Le donne e il mondo del vino. Una storia non al femminile

Nel 1929 Virginia Woolf esortava le donne a riscrivere la Storia dal loro punto di vista, attraverso un linguaggio tutto nuovo, che decostruisse la gerarchizzazione tra i generi conciliandoli in unico canto, per dare voce al secolare silenzio delle donne. Una riflessione che ben si adatta, come del resto il pensiero woolfiano tutto, a rileggere la nostra società, ancora flagellata da stereotipi di genere, anche e soprattutto nell’ambito lavorativo. Tra gli altri, anche il mondo del vino non è esente dal problema del gender gap e del sessismo nei confronti delle donne che attorno vi orbitano e da sempre hanno svolto un ruolo decisivo, seppur tacitato da narrazioni che guardavano al vino nella sua “declinazione maschile”. Oggi i dati parlano chiaro: il 28 percento della sommellerie italiana è costituito da donne così come un terzo delle aziende vitivinicole è diretto dalle stesse.

Eppure, quando si guarda al vino nella sua declinazione femminile, si rischia ancora di incorrere in una narrazione stereotipata, legata a caratteristiche connaturate all’idea delle donne che la società patriarcale e sessista ha associato loro e trasmesso nel corso dei secoli.  Ancora troppo spesso, infatti, le donne sono nominate come categoria, diventando secondo termine di paragone per descrivere un vino “elegante” e “gentile” (come se l’essere elegante e carina fosse connaturato all’essere donna); che ricordi profumi e cosmetici (come se tutte si truccassero); o ancora vini dalla trama sinuosa tesa a rievocare il corpo femminile (come se tutte abitassimo corpi scultorei); o può capitare di incontrare il gusto femminile (come se tutte avessero gli stessi gusti), e cioè un sorso delicato e leggero, adatto a un palato di non troppe pretese.

Occorre piuttosto guardare al mondo del vino da un’ottica di genere e non femminile, per portare alla luce il contributo luminoso, lungimirante e generativo, che è anche un modo di stare al mondo che le donne hanno apportato in questo settore come imprenditrici, direttore, enologhe, agronome, vendemmiatrici, venditrici, enotecarie, sommelières, giornaliste, critiche enogastronomiche. Insomma è necessario intrecciare donna alla conoscenza e a un ruolo professionale.

Una scommessa fatta propria e vinta (anche se ancora molto c’è da fare) dall’associazione nazionale Le donne del vino. Nata nel 1988 dall’idea di Elisabetta Tognana, una produttrice veneta che durante un Vinitaly, la più grande manifestazione internazionale dedicata al mondo del vino e dei distillati che si tiene ogni anno a Verona, evidenziò la necessità di valorizzare il lavoro compiuto dalle donne nel settore vitivinicolo. Lei per prima ebbe l’intuizione di riunire le imprenditrici in una grande associazione volta a celebrare il decisivo e alternativo contributo delle donne nel panorama enologico italiano, un vero e proprio sodalizio che, se all’inizio contava una ventina di socie, attualmente si attesta intorno alle ottocento, nelle varie specializzazioni: una rete radicata sul territorio nazionale, facente capo a una delegata per ogni regione, che vanta il primato a livello mondiale come associazione di donne in questo ambito.

L’associazione, senza scopo di lucro, si è distinta da subito per un atteggiamento anticanonico, caratteristica distintiva delle donne in ogni ambito del sapere, e inclusivo, assumendo un taglio trasversale che include tutti i settori afferenti al mondo del vino: imprenditoria, ristorazione, sommellerie, enologia, senza trascurare giornalismo di settore, blogging, marketing, comunicazione. Un aspetto, quest’ultimo, di fondamentale importanza. È necessario comunicare modelli differenti, perché altro e diverso è il contributo di esperienze e conoscenze delle donne impegnate nel settore vitivinicolo: un sapere che non si sviluppa in verticale, ma si dirama come una mappa in senso orizzontale, creando una rete di confronto e sostegno, pur nel rispetto delle diversità. Anche nel mondo del vino, infatti, non ci sono un unico tipo di professionista e un solo modo di praticare la propria attività: di qui l’eterogeneità come opportunità di arricchimento dato dall’imparare l’una dall’altra e non come strumento di competizione. Tuttavia un fil rouge di notevole spessore unisce tutte le donne che orbitano intorno al vino: si volge al futuro seppur guardi al passato e rimette al centro della discussione attuale la salute in vigna, l’identità del territorio e la riconoscibilità del vino come tentativo di risposta alle esigenze ambientali, e non solo, del tempo presente. Non manca l’attenzione a un aspetto creativo, evidente anche in una ricerca di immagini e colori nelle etichette, volte anch’esse a celebrare l’anticonvenzionalità delle donne.

Parallelamente al proprio settore di competenza, Le Donne del Vino si sono sempre occupate di beneficienza e attività che prestassero particolare attenzione alla sostenibilità dei territori agricoli. Inoltre, il filo conduttore si distingue per una comune volontà di promuovere la conoscenza del mondo del vino attraverso proposte originali: così alle visite in cantina si aggiunge il connubio con l’arte in tutte le sue forme, a riprova di una del fatto che il vino è un elemento trasversale del discorso culturale. A questo proposito è significativo il contributo fornito dall’attuale presidente, Donatella Cinelli Colombini, titolare dell’azienda Casato Prime Donne, a Montalcino, e dell’azienda Fattoria del Colle, a Trequanda, dove produce il Chianti Superiore DOCG e il Cenerentola DOC Orcia.  Presidente del Movimento Turismo del Vino fino al 2001, Colombini ha ideato due degli eventi enoturistici italiani più apprezzati e consolidati: “Cantine aperte”, che si svolge alla fine di maggio e prevede l’apertura al pubblico delle aziende vinicole per visite, degustazioni e musica, un’idea che denota la volontà di rendere fruibile il mondo del vino a tutte e tutti, e non solo a una nicchia di esperti; e “Calici di stelle” che cade il 10 agosto e prevede una serie di eventi culturali in tutti i comuni italiani, volti a coniugare vino, spettacoli, arte e design.

In una recente intervista per Winning Women Institute, associazione volta a diffondere la parità di genere all’interno del mondo del lavoro, Colombini ha raccontato le difficoltà che le donne, a parità di ingegno e lavoro, devono affrontare: il gender gap, la difficoltà nel conciliare la maternità con la professione per assenza di sistemi di supporto sociale come gli asili nido, che mancano nelle zone rurali, ma soprattutto la resistenza iniziale a vedersi riconosciuto un ruolo, necessario a essere considerate attendibili. Una possibilità presentatasi a lei grazie al successo nell’ambito del turismo del vino, un mondo che ritiene essere in continua ma lenta trasformazione anche per merito delle scelte coraggiose di imprenditrici ricettive, flessibili, rapide nel reagire e attuare i cambiamenti necessari a far vivere le aziende. Queste hanno scommesso sul proprio lavoro attraverso la coltivazione di vitigni autoctoni, meno noti rispetto ai canonici e in alcuni casi quasi estinti, con risultati eccellenti. Hanno compiuto scelte, spesso radicali, che si stanno profilando vincenti e consentono di tracciare orizzonti senza confini, creando consapevolezza soprattutto nelle giovani generazioni di donne che vogliono entrare nel mondo del vino dall’entrata principale e non più da quella di servizio.

SITOGRAFIA

https://www.cinellicolombini.it/

https://www.ledonnedelvino.com/

http://winningwomeninstitute.org/

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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