C’era una volta…

 Il momento più bello che si vive quando si è bambini e bambine è quello in cui, accoccolati tra le loro braccia, mamma e papà raccontano o leggono le fiabe, creando un affettuoso coinvolgimento tra genitori e figli/e; indimenticabili sono la voce che fluisce limpida, la luce accesa, le sensazioni, i profumi e le emozioni che suscitano queste storie che, quasi sempre, sono il preludio al rituale della buonanotte.
Nelle fiabe non è identificato il periodo storico, il tempo è indeterminato, c’era una volta è l’inizio di ogni fiaba e proprio questo cattura l’attenzione, divertendo le fiabe riescono a filtrare messaggi e insegnamenti.
Il termine deriva dal latino fabula, a sua volta deriva dal verbo for-faris che significa “dire, parlare”, d’altronde esse sono inizialmente racconti orali tramandati di generazione in generazione, sono una narrazione che ha per protagonisti personaggi fantastici buoni o cattivi, furbi o stupidi, spesso re, regine, principi, folletti, maghi, giganti, fate, streghe, orchi, i luoghi sono i castelli, i boschi, e sono tutti posti incantati. Oggi sembra che le fiabe siano state scritte solamente per intrattenere l’infanzia, invece erano narrate anche durante tutti quei lavori fatti di gesti, come le filature, che non impegnavano la mente, e normalmente erano raccontate da donne.
Di origine antichissima e misteriosa, ci tramandano un patrimonio di conoscenze comuni e ogni popolo le ha ambientate nel paesaggio in cui viveva con riferimenti alle proprie abitudini, tradizioni e regole della società, le fiabe sono dunque una vera e propria espressione culturale.
Una ricerca pubblicata sul “Royal Society Open Journal” nel 2016, firmata dall’antropologo Jamshid Tehrani dell’Università di Durham nel Regno Unito e dalla studiosa di folklore Sara Graça da Silva dell’Università di Lisbona, ha messo a confronto 275 fiabe provenienti da tutto il mondo: pare che molte di quelle famose risalgano a un periodo precedente alla diffusione della scrittura alfabetica, probabilmente raccontate in una lingua indoeuropea oggi estinta; per datarle hanno adottato una serie di metodi che affondano le radici nella biologia, basandosi sulle caratteristiche comuni riscontrate nelle diverse fiabe analizzate, ma anche sulle corrispondenze linguistiche, evidenziando peraltro come ci siano profonde relazioni tra le lingue, i comportamenti sociali e la cultura materiale e immateriale diffusi nel mondo, quasi un’unica origine ancestrale che può essere tracciata fino a migliaia di anni fa.
Sono proprio gli elementi che le fiabe hanno in comune che permettono di poterle classificare; già agli inizi del Novecento era stata fatta una classificazione detta di Aarne Thompson, dal nome di colui che l’ha applicata e pubblicata nel 1910. Questo catalogo si basava sulla ricerca di motivi ricorrenti nelle fiabe che hanno dato origine a un indice dei tipi, ampliato successivamente dallo studioso di folklore Stith Thompson, a cui si deve il Motif-Index che si basa sull’analisi di storie tradizionali dell’Europa e del Vicino Oriente e raccoglie 2500 trame standard con qualche variante tra di loro; infine, nel 2004 il catalogo è stato arricchito da Hans-Jorg Uther, quindi ora il sistema di catalogazione è detto di Aarne-Thompson-Uther.
L’interesse verso le fiabe non è solo proprio di studiose/i di antropologia o di folklore, come il russo Vladimir Propp. Diversi autori e autrici ne hanno raccolto o scritto di nuove; tra i nomi europei più noti si ricordano Giambattista Basile, Charles Perrault, Jacob Ludwig e Wilhelm Karl Grimm, Carlo Collodi, Giuseppe Pitrè, Emma Perodi; In Italia un interessante lavoro di censimento è stato fatto da Italo Calvino con Fiabe Italiane, pubblicato da Einaudi nel 1956.                                                                                           Pensando ai messaggi subliminali lanciati dalle fiabe, potremmo riprendere le riflessioni di alcuni studiosi sulle versioni più antiche inerenti la natura umana: i protagonisti spesso sono giovani maledetti, bambini maltrattati e abbandonati e adulti che abusano del loro potere; a tale proposito vorrei qui ricordare Cappuccetto Rosso e Rosaspina nota anche come La bella addormentata nel bosco.                                                      Cappuccetto Rosso è una fiaba popolare europea la cui origine si lega a un’altra che pare si sia diffusa a partire dal XVI sec., più volte rielaborata sia in ambito letterario che cinematografico. La versione più antica è quella narrata da Charles Perrault del 1697 dal titolo Le Petit Chaperon Rouge: la protagonista è una bambina che, sollecitata dalla mamma, si reca dalla nonna malata per portarle un vasetto di burro e una focaccia; nell’attraversare il bosco Cappuccetto Rosso si imbatte in un lupo che le chiede dov’è diretta e le propone una gara a chi arriva per primo alla casa della nonna. Il lupo imbocca una scorciatoia e giunge subito alla destinazione, fingendosi la nipotina inganna la nonna e la divora, prende il suo posto e, all’arrivo della piccola sbrana anche lei. Perrault conclude la storia con un’esplicita esortazione morale, rivolgendosi ai giovinetti e in particolare alle giovinette l’autore ha scritto che non bisogna mai fermarsi a discutere per la strada con gente che non si conosce, perché i lupi sono dappertutto e di diverse specie e i più pericolosi sono quelli che hanno la faccia di persone garbate e di belle maniere. Questa versione della fiaba, quindi, pare contenere una metafora sessuale e un ammonimento per le fanciulle: il lupo incarna il seduttore che inganna le bambine e le ragazze con le sue lusinghe, questo è il motivo per cui non si dovrebbe rivolgere la parola agli sconosciuti se non si vuole finire “divorate”. Diverso significato potrebbe avere l’espediente del lupo che si traveste da nonna, ovvero potrebbe indicare la minaccia nascosta talvolta nelle figure familiari e nei parenti, di cui le bambine si fidano ciecamente e che invece possono indurre violenza nei loro confronti. Quanti si sono occupati di questa fiaba suggeriscono anche che la vicenda di Cappuccetto Rosso sia un’esplicita esortazione a non esercitare la prostituzione, dal momento che nella Francia del XVII secolo, periodo in cui visse Perrault, la mantella rossa era un simbolo delle donne dedite al mestiere di prostituta, secondo altri invece la mantella rossa rappresenta le mestruazioni e la pubertà. Differente, soprattutto nel finale, la versione scritta nel 1812 dai fratelli Grimm: Cappuccetto Rosso, così soprannominata per via della mantella che indossa, viene incaricata dalla mamma di portare una bottiglia di vino e una focaccia alla nonna che abita nel bosco, durante il tragitto incontra il lupo e si ferma a chiacchierare con esso, senza sospettare i suoi cattivi propositi. Dopo aver svelato al lupo dove si trova la casa della nonna, la bambina inizia a raccogliere dei fiori e solo dopo si rimette in cammino, ma il lupo, giunto dalla nonna prima di lei, la mangia in un sol boccone e si traveste con gli abiti della nonna. Quando arriva, la bambina, pur meravigliandosi per la porta spalancata, si avvicina al letto e il lupo così ne approfitta e divora anche lei e con la pancia ben piena sprofonda nel sonno. Ed è qui che la differenza con la versione di Perrault si fa evidente, infatti i fratelli Grimm hanno introdotto la figura di un cacciatore che, passando davanti alla casa della nonna e sentendo russare il lupo, entra per controllare e al posto della donna trova coricato l’animale; sperando di salvare la povera vittima l’uomo taglia la pancia del lupo e ne escono sane e salve Cappuccetto Rosso e la nonna. Dopo riempie di grossi pietroni la pancia dell’animale e quando quest’ultimo si sveglia e va per correre via, le pietre pesanti lo fanno cadere e subito muore. I Grimm concludono il racconto sottolineando che Cappuccetto Rosso non ha seguito l’ordine della mamma, cioè di non uscire dal sentiero, e così facendo il lupo è arrivato dalla nonna prima di lei, quindi, la fiaba contiene l’avvertimento a non fare ciò che è proibito dai genitori.
Storia diversa è quella di Rosaspina, nota anche come La bella addormentata nel bosco, la cui origine pare affondare le radici nel XIV secolo come farebbe pensare la composizione in prosa, in cinque libri, nota come Perceforest di vari autori, una cronaca della Gran Bretagna di epoca arturiana rimaneggiata fino al XV secolo. La versione, inizialmente, più apprezzata è stata quella di Giambattista Basile basata sulla storia di Sole, Luna e Talia, pubblicata postuma nel 1634, cui si riferisce Perrault per la sua versione della Bella addormentata nel bosco, presente nella raccolta I racconti di Mamma Oca. Aurora è la protagonista della fiaba, figlia di un re e di una regina, la cui nascita fu accolta con una grande festa alla quale furono invitati tutti i sovrani delle terre confinanti e tutte le fate dei regni, eccetto però la Fata della Montagna, così anziana che nessuno si ricordava più della sua presenza. Tra i tanti doni ricevuti dalla neonata, i più importanti sono stati quelli delle fate che hanno regalato alla bambina la bellezza, la grazia, la gentilezza, l’intelligenza, la simpatia, l’abilità di fare tutto. A sconvolgere la festa è l’arrivo improvviso della fata non invitata e del dono fatto alla neonata: la Fata della Montagna, offesa, dona la bellezza assoluta fino all’età di sedici anni, condannando Aurora a morte a quell’età tramite la puntura di un fuso. Ma l’espediente risolutore a questa condanna è il regalo di un’ultima fata, la settima, la quale non potendo annullare il precedente incantesimo, ha modificato la morte in sonno profondo dal quale la principessa può essere svegliata solo dal bacio dell’amore vero. La soluzione adottata dai genitori, invece, è stata quella di distruggere tutti i fusi del regno e di proibire l’uso dell’arcolaio per tessere, purtroppo però una vecchia donna essendo sorda non era a conoscenza del divieto, ed è stato l’arcolaio di questa a ferire la curiosa Aurora che ha provato a filare, così puntasi è caduta a terra come morta. A questo punto interviene ancora una volta la settima Fata che ha avvolto il castello in un incantesimo facendo cadere in un sonno profondo tutti i suoi abitanti e rendendolo impenetrabile con una foresta di rovi. Un giorno, dopo un secolo, lì vicino è passato un principe di un paese confinante che, incuriosito dai rovi e dal castello che intravedeva, ha chiesto a un eremita se sapeva qualcosa riguardo a quel luogo, l’uomo gli ha risposto che lì dormiva una principessa di rara bellezza e che molti giovani avevano provato a raggiungerla senza riuscirci. Il principe spinto dalla curiosità si è addentrato nella foresta, magicamente i rovi si sono aperti e gli hanno permesso di entrare nel castello, esplorandolo è giunto alla stanza da letto in cui dormiva la fanciulla che era così bella che non ha potuto fare a meno di baciarla: Aurora così si è svegliata. Il suo risveglio ha provocato quello degli altri abitanti del castello, compresi il re e la regina, la scomparsa dei rovi e il ritorno al fulgore del passato. La fiaba si conclude con il matrimonio tra i due giovani.
Una versione parzialmente simile a quella di Perrault si trova nei Kinder-und Hausmarchen (1812) ma col titolo Rosaspina dei fratelli Grimm in riferimento ai cespugli di rovi che circondano il castello durante il sonno centenario della principessa. La versione dei Grimm corrisponde a quella di Perrault solo fino al risveglio della fanciulla.  La storia della Bella addormentata nel bosco rappresenta il passaggio dall’infanzia alla vita adulta e nonostante le attenzioni dei genitori, la piccola principessa è destinata alla propria sorte; il racconto espone tutte le fasi della vita di una donna: l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza rappresentate dalla principessa, l’età adulta e la fecondità rappresentata dalla madre, e la vecchiaia incarnata dalla fata cattiva, la figura del principe azzurro pare essere accessoria benché la risvegli e apra la vita della fanciulla all’amore… ma forse con troppa violenza!
 Interessanti sono le valenze psicologiche riconosciute dagli studiosi nelle fiabe, Jung sosteneva che esse sono l’espressione più pura del nostro inconscio collettivo sviluppato in base a una predisposizione comune a tutta l’umanità: organizzando in maniera simile le esperienze che si ripetono attraverso le generazioni, la fiaba, pur essendo un prodotto della fantasia e dell’ingegno umano, incarna ed esprime sentimenti, emozioni, aspirazioni, speranze comuni a tutta l’umanità, riflettendo e svelando i processi dell’inconscio. Calvino considerava la fiaba come «una spiegazione generale della vita; il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che è il farsi un destino: la giovinezza, che poi vede la sua conferma nella maturità e nella vecchiaia» (I. Calvino, Fiabe Italiane, p.17, Torino 1956). Privando l’infanzia del comune retaggio fantastico, il bambino o la bambina non può trovare da solo/a trame efficaci che lo/a aiutino ad affrontare i problemi della vita, perché il materiale fiabesco offre queste trame che ricalcano i passaggi basilari dell’esistenza di ogni individuo. Medesima posizione è quella dello psicoanalista infantile Bettelheim che in suo studio del 1976 ha sottolineato che la fiaba fornisce ciò di cui si ha maggiormente bisogno: «essa inizia esattamente dove il bambino si trova dal punto di vista emotivo, gli mostra dove andare e come procedere». (Bettelheim, La fortezza vuota: l’autismo infantile e la nascita del sé, p.120, Milano 1976). La fiaba diventa una sorta di “fidata consigliera” che suggerisce dunque come muoversi nel percorso ad ostacoli della vita stessa.                          L’analisi e lo studio delle fiabe è interessante non solo per comprendere la cultura passata e presente dei gruppi umani, ma anche per mettere in evidenza alcune concezioni sulla donna e il suo ruolo nella società: nelle fiabe ci sono sempre figure femminili contrapposte e tra di loro nemiche, da un lato le principesse e le fate sempre belle e leggiadre con un carattere paziente e remissivo, addirittura le fate sono frutto dell’immaginazione, dall’altro le streghe brutte e cattive ma le uniche a combattere contro le figure maschili attive, coraggiose, leali e intelligenti.
Sorte differente che spetta alle donne è nelle fiabe moderne e contemporanee che non fanno riferimento alcuno a retaggi e bagagli culturali vecchi di secoli: pur essendo sempre belle (e d’altronde, la bellezza nel mondo greco antico era una virtù legata alla bontà, se non si era buone persone, non si poteva esser belle!), le caratteristiche di queste nuove protagoniste sono il coraggio, la passione, la resilienza, la tenacia e l’astuzia, attitudini che fanno ben comprendere che per vincere non si deve necessariamente prevaricare l’altro, ma basta averne rispetto, e malgrado la donna subirà ancora tante ingiustizie, la positività e la tenacia saranno ricompensate: vere e proprie eroine che non sono più disposte ad accettare soprusi e ingiustizie senza reagire e ribellarsi.                          Mi piace concludere questo articolo con uno slogan che risuonava durante le lotte sessantottine e che cela in sé la rivendicazione di pratiche e conoscenze femminili, rivalutando almeno per una volta le cattive per eccellenza delle fiabe: tremate, tremate, le streghe son tornate!

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheftVive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo. 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...