Generazioni S. Le generazioni che inventeranno la sostenibilità

Stiamo assistendo ad un cambiamento epocale nell’arco di poche generazioni. L’antropocene, l’epoca geologica in cui ci troviamo che si caratterizza per l’impatto della specie umana sul pianeta è ad una svolta.

Solo pochi anni fa alcuni osservatori definivano le nuove generazioni dei nati sul finire del millennio afflitte da un futuro non più fiducioso ma divenuto minaccioso (Benasayag, Schmit, L’epoca delle passioni tristi, 2004), coloro ai quali la storia aveva scippato il futuro, tristi, annoiati, privi di ideali, portatori di una sorta di “ideologia post-ideologica”, totalmente piegata compiacentemente su un presente dilatato ma svuotato di passioni.

Parliamo delle generazioni che stanno assistendo al declino dei diritti sociali, alla crisi delle democrazie classiche, ma anche alla crisi dei garanti metapsichici (René Kaës, 2005), quegli ordinatori simbolici del sociale che consentivano e presidiavano ad esempio, tra le altre cose, i passaggi tra i cicli vitali, l’ingresso deciso nella fase adulta, i criteri di ingaggio nelle relazioni, specie quelle fondative, insomma le regole implicite della convivenza sociale. Da queste generazioni in giù nascono i primi fenomeni di ritiro sociale di massa (NEET e Hikikomori), di disimpegno, di arroccamento in mondi virtuali.

Malinconia insostenibile, certo, ma nessuna nostalgia di epoche storiche molto più distruttive di questa, con guerre, totalitarismi, follie collettive per fortuna lasciate alle spalle, almeno in Europa.

È sembrato quasi che fosse obbligatorio che queste generazioni (parlo dei 25-40enni di oggi) dovessero gestire questo passaggio epocale senza avere alcun orizzonte chiaro a cui guardare. Loro sono state il cuscinetto silenzioso e passivo che ha separato un passato violento, ma pieno di speranze, da un presente denso di angosce.

Le generazioni precedenti, quelle nate dall’inizio del secolo scorso fino agli anni 60-70 ce l’avevano eccome un orizzonte a cui guardare: la liberazione dai totalitarismi e la lotta per la libertà, l’affermarsi della democrazia, le battaglie sociali per i diritti, l’emancipazione femminile, l’ascensore sociale e culturale delle nuove generazioni e la rinascita economica dopo la guerra, e poi le battaglie per i diritti sociale e civili, e poi ancora le lotte per le rivendicazioni giovanili e per una società non repressiva e disciplinare.

Sembrerebbe che la storia ci indichi come preferibile un pessimo presente che apre verso un miglior futuro, piuttosto che un placido presente così-così che espropria del futuro e del desiderio di emancipazione e liberazione.

E rieccoci ad oggi. Il lungo addormentamento, la lunga narcosi-narcisistica, sembra volgere al termine. Oggi le nuove e nuovissime generazioni non avranno più il tempo di immalinconirsi perché avranno a che fare con sfide globali senza precedenti.

La loro sfida si chiama SOSTENIBILITÀ.

O troveranno la quadratura del cerchio tra limiti dello sviluppo e sopravvivenza, o saranno nei guai seri. La minaccia che riguardava la generazione immediatamente precedente sembra improvvisamente prendere corpo e diventare attuale. E non siamo in un film americano apocalittico dove arriva l’eroe che ci salva dalla catastrofe all’ultimo secondo. Qui l’emergenza climatica e ambientale globale è tale da richiedere il commissariamento del pianeta, ma non più per invertire i processi disastrosi in corso, ma per ridurne il più possibile l’impatto.

Le generazioni nate a cavallo del millennio e quelle che seguiranno saranno le generazioni della sostenibilità, Generazioni S, quelle che saranno costrette a cercare e trovare nel più breve tempo possibile le strategie globali per modificare le regole dell’economia del mondo, cambiare gli stili di vita di alcuni miliardi di persone, correggere le linee di sviluppo dell’intera umanità, introdurre politiche mondiali sul lungo periodo, impattare le mutazioni introdotte dalle nuove ed emergenti tecnologie, e così via.

Per loro il futuro ha l’aspetto inconfondibile dello scioglimento delle calotte polari e della sommersione delle aree costiere. Ha l’aspetto del crollo del capitalismo finanziario e dello sfruttamento intensivo delle risorse. Ha l’aspetto del capovolgimento della leadership mondiale e di probabili sconvolgimenti sociopolitici. Hanno ben ragione ad essere piuttosto arrabbiate per il regalo che abbiamo lasciato loro.

Queste nuove sfide ci chiedono nuove forme di convivenza, di collaborazione, di forme politiche, sociali, familiari, relazionali. Un rinnovato rapporto con le tecnologie e con l’ambiente, con il resto della vita sul pianeta. Un rinnovato rapporto col tempo, con il lavoro, con l’idea stessa di felicità, con l’idea di libertà.

Non si parla qui di mode che attivano nuove linee di produzione “bio” per romantici decadenti in cerca dell’ultimo tipo di hamburger di tofu. Si tratterà di scelte obbligate da condizioni emergenziali. E sarà un’altra storia.

Nasce perciò la necessità di trovare nuovi pensieri che organizzino i nuovi scenari e traccino le coordinate concettuali su cui muoversi. Nasce l’esigenza cioè di ampliare il concetto stesso di sostenibilità alla vita psichica, relazionale, sociale. Nasce il bisogno di immaginare che la sostenibilità debba essere in primis psico-sociale. Uno strumento culturale, prima ancora che una prassi politica.

La Sostenibilità Psico-sociale è l’applicazione agli ambiti psicologici e sociali del costrutto “sostenibilità” già ampiamente adoperato in ambito ecologico, economico-politico ed infine sociologico.

Nella pur breve storia di questo costrutto, una volta stabilita l’interconnessione tra sostenibilità ambientale e economica e poi tra sostenibilità ambientale-economica e sostenibilità sociale e istituzionale, occorre stabilire un ulteriore passaggio che consenta la chiusura del cerchio. Dice Khan M. A: Il conseguimento della sostenibilità ambientale e economica deve procedere di pari passo con quella sociale e l’una non può essere raggiunta a spese delle altre […] La sostenibilità sociale include l’equità, l’empowerment, l’accessibilità, la partecipazione, l’identità culturale e la stabilità istituzionale. (Sustainable Development: The Key Concepts, Issues and Implications, in Sustainable development, V.3 n.2, 1995)

Occorre cioè stabilire il nesso tra tutti piani della sostenibilità della vita quotidiana, delle relazioni umane, della vita psicologica di ognuno di noi. In tal senso occorre guardare con molta attenzione alla qualità della più ordinaria infelicità che caratterizza i nostri comuni stili di vita, generatori di ansie, depressioni, manie, fobie, compulsioni, somatizzazioni, insonnie, conflitti, solitudini, povertà culturali, etc. Ciò che è sostenibile (o insostenibile) per il sistema ordinatore, lo è anche per quello “ordinato”.

Pur essendo intuitive, le conseguenze relative a queste due condizioni, non sembrano essere state ancora sufficientemente trattate ed esplorate.

Quando parliamo di Sostenibilità Psico-Sociale non si tratta dunque, solamente, di sviluppare una psicologia del comportamento ecologico e pro-sociale (per quanto tali ricerche, già esistenti, risultino utili e importanti), ma è anche e soprattutto lo studio degli attuali stili di vita alla luce dello stato di salute dei sistemi ecologici e antropici in cui l’uomo è attualmente “ambientato”.

Per Sostenibilità Psico-Sociale s’intende, dunque, il criterio di valutazione della nostra qualità di vita in rapporto alle numerose variabili interconnesse, ed in comparazione tra ambiente ecologico-economico-culturale e ambiente psichico e relazionale.

Non solo una mera questione di corrispondenza tra mondo esterno e mondo interno, ma un salto epistemologico, reso necessario dalle mutate condizioni del pianeta e dei sistemi socioculturali ormai sempre più critici, che determini una rappresentazione più complessiva della condizione umana e un superamento degli artifici descrittivi interno/esterno.

Cosa sta accadendo alle nostre vite, alle nostre società, istituzioni, relazioni, comunità, convivenze, famiglie, coppie, amicizie, ma anche alle nostre interiorità? Quali sono i nuovi indicatori interni/esterni che segnalano lo stato di salute delle nostre esistenze? Quali esperienze sono precursori che ci indicano pensieri e pratiche innovative per costruire nuovi e migliori stili di vita nel futuro?

A questo genere di domande dovranno necessariamente rispondere le nuove Generazioni S, nella speranza che tutti noi ce la caviamo.

 

Articolo di Luigi D’Elia

Luigi D'Elia.Foto.jpgLuigi D’Elia, psicologo, psicoterapeuta Gruppoanalista, cura dal 2013 la rubrica La Buona Vita. È autore del volume “Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società” dove esplora i nessi tra comuni stili di vita e conseguenze psicologiche.

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