Franca Rame. Una vita all’improvvisa

Un palcoscenico vuoto, silenzioso. Assi buie, polverose e scheggiate che raccontano storie di mille anni passati e di altrettanti anni futuri. Un sipario a stento trattenuto e, al centro, il braccio luminoso di un proiettore a indicare grandi occhiali rotondi e un paio di lunghi orecchini rosa. Intorno, tutt’intorno, un irreale mutismo di suoni, colori e respiri, quasi a temere che l’aria possa tornare, che la luce possa cancellare ciò che – in realtà – deve rimanere immobile per il tempo di un eterno, nullo, spettacolo senza fine. E, in sottofondo, il cigolare di una porta a spinta che va e viene da allora, a volersi chiudere ma a non potersi – a ben vedere – chiudere mai.                                                                           L’allora è il 29 maggio 2013. Un allora che ha anche un dove, Milano Porta Romana. Un allora che però è un “sempre” e un dove che si muove e si adatta per non avere limite alcuno. Perché si sta parlando di Teatro, quello grande, che viaggia e che fa storia, che non si ferma, con il tendone sempre aperto a far entrare il mondo tutto da  rappresentare. Una data, dunque. Una dipartita, una mancanza. L’ultimo atto di un’esistenza che è stata spettacolo e che, in quanto tale, ci ha riguardato tutti e tutte: perché noi siamo stati pubblico, claque e comparse, spettatori diretti e indiretti di una vita profonda, carnascialesca, all’improvvisa.

Franca Rame nasce il 18 luglio del 1929. Eppure, credo che sia più giusto far alzare il sipario molto prima, il 25 febbraio 1545: in questa data prende vita la Commedia dell’Arte e Franca Rame è stata commedia, è stata arte. Debutta a otto giorni, in braccio alla sua mamma e – da allora – non si è fermata mai. Piuttosto, è stato il teatro a doversi fermare, nel maggio di sei anni fa, quando l’alito del marito, Dario Fo, non è riuscito ad ancorare qui il corpo e lo spirito di una donna che si è vestita di mille costumi, pur rimanendo sempre, liberamente e orgogliosamente se stessa. Con lei, attraverso i suoi copioni, la sua voce, le sue movenze, l’Italia si è raccontata, negli aspetti foschi, in quelli bui, nei risvolti colorati e in quelli luminosi di storie e tradizioni. “Famiglia Rame presenta” era la scritta con la quale la compagnia della sua famiglia apriva i manifesti e le locandine degli spettacoli. Il padre Domenico, la madre Emilia, il fratello e le sorelle, i cugini, gli zii e altri attori, attrici e mestieranti formavano un gruppo girovago che, di paese in paese, sulla corriera chiamata Balorda – per via dei suoi continui ingolfi, blocchi e ripartenze stentate – andava portando Čechov, Shakespeare, Aristofane e le Sacre Scritture, Hugo, Pirandello e spettacoli incentrati su figure storiche eccellenti (Giordano Bruno, Barbarossa, Cola di Rienzo), nelle piazze e nelle feste, prima attraverso le movenze guidate di marionette, poi con recite dal vivo su palcoscenici improvvisati. Franca Rame cresce così, nutrendosi di arte, strada e colori. Fin da piccola lei è «quella del teatro», quella che lo fa, quella che ci vive, ci mangia, ci si riconosce. Proverà a intraprendere un’altra professione, quella di infermiera, ma sarà un tentativo inutile. Come diceva lo zio Tommaso Rame: «Si nasce tutti con i cerchioni ai piedi, c’è chi calza ruote da bicicletta, chi da macchina e chi da vettura ferroviaria. Tutti vanno di qua e di là, ma chi si muove sui cerchioni di ferro non può sterzare per altra strada: è costretto dalle rotaie a tirare sempre dritto nella sua unica direzione». E Franca Rame aveva ai piedi le ruote raggiate dei carrozzoni itineranti.                                                                             I suoi passi, dunque, calcheranno per sempre le tavole di un palcoscenico, quello familiare, quello della compagnia primaria di prosa di Tino Scotti, fino al connubio sentimentale e artistico con Dario Fo, sposato nel 1954, e con il quale fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame. Nelle loro mani, nelle loro teste, il teatro diventa denuncia, partecipazione politica, megafono e specchio della contemporaneità. Siamo nel 1968, Rame e il marito decidono di uscire dal circuito dell’ETI e di camminare all’interno di una rete propria, prima creando il collettivo La Nuova Scena e poi, distanziandosi da esso, formando un nuovo gruppo chiamato La Comune. Nel periodo delle grandi contestazioni, delle lotte studentesche e operaie, all’alba degli anni di piombo, i due non si tirano indietro. I riflettori del palcoscenico servono loro per denunciare, servono per partecipare, per contestare, manifestare: il teatro diventa lo strillone dell’attualità politica e sociale. Strage di Piazza Fontana, 1969: sulle scene arriva Morte accidentale di un anarchico. Golpe cileno, 1973: il nuovo spettacolo ha titolo Guerra di popolo in Cile e in esso Franca Rame recita la parte della D.C. cilena: «piano con le riforme – dice rivolgendosi ad Allende – essere riformista non vuol dire farle, le riforme, basta prometterle! Altrimenti sei un rivoluzionario e allora paghi!». E tanti, tantissimi altri. Fo scrive e Rame interpreta, con la sua giunonica presenza, bella, bellissima nel suo fisico, ma ancor di più nel suo sentire, come proprio, il dovere di raccontare attraverso l’arma potentissima e assolutamente libera della satira. Quest’arma, però, rischia più volte di essere zittita. Arriva la censura, e non solo quella televisiva che imporrà ai due di lasciare, dopo sei puntate, la conduzione di Canzonissima.  Rame racconta che, nei loro spettacoli, i poliziotti sono presenza fissa anche se non invitata e lei, in una di queste occasioni, decide di mettersi tra di loro e di recitare uno straccio di Michele Lu Lanzone, nel quale interpreta il ruolo di una madre che ha perso il proprio figlio sindacalista, braccato dalle forze dell’ordine e poi ucciso dalla mafia. Il teatro è la sua vita, la sua parola, ciò che ella ha per poter esprimere pensieri, ideali, per poter prendere posizione. E quante volte si è esposta! Scrive copioni di suo pugno; fa propria la lotta femminista degli anni Sessanta e Settanta; appoggia apertamente l’organizzazione Soccorso Militare Rosso impegnata nell’aiuto degli operai che occupano fabbriche e nell’assistenza legale ai militanti della sinistra extraparlamentare incarcerati; prende una posizione chiara e aperta in difesa di Alberto Buonoconto; firma il manifesto degli intellettuali contro il commissario Luigi Calabresi. Vera e propria trapezista di scena, senza rete, con il coraggio pieno di rimanere in alto, in aria, per la “sola” voglia di fare al meglio ciò che meglio sa fare: teatro. Ad un certo punto, cadrà. Sarà spinta, atterrata, messa con la faccia nella polvere sporca e lurida della pista di circo. Nel marzo del 1973, Franca Rame viene rapita da un gruppo di estrema destra e stuprata. Prima, ustionata con sigarette accese sul collo e sui seni; poi, tagliata con una lametta; infine, stuprata. È lei a raccontare.

«C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare. Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando. Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salita su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso? Non lo so. È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini. L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta. Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano? Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura… Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento. Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… Li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi. Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda! Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto. Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature… Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola. Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena. Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Devo stare calma, calma. “Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta. “Muoviti puttana fammi godere”. Sono di pietra. Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male. “Muoviti, puttana fammi godere”. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. “Muoviti, puttana. Fammi godere”. Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie. È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose. “Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”. Ci credono, non ci credono, si litigano. “Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta. Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire.                                                                        Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani. Buio».

[Tutta casa, letto e chiesa, scritto e interpretato da Franca Rame]

Da tutto questo orrore, Franca Rame si alzerà. Sarà il teatro ad aiutarla. Il monologo Lo Stupro è il suo sfogo, ma è – a ben vedere – un dono preziosissimo che ella ha fatto a tutte, a ciascuna di noi. La sua faccia ha raccolto quella di mille altre; il suo corpo martoriato è stato quello di ogni donna umiliata in quanto tale. Non si è risparmiata mai, nemmeno raccontando di aver abortito quando, in Italia, l’aborto era ancora illegale. Il suo è stato un voler dire «siamo insieme, non siete sole, siamo sorelle». Quale regalo avremo potuto chiedere che fosse più grande di questo? Franca Rame se ne è andata, ormai, sei anni fa. E, ormai da sei anni, siamo tutte un po’ abbandonate, smarrite. Stiamo ancora tentando di raddrizzare il passo, di ritrovare l’equilibrio. Di proseguire. È stata una persona giusta, una donna giusta. Una che la protervia l’ha usata non per nascondersi, ma per essere se stessa nel miglior modo ritenesse possibile. E quando ci ha lasciati, lo ha fatto quasi di soppiatto. Si è messa in cammino con poco bagaglio, muovendosi leggera: tutto il suo fare, il suo essere, lo ha lasciato qui. Sopra al palcoscenico ci sono ancora le sue impronte. Lei, che tanto ha viaggiato, è diventata fermata, colonna, monumento, un segno così pesante da non poter essere spazzato. La sua voce ha gridato per farsi sentire fino in fondo, nel buio dimenticato delle ultime file. Ed è da lì, da noi, che deve partire l’applauso. Tutti in piedi, signori. In piedi! Che il pubblico si inchini! Che il Teatro si inchini! La porta a spinta deve rimanere spalancata; la luce del proiettore deve restare accesa; il sipario continui a essere aperto. E gli applausi durino. Ancora e ancora. Che non finiscano mai.

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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