A Londra con Sylvia

Mi accoglie nella sua casa londinese, Sylvia Plath, e un buonissimo odore di biscotti invade il pianerottolo.
Ne assaggio uno e non posso fare a meno di farle i complimenti. Buonissimo.

“Vedi? Potevo fare la pasticciera invece di mettermi a fare poesia!”
“Cosa le ha fatto iniziare a scrivere?”
“Non saprei dire cosa mi ha fatto iniziare, quando ero piccola mi piaceva molto la poesia e ho semplicemente iniziato a scrivere. Credo di aver cominciato a diventare una professionista quando mi hanno pubblicato la prima poesia: avevo otto anni e mezzo e il mio componimento uscì sul The Boston Traveller.
“Come pensa sia cambiato il focus delle sue poesie negli anni e perché?”
“Da piccola, da giovane poeta, la natura era per me un dono divino: una fascinazione continua che trasudava poesia da tutti i pori. Probabilmente mi concentravo così tanto sulla natura perché non avevo ancora gli strumenti per leggermi dentro e dare voce alla mia interiorità.

“E ora ce li ha?”
“Ora mi piace riuscire a scrivere di tutte le mie esperienze emotive e personali, anche quelle più tabù. Riuscire a scavare così a fondo dentro sé stesse e soprattutto avere il coraggio di metterlo per iscritto è un qualcosa di nuovo e per me molto interessante. In particolare, ammiro i lavori di Robert Lowell e di Ann Sexton.”

“È nata in America ma vive da molto tempo in Inghilterra, si considera più inglese o americana?”
“Americana, ma un’americana di altri tempi, il che mi rende anche molto inglese”

“E l’interesse storico, soprattutto per il periodo nazifascista, che trapela da poesie come Daddy, lo considera derivante dalle sue origini europee?”
“Non ti dimenticare che sono per metà americana per metà tedesca e austriaca. Questo sicuramente mi spinge a essere toccata particolarmente nel profondo dagli orrori del nazismo. Più in generale, comunque, mi sono sempre interessata di politica e sono convinta del fatto che la poesia non possa essere ridotta ad un’esperienza narcisistica.
L’individualità, l’indagine del personale è fondamentale, ma deve rientrare in un quadro più completo, deve tendere a questioni più grandi, altrimenti non ha senso.”

“La critica riconosce come caratteristica fondante della sua poesia l’enorme impatto delle parole nella lettura ad alta voce, tanto da sembrare scritte apposta. È un effetto voluto o casuale?”
“Inizialmente non era voluto, affatto. Le ultime poesie che ho scritto, invece, sembrano scritte per essere lette ad alta voce e sai perché? Perché le ho scritte ad alta voce! Le ho lette a me stessa. Mi piace molto questa cosa, mi sembra di tornare al ruolo originario del poeta, ovvero chi cantava o recitava le sue poesie davanti a un pubblico.”

“Lasciando un attimo da parte la poesia… Lei ha rimpianti? Ha mai pensato che forse sarebbe stato meglio fare qualcos’altro?”
“A volte penso mi sarebbe piaciuto fare la dottoressa, ma mi consolo guardando tutti i miei amici dottori e scrivendo di loro. Per il resto, penso che con Ted le cose sarebbero potute andare diversamente, molta violenza si sarebbe potuta evitare, se solo ci fossimo fermati prima. Se guardo indietro vedo tanta gioia, ma anche tante cose che non vanno: il senso d’inadeguatezza e la depressione di Esther, la protagonista di La campana di vetro, sono tutti miei.”

“Ma quindi, in definitiva, è felice e soddisfatta di aver fatto la scrittrice?”
“Soddisfatta? Per me la poesia è vitale! Smettere sarebbe come privarmi dell’acqua!”
Tanti pensieri e una malcelata tristezza, questo le leggo in viso.

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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