Il dopoguerra nel Paesi liberali. La Società delle Nazioni e gli USA

oIv3dt02.jpegGli Stati Uniti sono in assoluto il Paese uscito meglio dalla Grande Guerra: il numero di vittime tra i soldati è relativamente basso e totalmente nullo tra i civili, le fabbriche d’armi si sono arricchite ed inizierà a breve l’egemonia statunitense sull’Europa. Dopo la fine della guerra, l’industria si riconverte in fretta dalla produzione bellica a quella di beni di consumo civile. Vista la drammatica situazione economica, sociale e internazionale della Germania, cui sono stai imposti pagamenti alla Francia ma sottratte le zone minerarie da cui i soldi provenivano, gli USA si impegnano a prestare soldi per la ricostruzione.
Nel clima positivo e fiducioso che regna oltreoceano, la società americana preferisce tenersi fuori dai guai europei. Così le elezioni del 1919 vedono vincere i repubblicani, estranei all’internazionalismo di Wilson e fautori di una politica isolazionista. Nello stesso anno in Europa vene fondata la Società della Nazioni, l’organismo sovranazionale ideato dall’ultimo dei 14 punti presentati dall’ex Presidente democratico Woodrow Wilson ai Trattai di pace di Parigi. Ma il nuovo governo USA decide di tenersene fuori. Senza la partecipazione di quella che ormai è la principale potenza mondiale, la Società delle Nazioni è di fatto impotente. L’isolazionismo statunitense lascia a Francia e Gran Bretagna una forte egemonia sui traffici commerciali, soprattutto nel Mediterraneo.

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L’industria statunitense si è riconvertita efficacemente e in fretta dalla produzione bellica a quella civile, lo sviluppo economico avanza rapido e la popolazione si sente soddisfatta, lontana dalla crisi che in modi diversi colpisce l’Europa. La società americana del dopoguerra vede anni di benessere e di consumismo all’insegna della ricchezza e del lusso. Le grandi città americane, cresciute a dismisura nel giro di pochi anni, sono il sogno del mondo intero e la meta dei poveri che emigrano dall’Europa. Il “mito americano” è l’alternativa al modello sovietico sognato dagli operai: quella statunitense è una società meno equa e paritaria ma con più libertà individuali e una qualità della vita di gran lunga più alta. Feste frequenti, elettrodomestici in tutte le case, automobili diffuse, acquisti, gite e svaghi danno agli anni Venti il nome di «anni ruggenti» («the roaring twenties»).
Sono gli anni del proibizionismo: nel Paese delle libertà individuali viene strettamente vietato il consumo e la vendita di alcolici. Il risultato è la crescita e non il calo dell’alcolismo e il proliferare della criminalità organizzata e del mercato nero.

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In questi anni la disoccupazione non scompare e il potere d’acquisto delle classi meno agiate resta basso, le speculazioni finanziarie aumentano a dismisura e lo Stato non esercita nessun controllo sull’economia, che è interamente affidata a banche private, che usano i risparmi dei lavoratori per imprese speculative azzardate; a questo si aggiunge che, con la ripresa agricola europea, crolla il prezzo sul mercato dei prodotti americani. Nell’autunno del 1929 il meccanismo liberista si inceppa. La vendita di titoli finanziari è salita alle stelle, determinando il forte calo dei valore di questi titoli. Inizia così la più grave crisi economica della Storia contemporanea. Nel giro di pochi giorni crollano le borse, falliscono le banche, chiudono le industrie e la disoccupazione raggiunge i quattordici milioni di persone solo negli Stati Uniti, forza trainante dell’economia mondiale.
Quelli che seguono il 1929 sono gli anni più drammatici che la storia americana ricordi.
Alle elezioni del 1932 il partito repubblicano, che continua a parlare di ottimismo, viene sonoramente sconfitto dal democratico Roosevelt. Franklin Delano Roosevelt ha capito che il liberismo puro non può funzionare ed è necessario che lo Stato intervenga nell’economia per controllare le attività dei privati e aiutare le fasce sociali più deboli. Lo Stato americano è abbastanza ricco da poter dare un sussidio mensile a tutti i disoccupati, ma l’opinione pubblica, fedele al capitalismo liberale, non può accettare questa nuova teoria: negli USA vige una mentalità di origine protestante secondo cui ogni individuo è responsabile della propria condizione economica e sociale ed è tenuto a lavorare duramente per riscattarsi, quindi nella morale protestante la povertà costituisce una colpa. Il Ministero dell’Agricoltura del governo Roosevelt istituisce la Farm Security Administration (FSA), un’azienda governativa che assume alcuni dei principali fotoreporter del primo Novecento come Dorothea Lange e Walker Evans per documentare in chiave positiva la povertà nelle campagne e coinvolgere l’opinione pubblica con immagini toccanti per togliere i poveri dalla cattiva luce in cui la cultura puritana li aveva messi.
La foto della donna povera che gira le campagne con i figli in cerca di un lavoro occasionale, opera di Dorothea Lange (in copertina, Migrant mother, particolare), è il simbolo dell’America rurale dei primi anni Trenta.

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Walker Evans, Sharecropper Bud Fields e la sua famiglia a casa. Hale County, Alabama

Con il consenso ottenuto, Roosevelt inaugura un nuovo sistema economico teorizzato dall’economista inglese John Maynard Keynes che prende il nome di New Deal: lo Stato interviene sull’economia controllando gli investimenti privati e riducendo la disoccupazione attraverso opere pubbliche come la costruzione di dighe o restauri, viene imposto l’aumento dei salari e la riduzione della giornata lavorativa, sono riconosciuti i sindacati con cui ora i padroni delle fabbriche sono obbligati a trattare e abbassati i prezzi dell’energia elettrica. È la fine del liberismo classico, basato sull’iniziativa privata e sulla totale passività dello Stato. Ma gli interventi governativi non sono sufficienti a rilanciare del tutto l’economia statunitense, che si risolleverà definitivamente solo con la II Guerra mondiale e la ripresa dell’industria bellica.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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