Giovanna Cecioni, una pittrice all’ombra dei Macchiaioli

Giovanna Cecioni rappresenta bene la condizione – condivisa con molte – di artista dimenticata e finita nell’ombra di fratello, colleghi e amici, appartenenti, nel suo caso, alla cerchia dei Macchiaioli. Dopo quasi ottanta anni dalla sua morte finalmente le preziose ricerche dello studioso livornese Luciano Bernardini l’hanno fatta riemergere (Giovanna Cecioni pittrice, 2013) e un convegno a Lucca (Biblioteca Statale 21-3-2016) l’ha giustamente ricordata.
Figlia di Giuseppe e di Umiliana Cecchini, nacque a Vaglia (Firenze) il 26 luglio 1841 e fu battezzata Maria Anna, ma dal 1842 risulta nei registri parrocchiali come Giovanna. I genitori erano benestanti e per lungo tempo gestirono una locanda, ma il padre aveva anche attitudini artistiche che trasmise ai figli: infatti, oltre allo scultore Adriano e alla pittrice Giovanna, si dedicarono all’arte Enrico ed Egisto, bravi stipettai ed eccellenti mosaicisti. Dei sette figli si sposarono soltanto la maggiore, Ersilia, e Adriano; gli altri (Erminia, Giovanna, Ismene, Enrico ed Egisto) non ebbero una famiglia propria, ma sappiamo che furono legati affettuosamente fra loro e vissero  molto vicini l’uno all’altro.
Giovanna non frequentò alcuna accademia e per circa cinque anni (dal ’62 al ’67) non risulta abitare stabilmente a Firenze; potrebbe essere stata a Napoli con il fratello Adriano che vi soggiornò, ritornando sposato e con il figlioletto Giorgio. Dal ’68 Giovanna è a Firenze e vive con i genitori; dall’anno successivo risiedono in via Antonio Giacomini al numero 16 dove Giovanna abiterà sempre.
La prima testimonianza della sua produzione artistica è del 1868 quando partecipa alla mostra organizzata dalla Società Promotrice di Incoraggiamento di Firenze con il dipinto I balocchi, che sperava di vendere a 200 lire. Il quadro oggi è sconosciuto, ma il fratello ne fece gli elogi per la naturalezza, la semplicità, la libertà espressiva, in polemica con gli insegnamenti ufficiali e codificati che avversava. Nel ’69 Giovanna viene ritratta da Odoardo Borrani mentre dipinge al cavalletto (foto di copertina, particolare), e questa bella tela è un duplice documento perché ce ne mostra l’aspetto grazioso e giovanile, con i capelli castani raccolti, il volto attento e il vezzoso nastrino al collo, ma anche perché testimonia la sua attività artistica.
Nel ’72 Giovanna fa parte di un gruppo di sedici artiste presenti con le loro opere a Milano e il critico Francesco dall’Ongaro all’epoca nota acutamente che il lavoro per le donne rappresenta «il miglior mezzo di emancipazione e di indipendenza», in particolare quello artistico, che può conservare «quel vanto di gentilezza e di leggiadria», doti senz’altro appartenenti a Giovanna e alla sua produzione.                                                 Nel ’73 partecipa all’Esposizione Universale di Vienna con due dipinti; uno dovrebbe essere Una cucina, l’altro – ben descritto e assai lodato da Telemaco Signorini – è Un artista in erba. Questa tavola (che raffigura un interno in cui un bambino cerca di riprodurre una piccola modella con il cappello da bersagliere, mentre una bambina assiste un po’ distratta) per lungo tempo è stata attribuita al fratello Adriano e qui si pone il problema centrale: gli equivoci e le errate attribuzioni si ripetono: Giovanna e Adriano lavoravano e presentavano le loro opere insieme, magari firmate con il solo cognome (e non sempre), inoltre utilizzavano soggetti simili, interni e familiari (ad esempio: La stalla, I balocchi, La cuoca domestica, La colta delle zucche – lei; La stalla dei bovi, I soldatini di carta, Le faccende di casa – lui). Dai documenti sembra che Cristiano Banti l’abbia inserita nella sua celebre collezione privata (forse proprio con l’olio Un artista in erba); nel 1884 Adriano scrive di questa importante raccolta evidenziando la qualità delle opere presenti nella “Galleria Banti”, definita «unica nel suo genere».
Giovanna continua a dipingere e a partecipare alle esposizioni, almeno fino al 1903, ma alla fine degli anni Ottanta decide di dedicarsi all’insegnamento per avere quella tranquillità economica che era sempre mancata ad Adriano, tormentato dalla difficoltà di mantenere la famiglia, cessata solo quando divenne insegnante al Magistero l’anno prima di morire precocemente, nel 1886.
Il 30 aprile 1889 Giovanna diviene “insegnante aggiunto reggente di disegno” nelle scuole normali e prende servizio a Lecce; dal 1° ottobre 1889 è trasferita a Livorno, alla scuola “Angelica Palli” dove rimarrà tre anni; poi avrà sede a Firenze e dal ’93 è promossa “insegnante aggiunto effettivo di seconda classe”. Dal ’98 al 1900 insegna al Conservatorio di Santa Maria degli Angioli e alla scuola  normale femminile “Massimina Rosellini”, in seguito presso l’istituto delle Mantellate.
Dai giudizi espressi dal direttore quando era a Livorno appare una insegnante capace e appassionata, diligente e dedita al lavoro; molto interessante scoprire il suo moderno metodo didattico che lei stessa spiega in una relazione: cerca di lavorare con pazienza e amore, di dare sempre l’esempio, di lodare le allieve per i progressi e di rendere l’insegnamento piacevole. Il suo interesse per la professione è testimoniato anche dalla partecipazione ai congressi annuali degli insegnanti (dal 1902 al 1905), con un ruolo attivo; fa interventi, esprime le proprie idee sulla necessità di rinnovare l’insegnamento ed è l’unica donna a pronunciare un brindisi al banchetto conclusivo del 1902; tuttavia, dopo tre anni, appare delusa per le “ingiustizie e disuguaglianze” che permangono nel mondo della scuola e nel riordino delle carriere dei docenti.
In questi stessi anni lavora assiduamente – con il fratello Enrico e la nipote Giulia – al libro Scritti e Ricordi, curato da Gustavo Uzielli, dedicato all’amato fratello Adriano, pittore, caricaturista, critico e teorico dell’arte, portavoce e unico scultore dei Macchiaioli. L’opera uscirà nel 1905.
Passano gli anni e della numerosa famiglia sopravvivono solo Giovanna e le sorelle Erminia e Ismene. Dai documenti rintracciati da Bernardini scopriamo qualche altro dettaglio interessante. Le idee dei genitori e dei figli erano sempre state improntate al libero pensiero e al patriottismo, erano stati vicini alla causa garibaldina (Egisto combatté con i Mille, Adriano fu volontario nella Seconda guerra di indipendenza) e le tre anziane signore, durante il periodo fascista, sfidavano il potere costituito tenendo comizi anarchici presso la casa di villeggiatura a Fontebuona.
Giovanna concluse a Firenze la sua lunga esistenza a causa di una polmonite il 28 dicembre 1937.
Per moltissimo tempo la fama dell’artista è stata oscurata dalla notorietà del fratello, eppure sappiamo dal fitto carteggio che la stima era reciproca e Adriano teneva in grande considerazione i pareri della sorella, mentre lei seguiva con la massima attenzione la produzione del fratello, sempre insicuro e tormentato. Oltre a Signorini e a Banti, hanno apprezzato i dipinti di Giovanna, prima Anna Franchi (citandola in un libro sui Macchiaioli) e poi Mario Giardelli che la definì «fine e buona pittrice», ma colui che meglio ne comprese le qualità fu Raffaele Monti. Notò sì la vicinanza con la produzione pittorica del fratello, ma anche la libertà espressiva e la padronanza nella complessa struttura del già citato olio Un artista in erba.
I dipinti accertati di Giovanna oggi non sono molti (tre con foto), mentre altri venti sono citati in documenti ed esposizioni, di alcuni abbiamo anche il prezzo di vendita, ma non sono rintracciati. Fra i soggetti preferiti si evidenziano gli interni domestici (come La lezione con i tre nipotini intenti, secondo l’età, a varie occupazioni e il delizioso Una cucina ricco di dettagli quasi fotografici, in un ambiente raccolto e luminoso), altri sono paesaggi e scorci di esterni.
Ettore Spalletti ha avanzato l’ipotesi che alcune opere, ancora attribuite ad Adriano, possano in realtà essere della sorella.
Certamente una bella sfida per la critica d’arte e una ricerca da proseguire con tenacia per far riemergere una vera artista dall’oblio.

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...