Una rivoluzione copernicana del linguaggio

Qualche anno fa ero commissaria interna agli Esami di Stato. Sono stata individuata come segretaria di commissione, ma non sono riuscita a far cambiare i verbali tutti rigorosamente al maschile. Con un grande senso di impotenza, scrissi poi questo commento, pubblicato anche su un quotidiano locale: «Non è una questione di lingua, ma di testa, di mente: di mentalità. Il fatto che (solo per fare uno tra i tanti esempi) Samantha Cristoforetti, prima donna astronauta, sia chiamata “Il capitano” non c’entra nulla con la lingua (ormai lo Zingarelli ha declinato al femminile più di 800 professioni), ma col fatto che appunto finora non ci sono state donne al comando nell’esercito, nell’aviazione o in istituzioni simili, per cui la professione (o l’incarico o il titolo) esiste nell’uso comune solo al maschile e il femminile (la ministra, la sindaca, la prefetta, l’avvocata, la notaia… la capitana) o crea disagio o “fa ridere” come tutto ciò che è inusuale e crea imbarazzo… Susanna Camusso va benissimo che sia chiamata con orgoglio “segretaria della CGIL” nelle riviste femminili, che giustamente vogliono sottolineare il genere (e le persone più illuminate persino in campo maschile lo riconoscono), ma nei documenti ufficiali deve essere ”Il segretario generale”, perché finora è sempre stato così e che senso ha cambiare? Qui non si sta giocando, qui ci si occupa di cose serie, il segretario generale di un sindacato, in un tempo di crisi come questo poi, ha un compito importantissimo e non deve interessare a nessuno che sia uomo o donna, basta che faccia bene ciò che deve fare! Che senso ha cambiare, quando segretaria fa venire in mente l’aiutante di un capo e non certo un capo in persona? Appunto, dal mio modesto punto di vista di insegnante, per esempio, il senso potrebbe proprio essere quello di orientare le nostre alunne a riconoscere la possibilità anche per loro, donne, di assumere una posizione di comando e non solo una posizione subordinata! La filosofa Luisa Muraro dice: “Se nominiamo al maschile le donne che sono nei posti di comando, che messaggio diamo? Che il femminile è buono per sgobbare (contadina, operaia, commessa…) ma non per dirigere?”.

Ecco, ora è venuto il momento (Se non ora quando? Ma questo “ora” deve ancora concretizzarsi completamente!) di effettuare la rivoluzione copernicana femminile del linguaggio. Niccolò Copernico effettuò una rivoluzione nell’astronomia (dal geocentrismo all’eliocentrismo), Immanuel Kant produsse la sua rivoluzione copernicana nella filosofia (dalla centralità dell’oggetto da conoscere alla centralità del soggetto conoscente), a noi (noi chi? Femministe, donne consapevoli, capitane coraggiose…) compiere la nostra rivoluzione copernicana del linguaggio: dobbiamo osare chiamarci al femminile anche laddove il fare ciò viene preso solo come una perdita di tempo o una questione di lana caprina! Che cosa ci insegna la storia? Che il copernicanesimo ha impiegato ben due secoli per essere riconosciuto dalla Chiesa e dalle Università (passando attraverso il rogo di Giordano Bruno e l’abiura di Galileo), per cui è probabile che la nostra generazione non vedrà attuata questa rivoluzione, che noi possiamo solo incominciare (Luce Irigaray ha definito il ‘900 secolo delle donne, l’anno zero della rivoluzione femminile) e possiamo solo scegliere fra il rogo o l’abiura, scelta quest’ultima che la gran parte di noi fa (non certo solo Camusso, che anzi possiamo anche comprendere nella sua posizione), per quieto vivere, perché occorre anche pensare ad altro… io stessa, devo ammetterlo, ho trascorso gli ultimi quindici giorni avallando verbali di commissione di Esami di Stato firmandomi come “il segretario” e accettando di definire “il presidente” una dirigente scolastica presidente e di scrivere “i commissari” e “i candidati” anche se il 90% era di genere femminile! Certo avrei potuto rifiutarmi di farlo, imporre il femminile, far verbalizzare qualcun altro o altra… non ne ho avuto il coraggio. La soluzione? Essere in tante a volerlo, a esserne coscienti, a darci forza a vicenda, a sapere che un cambiamento di mentalità epocale come questo aiuterebbe senz’altro anche altre sfere, influenzate dal simbolico, molto più materiali e quotidiane, come quelle in cui la violenza contro le donne si manifesta in modo più cruento e pesante che non la sola cancellazione linguistica.»

Quest’anno sono presidente di commissione e faccio l’enorme fatica di cambiare tutti i verbali di Commissione Web, rispettando il genere di candidati o candidate e commissarie o commissari, a parte il firmarmi come “La presidente”. Ma è diventata una magra consolazione… di fronte a un altro senso di impotenza che mi invade. Va molto di moda (e giustamente) la squadra di calcio femminile: finalmente anche in prima serata su Rai 1… a me non piace il calcio in generale, ma così… tanto per… curiosità… guardo Italia-Brasile. AAARGH… abbiamo l’arbitro, il portiere, il capocannoniere, il capitano… ma sono donne! E in altri ambiti ci tengono a sottolinearlo! Ho sentito un’intervista che diceva: «Anche in campo siamo donne, per esempio scendiamo truccate…» E allora perché non anche nel linguaggio? A quando questa rivoluzione?

Articolo di Danila Baldo

DANILA BALDO.400x400 NON TROVATA-1Docente di filosofia e scienze umane, coordina il gruppo diade e tiene corsi di aggiornamento per docenti. È referente provinciale per Lodi dell’associazione Toponomastica femminile; collabora con l’UST e il Comune di Lodi sui temi delle politiche di genere, con IFE-Iniziativa Femminista Europea e con Se non ora quando? È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009.

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