I’m not in Kansas anymore. Il Mago di Oz compie 80 anni

Nel titolo dell’articolo è riportata la frase pronunciata da una giovanissima July Garland, protagonista di un film, Il Mago di Oz, che il 12 agosto compie 80 anni e che ha incantato e continua ad affascinare generazioni di adulte/i e di bambine/i. L’espressione I’m not in Kansas anymore, diventata idiomatica e colloquiale negli Stati Uniti, esprime la sensazione di non trovarsi più in un ambiente tranquillo e confortevole come del resto accade all’interprete principale del film.

Correva l’anno 1939 e nelle sale cinematografiche americane usciva una pellicola che avrebbe riscosso con il tempo grande successo di pubblico, anche se non in Italia, dove il film uscì nel 1949 e non suscitò grande clamore nei cinefili italiani. Comunque nel 1940 Il Mago di Oz vinse due Premi Oscar per la colonna sonora originale di Herbert Stothart e per la miglior canzone di Harold Arlen ed E. Y. Hamburg, la famosissima Over the rainbow; nonché un premio speciale della giuria a Judy Garland.

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A offuscare il successo del film nella notte degli Oscar del 1940 contribuì sicuramente Via col Vento, distribuito proprio nel 1939 dalla Metro Goldwin Mayer, casa produttrice del Mago di Oz. I due film avevano molto in comune a partire dal regista, Victor Flaming, che si allontanò dal set del Mago di Oz proprio per girare l’altra fortunata pellicola, e che aveva assunto la regia del Mago di Oz dopo le defezioni di Richard Thorpe, King Vidor e George Cukor. Inoltre le due pellicole condividevano anche la complicatissima lavorazione: nel caso del Mago di Oz la scelta della protagonista generò molti grattacapi in quanto, a contendersi tale ruolo, vi furono oltre a Judy Garland anche la super star dell’epoca, Shirley Temple, e Deanna Durbin; poi la durata delle riprese che si protrassero per ben 136 giorni; il numero degli scenografi che raggiunse le 65 unità; i 4000 costumi di scena che vennero realizzati per 1000 interpreti tra cui 350 nani difficilissimi da reperire; insomma un gigantismo produttivo che si ripercosse sul costo finale della pellicola veramente esorbitante per l’epoca: 2.700.000 dollari. Altro interessante virtuosismo tecnico del film fu l’utilizzo di un procedimento messo a punto negli Stati Uniti durante la Grande Guerra e cioè il Technicolor, la tecnica che consente di fornire colore alla pellicola. Nel caso del Mago di Oz, si decise di alternare il bianco e nero nella parte iniziale e finale della pellicola con il colore nelle scene girate a Oz.

Ispirato ai libri di L. Frank Baum, che battezzò il suo magico regno con le lettere O e Z in quanto esse siglavano una cartelletta dell’ultimo cassetto del suo archivio, il film ha inizio in una fattoria del Kansas dove Dorothy, una vivace e un po’ imbranata ragazzina, vive con i suoi zii e il suo amato cagnolino Totò. Un tornado la trasporta nel fatato mondo di Oz, abitato da deformazioni fantastiche delle persone che popolano ogni giorno la sua vita: la perfida Strega dell’Ovest ricorda l’antipatica e scorbutica vicina di casa che vorrebbe eliminare il cagnolino di Dorothy; lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta e il Leone assomigliano molto ai dipendenti della fattoria di zia Emma; e anche il Mago, che alla fine la protagonista riesce a incontrare, ha le sembianze del Professor Meraviglia, un inventore da strapazzo che vive in una roulotte nei pressi della fattoria. Insomma nel meraviglioso mondo di Oz niente è come sembra e, per tornare a casa, a Dorothy non basta la protezione di Glinda, la buona Strega del Nord, e neppure incontrare il Mago, che si dimostra essere un ciarlatano, ma sono necessarie le scarpette rosse, conquistate all’inizio del film dopo aver causato accidentalmente la morte della malvagia Strega dell’Est, e una formula magica, There’s no place like home, che la riporta in Kansas. Paolo Mereghetti, nel suo Dizionario dei film, non risparmia pungenti frecciate alla pellicola e soprattutto al finale definendolo “un perbenistico e triste ritorno nel mondo della realtà – virato in seppia, mentre il mondo di Oz è fotografato a colori”.

Di un altro avviso è invece lo scrittore Salman Rushdie che, sentendosi in debito verso una pellicola che ha contribuito alla scoperta della sua vena letteraria, ne ha realizzato un saggio dal titolo Lontano dal Kansas che offre interessanti spunti di riflessione. Innanzitutto l’autore dei Versi satanici sottolinea come la forza del film sta nel “mostrare l’inadeguatezza degli adulti, anche degli adulti buoni, e nel farci vedere come la debolezza dei grandi costringa i bambini a prendere in mano il loro destino”. Una delle frasi, a mio giudizio, più emblematiche della pellicola è, infatti, quella pronunciata dalla protagonista in risposta alla zia che le chiede di trovarsi un posto dove stare tranquilla e non cacciarsi nei guai, Un posto dove non cacciarmi nei guai, Totò, credi che esista un posto del genere? Ci deve pur essere!. La ricerca di un luogo con tali caratteristiche è la spinta, il motore che porta Dorothy verso un mondo altro e, in effetti, nel film, e ancora di più nei libri scritti da L. Frank Baum che costituiscono una saga di ben 13 titoli, risulta evidente la presenza di due differenti pulsioni: il desiderio di partire e quello di tornare.

Il viaggio dal Kansas a Oz può essere quindi considerato come un rito passaggio, un pellegrinaggio da un mondo degli adulti che non riescono a comprendere e a sostenere Dorothy alla ricerca della propria identità ad un regno altro in cui tutto è a misura di bambina a partire dai Mastichini, versione rivista dei Nani di Biancaneve, che l’accolgono come un’eroina per via dell’uccisione accidentale della Strega dell’Est. Oz è quindi un luogo in cui la protagonista del film si trasforma in una guida per gli amici che incontra lungo il suo percorso: lo stolto Spaventapasseri, alla ricerca di un cervello; l’insensibile Uomo di Latta, che desidera un cuore; e il codardo Leone, che ambisce ad avere coraggio. Grazie a lei, i buffi personaggi che l’accompagnano acquisiscono fiducia in se stessi dimostrando come tutto ciò che desideriamo e possiamo essere risiede dentro di noi, a volte ce ne dimentichiamo allora risulta utile qualcuno, che magari come Dorothy è anche lei alla ricerca di sé, che ce lo ricordi.

Ecco dunque che la figura del Mago di Oz si rivela essere un’illusione: dietro a questo personaggio, cercato, idealizzato e diventato il fulcro delle speranza dei protagonisti, si cela in realtà un impostore che, una volta scoperto e riconosciuto di non aver nessun potere magico, non può fare altro che distribuire diplomi agli amici di Dorothy che attestino qualità che i tre hanno già scoperto di avere. Per la bambina si apre la strada di casa a cui giunge grazie ad una formula magica da lei pronunciata e allo sfregamento delle sue luccicanti scarpette rosse. Una volta tornata nel Kansas, è la zia Emma a mettere subito in discussione il viaggio nel magico mondo di Oz riducendolo ad un sogno infantile, Dorothy naturalmente protesta, ma a nulla valgono le sue argomentazioni. Aveva dunque ragione Mereghetti sul finale del film? In che cosa è consistita la rivoluzione di Dorothy se non in un triste ritorno alla realtà?

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A darci una risposta sono, secondo me, le scarpette rosse, che fra l’altro nel libro di L. Frank Baum erano d’argento: Dorothy quando si risveglia in Kansas ancora le indossa e sono per lei un lasciapassare, la possibilità di tornare in viaggio, cosa che si verifica nella saga di Baum, ma non nel film dove la bambina sembra nuovamente bloccata nel mondo color seppia del Kansas. Alla fine non ha proprio tutti i torti Rushdie quando sostiene che è Oz a rappresentare la Casa dato che quando si diventa adulti si comprende non che nessun posto è bello come la propria casa, ma che la casa è quella che ci costruiamo ovunque e in ogni luogo ci sia una parte di noi, dei nostri sogni e desideri.

E chi lo dice che questo luogo non sia proprio Over the rainbow? Basterebbe poco per scoprirlo: due splendide e scintillanti scarpette rosse che sono rimaste nascoste in un ripostiglio della Metro Goldwin Mayer fino agli anni ’70, quando sono state vendute all’asta per 15000 dollari per poi essere rubate al proprietario e, infine, ritrovate l’anno scorso; oggi il loro valore si aggira intorno al milione di dollari.

Se effettivamente realizzassero ciò che promettono, cioè di trasportarci in un mondo oltre l’arcobaleno dai colori brillanti e sgargianti del Technicolor dove realizzare sogni e desideri, chi di noi non si indebiterebbe a vita per comprarsele?

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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