N come nudità

Che cos’è il pudore? Forse il più inattuale, il più frainteso dei termini.
Virtù o concetto, appare desueto, evoca un mondo per cui non proviamo nostalgia. Era con la coltre del pudore che le società di un tempo coprivano le pratiche sessuali e perfino i corpi, perché non rischiassero di minare l’ordine sbilanciato dei costumi fondato sul matrimonio, con i sacrifici e le restrizioni che esso imponeva alle donne.
La sessualità umana si costruisce entro contesti datati: la nostra entro una tradizione marcatamente sessuofobica, nel quadro di regole di normalità (“il comune senso del pudore”) che la cultura maschile ha preteso di definire facendosi portatrice di certezze e affidando a direttori di coscienza obbligati alla castità, nel segreto dei confessionali, il controllo delle camere da letto e i dettami della continenza morale. Per secoli abbiamo identificato il pudore con la salvaguardia della sfera sessuale e l’abbiamo interpretato come inibizione del piacere.
San Girolamo affermava addirittura che le fanciulle non devono fare il bagno, per non essere costrette a vedere le proprie nudità! Ricordate il principe di Salina che confidava di aver avuto sette figli senza mai aver visto la moglie nuda?
Il prezzo l’abbiamo pagato caro: come ricaviamo da molte testimonianze, per le nostre nonne la sessualità è stata inibizione, vergogna, imbarazzo, estraneità e silenzio, spesso associati a paura e sofferenza, sempre a ignoranza.
‘Oscenità’, ‘osceno’ sono le parole utilizzate per mettere “fuori scena”, ossia fuori dalla vista comune, tutto ciò che risulta contrario ai dettati della morale vigente sulla sessualità. è accaduto però infinite volte che poesie, romanzi, opere teatrali, quadri, film bollati di oscenità, e quindi ufficialmente sottratti alla fruizione del pubblico, fossero con gli anni inglobati nel patrimonio culturale collettivo.
È forse comprensibile che, come reazione, oggi il pudore venga osteggiato come forma di oscurantismo. Lo si è trasformato in un valore ridicolo, rivelatore di sintomi patologici, indice di un’inibizione fuori posto: l’abolizione del pudore viene avvalorata come manifestazione di schiettezza e di coraggio. I maggiori sdoganamenti linguistici si avvertono nelle aree legate agli organi e alle attività sessuali: un fenomeno talmente macroscopico da essere percepibile senza particolari analisi.
In materia sessuale – il più discusso ma non il solo degli ambiti possibili – il pudore però non va confuso con la normativizzazione della sessualità, con la censura moraleggiante, con la negazione o la recinzione del corpo proprio e altrui, con i centimetri di pelle esposti o con il numero di rapporti: è piuttosto oggi domanda di un più raffinato processo di simbolizzazione degli sguardi, di contro alla sguaiataggine e al ciarpame del voyeurismo e dell’esibizionismo. Nessuna parte del corpo umano è impudica; impudico è lo sguardo di chi per trarne guadagno strumentalizza alcune parti del corpo separandole dalla persona.
Innato o culturale che sia, il pudore può essere una delle dimensioni dell’autoconsapevolezza, il sentimento dei confini della propria privatezza, il bisogno di proteggersi da intrusioni invasive. Lo spiegava George Simmel nel 1901 (Sulla psicologia del pudore): non è questione di pudenda, ma di vigilanza sui confini del sé più intimo.
Cerchiamo la differenza analizzando le parole.
Altro è l’ipocrisia (che nasconde aspetti della nostra personalità che non vogliamo mostrare), altro è il pudore (che nasconde ciò che decidiamo di preservare da sguardi indiscreti). Esso è diverso anche dalla vergogna, che si correla a qualcosa di disonorevole (non = aver fatto qualcosa di male, ma = temere la gogna, ossia l’esibizione pubblica).
Sono mutati i modi, i luoghi e i limiti della raffigurazione pubblica di se stessi/e: è impressionante quanti e quali particolari le persone siano disposte a raccontare delle proprie vite al solo scopo di essere al centro dell’attenzione. La definirei una pornografia emotiva, che parte dai gossip sui vip e arriva ai signori nessuno dei social network.
I sentimenti sono denudati ed esibiti come merci; confessioni scabrose, sfoghi forsennati, nulla rimane nel segreto; è lo stesso individuo, in preda al narcisistico desiderio di visibilità, a consegnare a milioni di sconosciuti la propria intimità, secondo tracciati di ostentazione corrispondenti a format televisivi che vengono acclamati come espressioni di sincerità.
È pop invitare le telecamere a indugiare sulle scollature o sul “lato B” delle ospiti più avvenenti, fare battute a doppio senso e complimenti pesanti; è consuetudine frugare senza riguardi nella vita privata anche delle vittime di delitti atroci. Il Grande fratello e i suoi cloni postribolari, con i loro protagonisti disinibiti mostrati come pesci in un acquario, hanno il solo proposito di titillare la curiosità morbosa dei/delle telespettatori/telespettatrici.
È insomma consolidato il regime biospettacolare della pornocrazia. Il termine è stato coniato dal filosofo Dany-Robert Dufour, che ne La cité perverse sottolinea la nuova rilevanza di una società pornografica di massa, dove ‘pornografia’ significa messa in scena ostentata di un sé che è ‘impudico’ esporre in pubblico, e dove il pudore viene messo in stato d’accusa o come espressione di finzione o come manifestazione di uno stato patologico di inibizione.
In tutto questo c’è una triste coerenza: se il pudore è difesa dell’individualità, perché dovrebbe esistere in una società omologata nell’ossimoro stridente dell’individualismo di massa?

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

 

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