Ricordi di un’estate: Ernest Hemingway

È sempre arduo ricordare un “mostro sacro” della letteratura straniera come Ernest Hemingway e per farlo, in questa torrida estate, ho pensato a vent’anni fa quando diventò per me una travolgente passione letteraria, un amore breve, ma molto, molto intenso. Lessi in ordine sparso, come piace a me, alcuni dei suoi capolavori fra i quali Il vecchio e il mare, Addio alle armi, Per chi suona la campana, I quarantanove racconti e mi innamorai dei suoi tormentati personaggi e di quello stile semplice ed essenziale che ha come oggetto la “cosa reale”, come diceva sempre lui che cercava di rendere «la sequenza costituita dall’emozione e dall’evento che l’ha prodotta».
Credo che non ci sia immagine più calzante per descrivere questo eclettico e discusso scrittore che quella dell’uomo di frontiera, luogo in cui fra l’altro nacque 120 anni fa, a Oak Park per la precisione, nell’Alto Michigan, dove la natura selvaggia e i luoghi solitari costringono l’essere umano ad affrontare costantemente forze che non sempre riesce a controllare e ciò lo porta a sentirsi diviso tra un sentimento di vitalistico dominio da una parte e un ripiegamento verso la solitudine, il dolore, il fallimento e la morte dall’altra.
Il padre dello scrittore era un medico e spesso lo portava con sé nelle riserve indiane, a caccia e a pesca, attività che prediligeva e che diventarono per il giovane Ernest fonte di ispirazione per i suoi racconti e romanzi in cui la lotta tra uomo e animale durante la caccia, oppure nella corrida, o nella pesca è una metafora della vita. É ciò che accade con uno dei suoi indimenticabili personaggi e cioè il vecchio pescatore cubano Santiago, coinvolto in un epico scontro marino con un gigantesco marlin, suo nemico da sempre. Alla fine il vecchio riesce a ucciderlo, ma la sua vittoria viene vanificata da un branco di squali che divorano la preda e lasciano a Santiago solo l’esca. Il vecchio e il mare fu l’opera che valse allo scrittore prima il Premio Pulitzer nel 1953 e poi il Nobel per la letteratura nel 1954 e che rinnovò la sua produzione, permettendogli di ritrovare quella fertile vena narrativa che aveva perso dopo i successi dei Quarantanove racconti, Addio alle armi e Per chi suona la campana. L’ambientazione dei due romanzi è strettamente legata all’attività giornalistica di Hemingway che fu inviato di guerra americano, prima durante la Grande Guerra sul fronte italiano e poi in Spagna durante la Guerra Civile. Inoltre in entrambi ha notevole rilevanza l’elemento biografico contribuendo così a un intreccio piuttosto complesso in cui spiccano anche due tragiche e intense storie d’amore.
In Italia, Addio alle armi venne pubblicato solo nel 1948 perché alla fine degli anni Venti, quando il libro uscì negli Usa, la censura fascista ritenne disonorevoli sia i fatti narrati, dal momento che veniva descritta la disfatta italiana a Caporetto, sia la netta opposizione dell’autore al militarismo, che era un elemento fondamentale della propaganda di allora. Anche se ne era stata proibita la pubblicazione, nel 1943, in segreto, una giovanissima Fernanda Pivano tradusse il romanzo che aveva letto e subito amato grazie al suo insegnante di letteratura del Liceo, Cesare Pavese; a causa di ciò Pivano venne arrestata a Torino rendendosi protagonista di un’esemplare forma di resistenza linguistica e culturale nei confronti di un regime ormai alla deriva.
Di Addio alle armi conservo il ricordo di due giovani, Frederick e Catherine, innamorati e travolti dall’assurdità della guerra cui si oppongono tentando la fuga, ma il loro destino di morte e di solitudine non tarda a raggiungerli. L’addio del protagonista, nel titolo originale dell’opera, può essere inteso in modo duplice: alla guerra e ai suoi strumenti di morte, ma anche e soprattutto alle accoglienti braccia della donna amata visto che la parola inglese arms, come sostiene la stessa Pivano nell’edizione da lei curata, può essere resa sia con il termine “armi” che con “braccia”.
Come Santiago e Frederick, anche Robert Jordan, il protagonista di Per chi suona la campana, combatte una battaglia epica insieme alle donne e agli uomini di Pablo, un gruppo di partigiani spagnoli repubblicani che ricevono l’ordine di far saltare un ponte. Robert, corrispondente di guerra americano e combattente volontario, riuscirà a portare a termine l’impresa sacrificando se stesso per la salvezza dei compagni. Come in Addio alle armi, anche in questo caso è presente una contrastata e travolgente passione d’amore che lega il protagonista a Maria, compagna partigiana, donna fragile e profondamente segnata dalla violenza subita dai franchisti. Sfogliando le pagine del libro, ho trovato una frase che penso mi abbia segnato nel profondo: «se tu non mi ami non importa, sono in grado di amare per tutti e due», ponendomi, allora come ora, di fronte ad un interrogativo sulla reciprocità dei sentimenti e credo che questa sia un’interessante chiave di lettura della produzione letteraria dello scrittore che emerge anche nei Quarantanove racconti e in uno in particolare, intitolato Colline come elefanti bianchi. In questo breve testo, Hemingway mette in scena due personaggi, un uomo e una donna, seduti al tavolino di un bar, in attesa di un treno, sullo sfondo di un evanescente e indefinito paesaggio spagnolo in cui le colline si trasformano, per la donna, in elefanti bianchi. Il protagonista però del racconto è il dialogo fra i due, privo di contenuto sostanziale e incentrato su una decisione che la coppia dovrebbe prendere, ma che di fatto è stata già presa da lui e a cui lei si adegua. Non viene mai fatto cenno a che tipo di scelta si faccia riferimento, solo alla fine si può ipotizzare che si tratti dell’aborto della donna. Ciò che emerge è l’impossibilità di comunicare, di comprendersi, di capirsi e, quindi, di condividere qualcosa, un sentimento, un progetto, un sogno con qualcuno portando l’individuo alla percezione di un vuoto profondo e alla convinzione dell’inutilità della propria esistenza.
Forse queste riflessioni ebbero un peso sulla scelta di un uomo impetuoso e orgoglioso, ambizioso ed egoista, consapevole del proprio talento e desideroso di fama e di riconoscimenti smisurati quale fu Hemingway quando, il 2 luglio 1961, caricò il suo fucile e si suicidò come il padre prima di lui. Una vita di frontiera la sua, dedita agli eccessi sentimentali – ebbe quattro mogli che tradì sistematicamente – e all’abuso di alcol e farmaci per placare i morsi di una depressione devastante che lo costrinse a molteplici ricoveri e al ricorso all’elettroshock.
Nel romanzo Il vecchio e il mare, c’è un’altra frase a cui spesso torno: «l’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto» e se le sue opere ancora oggi scatenano travolgenti passioni come quella di cui anch’io fui protagonista vent’anni fa, possiamo dire che forse aveva ragione.

In copertina: Ernest Hemingway (21 luglio 1899 – 2 luglio 1961)

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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