I bambini selvaggi. Fra abbandono e linguaggio

Nel 1894 venne pubblicata per la prima volta una raccolta di storie dal titolo Il libro della giungla ad opera dello scrittore inglese, premio Nobel per la letteratura, Rudyard Kipling. Fu uno straordinario successo. Il personaggio principale di questi racconti è un piccolo umano, Mowgly, cresciuto nella giungla, a seguito della prematura morte del padre ed allevato dai lupi. Gli altri personaggi dei vari racconti di cui è composta l’opera, in gran parte animali, insegnano al piccolo come è opportuno comportarsi e si fanno portatori di lezioni di carattere morale che, attraverso una serie di prove, il piccolo è chiamato ad acquisire. L’opera è oggi parte dell’inestimabile patrimonio letterario costruito nel passato, per dirla in termini editoriali è un “classico” intramontabile anche grazie alla trasposizione cinematografica, datata 1967, ad opera dello studio di animazione Walt Disney. Tuttavia, la storia di Mowgly è chiaramente una narrazione molto fantasiosa. È piuttosto improbabile che degli animali possano farsi portatori di lezioni di civilizzazione e, senza nulla togliere agli animali, la visione kiplingiana è volutamente antropomorfa. Ma cosa succederebbe in realtà se dei bambini si ritrovassero a dover vivere un’esperienza simile a quella vissuta dal piccolo Mowgly? Cosa ne sarebbe veramente della loro moralità? Soprattutto: quale e come sarebbe il loro linguaggio?

Il presupposto per “essere simili a Mowgly” è uno: l’isolamento dagli altri esseri umani. Questo isolamento, per compromettere (almeno in parte) l’apprendimento del/della bambino/bambina, deve essere protratto per un certo lasso di tempo. La storia è tristemente costellata da notizie riguardanti questi bambini, detti appunto selvaggi. Citando alcuni casi si potrebbe partire dall’esemplare storia di Victor dell’Aveyron, un bambino che nel 1800 fu trovato nei boschi del Massiccio centrale in Francia. Al momento del ritrovamento il piccolo era completamente nudo ed inizialmente fu creduto sordo. Gli studiosi del tempo si posero subito un quesito fondamentale: qual è l’intelligenza di un bambino cresciuto completamente isolato? Ovviamente il piccolo dimostrava comportamenti animaleschi, un ordine dei sensi piuttosto inusuale (l’olfatto risultava il più sviluppato) e, cosa alquanto curiosa, una sorta di insensibilità ad ogni tipo di dolore morale. Condotto a Parigi e vestito come si addiceva ad un bambino parigino il piccolo venne immediatamente sottoposto ai più diversi controlli ed a svariati tentativi di fargli apprendere l’uso della parola. Nello sbigottimento generale degli studiosi, fiduciosi che le sole bellezze dell’Île de France sarebbero state sufficienti a spingere il fanciullo all’esprimersi, il piccolo continuava ad emettere solamente qualche verso gutturale che, almeno in apparenza, risultava del tutto privo di significato. Dopo una serie di peripezie educative (sempre relative alla volontà di insegnargli a parlare), tutte conclusesi in fallimenti, uno degli studiosi riuscì ad ottenerne l’affidamento, convinto che il mutismo del ragazzo fosse dovuto all’isolamento e certo che sarebbe riuscito nell’agognato intento di far parlare il bambino. Molto lentamente il bambino iniziò a diventare più reattivo, lentamente imparò a riconoscere i suoni e, ancor più lentamente, ad associare parole ad oggetti. Tuttavia, nonostante non si possa escludere che Victor soffrisse di autismo o di alcuni deficit, egli non imparò mai a parlare.

Altrettanto esemplari sono le storie di Anna e di Genie, ambedue verificatesi nella seconda metà del Novecento. Anna era figlia illegittima di una donna che, per timore delle ire paterne, aveva preferito nasconderla alla vista del padre (seppur perfettamente conscio della nascita della bambina). La madre lavorava nei campi dalla mattina presto alla sera tardi. Nessuno parlava con Anna, nessuno le chiedeva di rispondere. Quando le autorità la portarono via Anna non sapeva parlare, non sapeva camminare e non dimostrava i comportamenti che indicano intelligenza o comprensione. Con moltissima fatica riuscirono nell’agognato tentativo di farle esprimere qualche parola. Anna imparò anche a «seguire le direzioni, infilare perline, identificare qualche colore, fare costruzioni […], aveva un buon senso del ritmo e voleva bene a una bambola» (Alexander-Thompson, 2010). Morì a dieci anni e mezzo per complicazioni relative alla malnutrizione che aveva subito. Genie fu ricoverata in un ospedale pediatrico di Los Angeles all’età di tredici anni. Aveva passato gran parte della sua vita legata in uno stanzino senza finestre. Quando fu ricoverata non sapeva parlare, ma dopo un breve periodo di tempo cominciò a rispondere alle parole delle altre persone e a cercare di imitarne i suoni. Il costante e notevole sviluppo della capacità di produrre e capire un numero piuttosto elevato di parole non era tuttavia accompagnato dallo sviluppo di un linguaggio grammaticale complesso. Continuò ad ampliare il numero di parole conosciute e comprese ma la sua competenza grammaticale rimase piuttosto bassa.

Da ultimo, per citare una notizia abbastanza recente, si pensi alla bimba di otto anni ritrovata nelle foreste della riserva naturale di Katarniaghat nell’Uttar Pradesh, India. Al momento del ritrovamento la piccola camminava utilizzando mani e piedi, non conosceva alcuna lingua e viveva con un gruppo di scimmie. Si sono rese necessarie diverse settimane prima di riuscire a convincerla ad abbandonare la foresta. Aggiornamenti sul caso sembrano testimoniare che la bambina non fosse realmente “cresciuta” con le scimmie quanto, piuttosto, abbandonata a causa di alcuni deficit. Nonostante questo, ciò che interessa il nostro discorso non è “chi si occupa” di una bambina durante la sua crescita (ammesso che un gruppo di scimmie possa esaustivamente occuparsi di un cucciolo umano) quanto “come”.

Victor, Anna, Genie, la piccola “innominata” della foresta indiana hanno qualcosa in comune: l’isolamento, protratto per un certo lasso di tempo, dai propri simili. Ma quali conseguenze ha, o potrebbe avere, questo isolamento? Partendo dal presupposto che l’essere umano è un essere socievole e che si può amare la solitudine quanto si vuole ma l’eccessivo isolamento dai propri simili conduce ad una siccità interiore, quali conseguenze ha questo isolamento quando coincide con una fase così delicata e particolare come quella dello sviluppo del/della bambino/bambina? Rispondere a questi quesiti non è impresa semplice. In particolare, per quanto concerne specificatamente il linguaggio. Il rischio è quello di imbattersi in posizioni molto diverse fra loro e radicalmente ancorate nelle visioni che intendono salvaguardare come “unica possibile”. Tentandodi evitare i “sacerdoti delle ideologie”, possiamo provare a proporre una sintesi di alcune delle linee teoriche, nel tentativo di dare qualche risposta. Si potrebbe, dunque, partire da un assunto che molti/e trovano condivisibile: l’essere umano ha una naturale predisposizione all’acquisizione del linguaggio. Appurato questo, per gli scopi che ci interessano la domanda dovrebbe essere: tale naturale predisposizione può risultare compromessa? È noto da molto tempo che l’emisfero sinistro del cervello ha una evidente specializzazione linguistica (seppur non è da sottovalutare il ruolo dell’emisfero opposto). Tale specializzazione viene spesso chiamata lateralizzazione. Il processo di lateralizzazione comincia nella prima infanzia, in coincidenza con il periodo in cui ha luogo l’acquisizione del linguaggio. Sembrerebbe che l’acquisizione del linguaggio sia maggiormente facilitata in un periodo abbastanza preciso: dalla nascita alla pubertà. Questo non significa che non sia possibile acquisire il linguaggio all’infuori di tale periodo, quanto, piuttosto, che acquisendolo successivamente il procedimento potrebbe risultare diverso sia per quanto concerne le aree cerebrali interessate, sia per quanto concerne l’effettiva padronanza grammaticale. Risulta evidente che, anche se esistono prove contrarie, un/una bambino/bambina non riesca ad acquisire il linguaggio se non è esposto ad esso. La risposta alla domanda: perché questi bambini e queste bambine non parlavano potrebbe, dunque, intuitivamente essere: perché non erano stati esposti/e al linguaggio. Tuttavia non è sempre così. Anna, per esempio, era esposta (seppur per brevissimo tempo) a qualche discorso della madre. Ancora, Genie, durante la terribile violenza fisica e psicologica cui era stata sottoposta (legata a una sedia), aveva sicuramente avuto modo di sentire i suoi aguzzini parlare. Il punto è che, sia ad Anna che a Genie, non venivano mai fatte domande, non veniva mai chiesto loro di rispondere. In altre parole era completamente assente la stimolazione all’utilizzo della parola. Escludendo il triste caso di Victor, Anna imparò qualche parola prima di spegnersi e Genie sviluppò il linguaggio (seppur non riuscì nell’intento di dar ita a una grammatica complessa). Tali osservazioni, ed ulteriori ricerche che per brevità non citeremo, potrebbero portare alla conclusione (dalla maggior parte condivisa) che le carenze linguistiche provocate dall’isolamento possano essere, in un certo qual modo, parzialmente recuperate. Parzialmente perché è appurato che la plasticità cerebrale tipica dell’infanzia permette, nel caso in cui l’isolamento venga interrotto in concomitanza con tale periodo, un più facile recupero. Dunque, nonostante le compromissioni, la naturale predisposizione al linguaggio riuscirebbe comunque a trovare il suo corso.

Nella drammaticità di questi casi c’è, tuttavia, qualcosa che non può essere sottovalutato e che, anzi, potrebbe essere fonte di un qualche conforto. Partendo dal presupposto che il linguaggio ha un certo ruolo nella costituzione dei pensieri e considerando i pensieri come presupposti della moralità, possiamo concludere che, non avendo conosciuto nessun’altra realtà se non quella in cui erano stati cresciuti, non abbiano sofferto troppo. Mettendo momentaneamente da parte l’interesse scientifico per l’acquisizione del linguaggio, rimane la certezza che a nessun essere vivente, in particolare se fragile quanto fragili sono bambine e bambini, andrebbe riservato il trattamento che fu riservato ad Anna ed a Genie.

 

Articolo di Ettore Calzati Fiorenza

gJaZLDNRRomano e orgoglioso cittadino d’Europa. Ossessionato dalla comunicazione, sostenitore della scienza e dell’importanza del dubbio perché, in fondo, quasi nulla di cui ci crediamo certi è effettivamente tale. Tra i miei interessi principali rientrano anche la letteratura, le arti figurative e la musica. “Le parole sono tutto quello che abbiamo” e per questo faccio del mio meglio per mantenere quelle date, usque ad finem.  

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