pubblico il proprio talento nella maniera più onesta possibile e questo può accadere solo rimanendo fedeli a se stesse, difendendo la propria libertà creativa e, allo stesso tempo, rendendosi conto della realtà in cui si è immerse, dando voce ai propri occhi.  
È un’enorme responsabilità e porta con sé tanti rischi, ma anche, mi creda, tante soddisfazioni!” 

NADINE GORDIMER. Nata nel 1923, è stata una scrittrice sudafricana, autrice di romanzi e saggi, vincitrice del Booker Prize nel 1974 e del Premio Nobel per la letteratura nel 1991.

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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