Il valore della parità

Noi non vogliamo che le donne italiane aspirino ad un’assurda identità con l’uomo. Vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere tutte le loro forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese.

On. Teresa Mattei                                                                                                                Assemblea Costituente                                                                                                                  18 marzo 1947

Non è per culto del vintage richiamare a distanza di 70 anni i principi di uguaglianza della Costituzione enunciati con chiarezza nell’Art. 3 e nell’Art. 37. Apparsi rivoluzionari e di rottura con la cultura fascista di quel tempo nel nostro Paese. Sentiamo l’esigenza di farli ancora più nostri, considerato che negli anni li abbiamo dati per scontati, ritenendo pure superfluo aver sottoscritto allora il principio di uguaglianza tra i sessi.

Davanti a noi la realtà, l’uguaglianza non così tanto compiuta, di stessi diritti tra uomini e donne, stesse retribuzioni e parità di lavoro. Gli ostacoli di ordine economico e sociale hanno avuto la meglio sull’intenzione dei principi enunciati, che hanno mostrato la loro debolezza visto che se ne continua a parlare dopo 70 anni.

La parità non è una questione di diritti, è anche un investimento, rappresenta un fattore produttivo che può contribuire alla crescita e allo sviluppo economico. Uno studio condotto dall’Università Bocconi ha sottolineato l’importanza dell’occupazione femminile come motore di sviluppo e incremento del PIL. Una lavoratrice aumenta la domanda di servizi e di istruzione, rafforza il reddito familiare e riduce il rischio di povertà, incidendo sul tasso di natalità.  Tuttavia, studi e buoni propositi non sono sufficienti a correggere il tiro sul differenziale salariale. La mancanza di pari opportunità aumenta quel divario che ricade sulla donna nel momento in cui c’è la necessità di sottrarsi al mondo del lavoro per la maternità, per la cura di familiari anziani a carico o per gravi handicap. Quando non rinunciano del tutto a lavorare spesso accettano di occupare posti meno qualificati.

Il Gender Pay Gap, è l’indice che evidenzia le differenze retributive tra i generi, è la cartina tornasole delle discriminazioni a cui sono soggette le donne nel mondo del lavoro. La maternità limita il tempo, quindi a parità di lavoro la lavoratrice guadagnerà meno. Gli stereotipi culturali influenzano l’opinione aziendale, ipotizzando che le mamme-lavoratrici dedicheranno più tempo al lavoro domestico, bloccheranno le carriere e solo poche raggiungeranno i vertici di impresa. Eppure, le donne investono in istruzione, per costruirsi una propria identità, per un maggiore potere decisionale in famiglia. Inoltre, per quanto le competenze femminili non siano inferiori a quelle maschili la divisione del lavoro di cura risulta ancora marcata.

L’Unione Europea lo definisce “il divario retributivo tra uomini e donne non corretto”. Il “non corretto” si riferisce alle tabelle contrattuali (sulla base della retribuzione media lorda) e fa dell’Italia uno dei Paesi più virtuosi, rientrando grazie a ciò nella media europea. Ma aldilà delle apparenze se consideriamo il reddito complessivo annuale, quindi “corretto” da tutta la serie di scelte lavorative delle donne, le cui conseguenze sono visibili nel lungo periodo, emergono i dati reali.

Nel Report 2017 del Global Gender Gap, l’Italia è all’82° posto su 144 Paesi esaminati. Nel 2016 eravamo al 41°, nel 2015 al 50°. La differenza retributiva tra un lavoratore e una lavoratrice è fino a 300 euro. Il vistoso regresso continua a dimostrare che l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminili sono obiettivi ancora lontani da raggiungere.

L’Unione Europea ha cercato di attivare diverse politiche per migliorare il gap salariale come Il Piano di Azione della Commissione Europea per il 2017 – 2019 sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata, con lo scopo di eliminare il divario retributivo, che impegna i Paesi Europei in otto punti nei due anni attraverso iniziative per far emergere disuguaglianze e stereotipi, sociali e culturali, per combattere la segregazione occupazionale, evidenziando il valore delle competenze delle donne. Se non raggiunti entro la fine del 2019 Il Comitato Economico e Sociale Europeo potrebbe invocare misure legislative in materia di sanzioni.

Ci auguriamo nel nostro Paese, tutte le parti a cui compete farlo, si occupino di intervenire, riconoscendo l’esigenza di adeguate politiche di ridistribuzione della ricchezza, nel valore delle differenze tra i generi, nell’interesse a costruire misure sociali per tutti, nell’equilibrio tra diritti e doveri per far sì che le intenzioni della Costituzione si traducano in realtà concrete.

 

Articolo di Grazia Mazzè

mhwNRz55Grazia Mazzè è nata e vive a Palermo. Da circa 30 anni è in distacco per attività sindacale. Segretaria Regionale di categoria del settore della chimica, energia e tessile della UIL, è impegnata da sempre nell’attività dei Coordinamenti Pari Opportunità e Politiche di genere, a livello regionale e nazionale. È la referente del gruppo Toponomastica femminile per la città di Palermo.

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...