Social network e bisogni educativi speciali

Paola ha quindici anni, un bel viso sorridente, occhi neri e profondi, appena velati da una vaga tristezza intuibile solo a un’attenta osservazione. In classe con lei, nella prima di un istituto superiore di provincia, si ritrovano quotidianamente tra i banchi di scuola ventiquattro compagni e io, l’insegnante di sostegno. Perché Paola ha un disturbo della sfera affettivo-relazionale.
Da tutte le scartoffie ben documentate degli specialisti che l’hanno avuta in cura, si capiscono chiaramente due cose: primo, che questa adolescente ha un rapporto estremamente difficoltoso con la madre, che ama visceralmente e con la quale altrettanto intensamente si scontra in battaglie psicologiche all’ultimo sangue; secondo, che ha difficoltà a relazionarsi in maniera efficace e positiva con i coetanei. Già dalle prime settimane di scuola, accanto a queste caratteristiche, ne appaiono subito altre molto evidenti, con ogni probabilità legate all’età.
Paola parla insistentemente di ragazzi, fotografa col cellulare qualsiasi rappresentante del genere maschile che le passi accanto, la sua gestualità e il linguaggio sono decisamente espliciti e spesso volgari.
Forse è la sua risposta al disagio che la patologia le procura. Perché a quindici anni, se hai un disturbo nella sfera relazionale e affettiva, vivi in un inferno. La tua fragilità si incunea come una grossa lama in quello spazio vitale ed essenziale che è la ricerca dei coetanei e blocca gli ingranaggi della socialità. Trovare punti di contatto con gli altri diventa un’impresa dolorosa e spesso impossibile. Mentre tutti attorno a te sono immersi nella dimensione di gruppo e creano legami, reti sociali (così importanti in adolescenza), tu resti ai margini, inesorabilmente.
È in questo spazio di dolore e solitudine che a Paola pare di trovare un buon salvagente nell’utilizzo dei social. Un’idea apparentemente buona, ma che si rivela da subito piena di insidie. Dopo sole tre settimane di scuola, un compagno di classe risponde a una sua richiesta di amicizia con un sms in cui le domanda alcune foto nuda. Per fortuna lei non abbocca e informa noi insegnanti, che facciamo la nostra parte con decisione e prontezza. Ma non passa molto tempo che Paola mi mostra un paio di fanpage che qualche ignoto ha creato in Instagram sul suo conto. Tra le frasi più carine che ci leggo sopra troneggiano espressioni che neppure io, che sono piuttosto avvezza al linguaggio giovanile, ho il coraggio di riportare. Sembra il profilo di una porno star navigata. La mia reazione è di grandissima preoccupazione. Paola mi informa che ha provveduto a bloccare le fanpage e commenta sogghignando che il mondo è pieno di cretini.
Tuttavia, mentre ridacchia facendo spallucce, noto che ha un’aria visibilmente imbarazzata: non riesce a guardarmi negli occhi, saltella sul posto senza apparente motivo. Perché? Non per le volgarità che le è toccato condividere con me – quelle escono quotidianamente anche dalla sua bocca – e neppure perché sa che le pagine virtuali sono rimaste visibili in rete per chissà quanto tempo.
Ciò che le procura imbarazzo è la consapevolezza di avere comportamenti ambigui, che rendono più probabile la comparsa di certi giudizi sul suo conto da parte di chi le sta attorno. Sa benissimo di offrire un’immagine di sé distorta, all’esterno, di fare e dire spesso cose che ben si sposano con l’idea della “ragazza facile”, disponibile, leggera, ma questa è la sua condanna, il marchio del suo disturbo e lei non ha idea di come fare a combatterlo, come poterne uscire. Paola è cosciente che ciò che fa e che dice è sbagliato e fraintendibile, ma non riesce proprio a evitare di farlo e di dirlo, perché quello è il solo comportamento adattivo che ha trovato per stare a galla, per darsi una identità sociale. La maschera della buffona un po’ facile e disinibita la fa sentire protetta e riconosciuta. Lei ha imparato a funzionare così, il suo disturbo l’ha portata a essere e a comportarsi in quel modo e ora non le offre alternative. Questa ragazzina in difficoltà mi guarda con l’imbarazzo di chi si sente ingabbiata in un ruolo di cui lei stessa è stata artefice, per far fronte a un destino di solitudine. Per me, che le sono accanto tutti i giorni, è una gran fatica sentire il suo dolore e cercare di aiutarla. Bisogna smantellare la maschera, offrirle comportamenti adattivi alternativi ed efficaci, partendo dalla convinzione che lei può essere altro e meglio. Un lavoro lungo e snervante, che parte dal recupero di un’autostima finita da tempo chissà dove.
Facciamo un progetto interdisciplinare sull’utilizzo consapevole dei social, proviamo a lavorare con l’intera classe sull’immagine di sé, sui talenti, sulle strategie di comunicazione, sul linguaggio verbale e non-verbale. Ma mentre il cammino educativo traccia i suoi orizzonti nei tempi necessari, gli eventi ci travolgono con una velocità disorientante. Paola riceve spesso nuove richieste di amicizia in Instagram, praticamente tutte da parte di maschi e con chiari riferimenti sessuali («Ciao, sei vergine?» – «Se ti do l’amicizia, tu mi dai in cambio …?» – «Mi hanno detto che sei una che ci sta, mi confermi?» ecc.). Il fiume dei social è inarrestabile. In classe qualche piccolo gesto di solidarietà arriva da parte delle compagne, ma sono azioni isolate, faticose e stentate. Perché aiutare chi ti rompe le scatole tutto l’anno con le sue sparate da maniaca del sesso non è facile. Paola è faticosa da sopportare, parla sempre delle stesse cose, è invasiva, sembra ricercare spasmodicamente l’attenzione. Per un’adolescente capire che si tratta di atteggiamenti condizionati da un disturbo non è immediato, neppure se glielo spieghi.

E poi arriva il 25 aprile. La scuola è chiusa. Paola vive in un piccolo paese i cui abitanti si conoscono più o meno tutti ed è a casa da sola.  Quando vede passare davanti al suo cancello una tartaruga, la cosa le sembra strana. Si porta in casa l’animale, chiede tra i vicini, ma nessuno ne sa nulla. Così attiva i suoi contatti e manda a tappeto la foto della bestiola agli amici dei social. Nel pomeriggio riceve un sms su Telegram da un numero sconosciuto, il cui intestatario dichiara di essere il padrone della tartaruga. Paola non sa da chi l’ignoto abbia avuto il suo contatto e non si preoccupa di chiederglielo. Senza pensarci troppo, fornisce il suo indirizzo all’anonimo sedicente padrone della tartaruga e aspetta che qualcuno si presenti alla porta. Non sa che aspetto avrà, se sarà giovane o vecchio, ma il suo cuore di adolescente è in festa all’idea di aver compiuto una buona azione. Il mio, invece, nel sentire il racconto il giorno successivo, sta per uscire dal petto. In che guaio enorme avrebbe potuto cacciarsi? Chiunque, sapendola sola in casa, avrebbe potuto approfittarsene; tanto più che sul suo conto sono girate e ancora circolano informazioni e maldicenze di ogni tipo. Per fortuna si presenta alla porta della villetta di paese un brav’uomo di mezza età, che si riprende la tartaruga ringraziando. Ma quanti orchi avrebbero potuto celarsi dietro quel numero anonimo di cellulare?
L’ultimo mese di scuola, per finire in bellezza, la mia alunna e Guido, uno studente con disabilità intellettiva che frequenta la classe accanto alla nostra, si presentano al laboratorio artistico con la richiesta di mostrare ai compagni le coreografie che hanno caricato su Musical.ly. Che diavolo è questa cosa? mi chiedo, disorientata. Ed ecco che, con l’aria paziente di chi sa di dover spiegare la modernità a una matusa quarantenne, i ragazzi mi mostrano le meraviglie di una applicazione che consente di filmarsi per un massimo di quindici secondi mentre si balla su una base preregistrata. Ovviamente il tutto è reso più accattivante dalla possibilità di inserire effetti speciali e condividere con chi si vuole il prodotto della propria creatività. Semi svenuta, osservo i video di Paola e Guido: lei sembra una velina da talk-show di quarta categoria, lui balla con in bocca una scarpa. Mai la disabilità di un mio alunno mi era parsa più evidente che in quei quindici orribili secondi di filmato. «Ma siete scemi?» chiedo loro senza mezzi termini. Lì per lì non si offendono, ma neppure capiscono la mia reazione. «Prof, è divertente! Si possono fare un sacco di varianti e poi ti vedono tutti!» Appunto. Quello che gli altri guardano è una sgallettata che dimena il sedere davanti al cellulare e un idiota che si mastica una scarpa da ginnastica. Che cavolo di immagine volete offrire di voi, ragazzi, accidenti? Svegliatevi! Non capite che il sistema vi sta fagocitando, che vi strumentalizza, che pagherete quei quindici secondi di gloria con la vostra dignità personale? Non so come fare a far loro capire tutte queste cose. Al momento mi sento solo male. Ma perché la pedagogia deve essere sempre in ritardo? Perché ogni volta dobbiamo inventarci la cura quando ormai la malattia è già più che conclamata? E, nel caso dei social, direi che la faccenda è epidemica. Non ci si salva più! Perché la tecnologia, le applicazioni nascono ad una velocità supersonica, immensamente più rapida dei tempi necessari ai processi educativi. Tutte le ricerche attualmente disponibili, senza eccezioni, segnalano una cosa chiarissima: l’estrazione socio-culturale dei genitori e l’educazione all’utilizzo dei social che si riceve in famiglia determinano la qualità di accesso e di fruizione dei ragazzi a questi strumenti. Negli istituti  professionali italiani, per esempio, anche qui senza eccezioni, gli studenti tendono ad approcciarsi ai social in maniera acritica, estremamente superficiale, inserendo dati personali e sensibili in misura significativamente maggiore dei coetanei che frequentano i licei. I dati nazionali sul sexting sono impressionanti (Pepita Onlus – il 49% di adolescenti italiani intervistati ha postato o ricevuto contenuti osé – e l’Università Cattolica di Milano – il dato sulla provincia di Monza e Brianza arriva addirittura al 68% – hanno svolto ricerche recenti in questa direzione). La pedagogia è da sempre una faccenda complicata, ma perché deve sempre affrontare il problema quando è ormai allo scoperto? Dove diavolo è la sua capacità di astrarre e anticipare? Di che cosa abbiamo paura? Se alla porta della mia alunna quindicenne, anziché presentarsi il vero proprietario della tartaruga smarrita, si fosse fatto avanti un qualunque malintenzionato, chi avrebbe potuto tirarsi fuori dalla responsabilità di non averla sufficientemente aiutata a conoscere i rischi di un uso troppo disinvolto dei social? Non la madre, non il padre, che, di fatto, sparendo dalla circolazione, ha rinunciato anche al suo ruolo di figura educativa. Non io, insegnante di sostegno, che ho fatto il minimo indispensabile, pressata dal costante assillo di non perdere comunque pezzi di programmazioni; non i miei colleghi curricolari, che hanno concesso giusto un pugno di ore per un corso interdisciplinare sull’utilizzo dei social (qualcuno anche sbattendo la porta perché perdeva preziose ore di lezione). Non gli ignoti idioti (ignoti e vigliacchi), che hanno scritto e pubblicato cattiverie di ogni genere su Paola; non i compagni di classe, che non le hanno mai offerto un’occasione per impiegare il suo tempo in modo migliore, trasformando relazioni e reti sociali virtuali in rapporti diretti e reali.
Eccola qua, di nuovo, la condanna di Paola: essere sempre lasciata sola. Sola con i suoi atteggiamenti difensivi e la sua maschera da oca giuliva. Sola col suo dolore nascosto e consapevole.              

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

 

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