Veronica Gambara, o del praticare la sorellanza nel Cinquecento

Correva l’anno 1525 quando l’allora autorevole veneziano Pietro Bembo, nel congedare le sue Prose della volgar lingua, diede vita a uno dei fenomeni più vasti e significativi della cultura rinascimentale: consacrando Francesco Petrarca a modello assoluto di vita e di stile, si fece nume tutelare di una tendenza già in atto nella lirica della seconda metà del Quattrocento e le attribuì un fondamento tale da renderla una norma ufficiale alla quale attenersi. In questa prospettiva dell’Italia rinascimentale, a fronte di un’attenzione molto minore rispetto a quella riservata alla sterminata presenza di scrittori di poesie, occupa un posto significativo un gruppo di poete che se pure godettero di una grande fama e gloria in vita furono ben presto dimenticate e, quand’anche ricordate, di certo non per l’acume intellettuale. Se già agli inizi del Novecento si è riscoperta la loro presenza bisognerà attendere, ancora una volta, il decisivo contributo della critica a firma di donne che, nel portare alla luce lo spessore delle loro esperienze, le ha sottratte a un iniquo oblio della memoria.
Il volume Liriche del Cinquecento, a cura di Monica Farnetti e Laura Fortini, si propone come un’antologia di testi accuratamente selezionati da critici e critiche letterarie che hanno posto l’attenzione su alcuni dei tratti peculiari e caratteristici della lirica a firma di donne, contravvenendo a una tradizione critica esistente che invece le relegava ai margini, ritenendole poco interessanti, quando non addirittura cattive imitatrici, e che si sono prefisse l’obiettivo di restituire loro tutta la carica innovativa con cui avevano calcato il palcoscenico della letteratura del Cinquecento. Come sostiene Monica Farnetti nell’introduzione al volume, «La lirica femminile cinquecentesca aderisce alla tradizione, assumendone i temi e fondamenti platonici (l’amor terreno e la sua perdita, l’aspirazione all’amore divino e la consolazione della poesia) nonché i fatti metrici e gli aspetti formali, di lingua, di stile e di genere letterario […] tuttavia la poesia femminile, apparentemente ben inserita nel canone e così adattabile al codice petrarchesco, lavora a ben vedere più sulla differenza che sull’omologazione, o imitazione che dir si voglia, e per apprezzarla occorre individuare con cura la particolare posizione di equilibrio fra tradizione e innovazione, o di incrocio fra norma e scarto, nella quale e sulla quale essa si colloca e si sostiene. »
Esemplificativa in questo senso è l’esperienza letteraria e politica di Veronica Gambara.
Nata nel 1485 dal conte Gianfrancesco e da Alda Pio, della famiglia dei signori di Carpi, a Pratalbonio (attuale Pralbonio), nel bresciano, ricevette un’educazione umanistica, dedicandosi allo studio del latino, della filosofia e della teologia. Praticava già la poesia quando sposò Gilberto X, signore di Correggio, dal quale ebbe due figli, Ippolito e Girolamo. Alla morte di lui, avvenuta nel 1518, amministrò con oculatezza lo Stato di Correggio, vestendo sempre a lutto, disponendo che i suoi cortigiani vivessero in modo austero e morigerato. Una prudenza che le consentì di gestire gli affari e le relazioni con i potentati, tanto da ricevere a più riprese la visita di Carlo V, e di garantire protezione alla sua famiglia in occasione degli scontri tra veneziani e francesi per il predominio sull’Italia del nord, che raggiunse il momento apicale con l’assedio di Brescia del 1512, ma anche negli anni a venire. Una vita non facile quindi, vissuta sempre sull’orlo di un precario equilibrio che, se pure in qualche modo la rallentò nel praticare l’attività letteraria, mai la distolse del tutto. Anzi, Gambara si distinse, come altre poete a lei contemporanee, tra le più note del Cinquecento italiano ‒ su tutte Vittoria Colonna, con la quale instaurò un nutrito scambio epistolare e rispetto alla cui produzione dedicò delle chiose ‒ per la sua capacità di conciliare l’impegno politico con la scrittura, frequentata non a partire da una volontà programmatica, come erano soliti fare gli scrittori, quanto piuttosto favorevole a misurarsi solo apparentemente con il modello petrarchista per poi farlo implodere dall’interno.
Malgrado avesse instaurato relazioni intellettuali con numerosi letterati e uomini illustri dell’epoca, come Bandello, Ariosto, Aretino, per citarne alcuni, fu proprio con Bembo che Gambara stabilì una costante corrispondenza epistolare tanto da assumere, secondo certa critica, i tratti di una “fedeltà”, che però era in qualche modo ricambiata dallo stesso, come testimoniano alcuni sonetti delle Rime a lei dedicati: una reciproca attestazione che può – e dovrebbe ‒ essere letta secondo Fortini alla luce della categoria arendtiana di vita activa, e cioè portando allo scoperto il contributo decisivo delle donne nel progetto bembino.
Gambara produsse differenti tipi di componimenti ‒ per lo più sonetti, ma anche madrigali e frottole; fu autrice di lettere, nelle quali è possibile notare un linguaggio più arguto e vivace pur nell’immutato tenore poetico. La prima edizione critica delle Rime apparve in volume nel 1989, a seguito di precedenti e sparse edizioni, fino alla più recente e organica raccolta di sessantasette componimenti ricostruita a fatica da Allan Bullock nel 1995. La sua opera omnia, pur guardando all’eleganza formale della scrittura di Bembo e Petrarca, si distingue per assenza delle tipiche canzoni e sestine contenute nei loro canzonieri, e per presenza delle stesse tematiche ‒ il sentimento d’amore, il lutto, l’attività poetica ‒ frequentate però con un procedere interrogativo volto a interloquire con chi è altro o altra da sé, elemento caratterizzante la scrittura a firma di donne e di immensa portata innovativa per l’epoca.
Fu sepolta a Correggio nel giugno 1550, cinta con un ramo di ulivo, simboleggiante la pace, per la quale a lungo si prodigò nel corso della sua vita, e uno di lauro, ovvero la poesia, a testimoniare la perfetta commistione di vita attiva e contemplativa che la contraddistinse. Ed è proprio in occasione dell’anniversario della sua morte che è bene ricordarla anche e soprattutto per una lirica (numero 42 dell’edizione Bullock) che scrisse con un intento celebrativo nei confronti di un’altra poeta, rappresentando così una delle prime donne ad aver messo su carta una forma di riconoscimento del valore di un’altra donna:

O de la nostra etade unica gloria,
donna saggia, leggiadra, anzi divina,
a la qual reverente oggi s’inchina,
chiunque è degno di famosa istoria:
ben fia eterna di voi qua giù memoria,
né potrà il tempo con la sua ruina
far del bel nome vostro empia rapina,
ma di lui porterete alma vittoria.
Il sesso nostro un sacro e nobil tempio
dovria, come già a Palla e a Febo, farvi,
di ricchi marmi e di finissim’oro,
e poiché di virtù siete l’esempio,
vorrei, Donna, poter tanto lodarvi,
quanto vi riverisco, amo ed adoro.

Dedicata a Vittoria Colonna, e con essa, a tutte le donne di talento e valore che supportano altre donne. Insomma, un insegnamento da cui dovremmo trarre ispirazione tutte e tutti noi.

Opere
Gambara, Veronica, Le Rime, a cura di Alan Bullock, Department of the Italian, Perth, The University of Western Australia, Olschki, Firenze 1995
Bibliografia critica
Monica Farnetti, “Poetriarum octo fragmenta”, Liriche del Cinquecento, a cura di Monica Farnetti e Laura Fortini, Iacobelli editore, Roma 2014, pp. 9-23
Laura Fortini, “Veronica Gambara”, Liriche del Cinquecento, a cura di Monica Farnetti e Laura Fortini, Iacobelli editore, Roma 2014, pp. 25-62

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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