Woodstock. Splendore e tramonto di un decennio breve

Il giorno di ferragosto del 1969 Steven Heller, diciannovenne newyorkese, aveva preparato il suo zaino e stava uscendo per andare al festival, ma non ci arrivò mai. Alla porta erano ad attenderlo un paio di poliziotti che lo arrestarono con l’accusa di pornografia. L’anno prima Steven era diventato art director della New York Revue of Sex and Politics – un periodico underground di testi, fumetti e illustrazioni divenuto un manifesto della libertà sessuale – più per le sue idee politiche progressiste e di sinistra che per reali conoscenze e abilità grafico-editoriali. Quelle sono venute dopo. In quegli anni circolavano fumetti, riconosciuti poi come capolavori, che trattano con piglio audace e sardonico di sesso e droga, basti pensare all’opera di Robert Crumb e di Gilbert Shelton. Il tema della libertà non era mai stato così scottante come negli anni Sessanta.

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Steven Heller all’epoca del suo primo arresto e una copertina della New York Revue of Sex and Politics

Quando Steven mi raccontò del suo guaio legale, un paio d’anni fa, mi pareva che ancora gli rodesse, non tanto per l’arresto – che non fu l’unico, ma ormai è acqua passata – quanto perché lui, protagonista della stampa e della vita underground di quegli anni, a Woodstock non c’era arrivato. Glielo chiesi esplicitamente perché pensavo che potesse raccontarmi, minuto per minuto, quei tre giorni entrati nella Storia. Chi meglio di lui? Mi parve che la sua assenza ci accomunasse perché, sebbene per motivi diversi, a Woodstock non c’ero andato nemmeno io. Non è una tragedia, d’accordo, ma qui, in questa lontana provincia dell’impero americano, in quell’estate del 1969 noi adolescenti ci sentivamo i destinatari della canzone di Enzo Jannacci Prete Liprando, “dedicata a tutti quelli, e sono tanti, che pur essendo testimoni di fatti importantissimi, determinanti nell’evoluzione della civiltà, neanche se ne accorgono”. Infatti ce ne accorgemmo solo parecchi mesi dopo, quando il film Woodstock apparve nelle sale italiane, il 26 marzo 1970. Ne uscimmo ammutoliti. Noi, giovani di periferia che strimpellavamo quattro accordi con la chitarra, sapevamo che non avremmo mai vissuto un’esperienza simile e la nostra vita ci apparve all’improvviso piuttosto miserabile. A vederlo da qui ci sembrava l’apoteosi dello slogan che lo pubblicizzava: “tre giorni di pace, amore e musica”, che era esattamente quello che noi sognavamo. E, anche se i fatti non andarono proprio come ce li avevano raccontati, Woodstock rimane un episodio fondamentale per capire un pezzo del Novecento.

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Il manifesto del festival di Woodstock, di Arnold Skolnick, e la copertina del primo album

Tanto per cominciare, il festival di Woodstock in realtà si svolse a Bethel, cittadina rurale dello Stato di New York a circa 69 chilometri a nordest di Woodstock, dal 15 al 18 agosto 1969. L’idea del concerto era venuta a un paio di giovani uomini d’affari, John P. Roberts e Joel Rosenman, che cercavano la possibilità di far fruttare i loro soldi e trovarono altri investitori con l’idea di aprire uno studio di registrazione in un luogo tranquillo, e Woodstock, un paese della contea di Ulster, aveva i requisiti giusti. Poi pensarono a un grande festival nello stile di quello californiano di Monterey di due anni prima, e nella primavera del 1969 affittarono un’area per l’evento che, secondo le speranze, avrebbe attirato cinquantamila persone. La popolazione però si oppose e il comune emanò in fretta e furia una legge per impedirlo, con la motivazione, tutto sommato realistica, che i servizi igienici non sarebbero mai stati all’altezza. Ma il motivo vero era che un concerto rock avrebbe comportato un’invasione di “figli dei fiori” (ragazzi coi capelli lunghi e ragazze poco vestite) che avrebbero fatto sesso senza freni, assunto droghe e prodotto un livello di decibel intollerabile per la gente che viveva in quella pacifica e sonnolenta cittadina.

A questo punto trasferirono il progetto a Bethel, nella contea di Sullivan, e capirono che sarebbe stata necessaria un’organizzazione un po’ più estesa e capillare, così affittarono circa 250 ettari da un allevatore per 75.000 dollari e altri 25.000 andarono a proprietari confinanti per allargare ancora l’area che, nella loro idea, avrebbe ospitato un grande raduno. L’accordo avvenne in un ristorante e sarebbe dovuto restare segreto fino al lancio pubblicitario ufficiale in grande stile, ma il pettegolezzo sfuggì di mano e il passaparola fece il resto. Si affrettarono a mettere sul mercato i biglietti e in un batter d’occhio si resero conto che le prevendite erano arrivate al numero incredibile di 186.000 (e questo parecchi anni prima di internet). Poi tutto avvenne molto in fretta. Il tecnico del suono Bill Hanley costruì strutture faraoniche per il palco e per le torri che avrebbero sorretto gli altoparlanti, prevedendo per eccesso, da bravo professionista, un pubblico di 200.000 persone. Ma il 15 agosto ne arrivò mezzo milione, e c’è chi dice che furono il doppio.

Le strade di accesso al sito s’intasarono ma ragazze e ragazzi continuarono ad arrivare con qualunque mezzo, spesso a piedi. Il caos era totale e presto l’ingresso fu aperto anche a chi non aveva il biglietto perché sarebbe stato impossibile fermare tutta quella gente. Le recinzioni furono facilmente abbattute. Ci furono problemi igienici, sanitari e di approvvigionamento, eppure non avvenne il disastro che i giornali avevano prontamente profetizzato. L’unico cronista presente, Barnard Collier del New York Times, disse in seguito di aver ricevuto pressioni dalla redazione per dare del raduno un ritratto negativo, insistendo su disagi, sporcizia, droga, promiscuità e inevitabile violenza, ma fu stupito dalla “affascinante cooperazione, premura e correttezza di così tante persone” e si rifiutò di scrivere falsità. Dopo la cronaca del primo giorno sul New York Times, la percezione di gran parte del pubblico nei confronti del festival di Woodstock mutò e divenne sorpresa e positiva.

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La strada per arrivare al festival di Woodstock

Il festival, di per sé, non andò come si era sperato. Oltre ad essere tutto terribilmente sottodimensionato per un tale pubblico, ci furono problemi elettrici (Jerry Garcia e Bob Weir, dei Grateful Dead, presero la scossa toccando le loro chitarre), l’amplificazione non si dimostrò all’altezza, alcune registrazioni risultarono inascoltabili, la droga che circolava era spesso pessima (la notizia e le relative raccomandazioni vennero date pubblicamente dal palco) e domenica 17 agosto una pioggia torrenziale trasformò tutta l’area in un palude fangosa nella quale, come mostra il film, gente nuda si divertì a sguazzare e a ridere, e di conseguenza la fine del festival fu posticipata al giorno seguente. Ci furono due morti, uno per overdose di eroina e un altro investito da un trattore mentre dormiva nel sacco a pelo in un campo limitrofo. Pare anche che due donne vi abbiano partorito, mentre non ci sono dati sulle gravidanze che vi iniziarono.

Contro le avversità meteorologiche, dal palco e nel fango si alzò un coro, «No pioggia!», che avrebbe dovuto convincere le nuvole a scomparire in virtù delle “buone vibrazioni” emesse, ma il temporale durò a lungo nonostante il primo giorno, insieme ai musicisti, anche lo yogi indiano Swami Satchidananda avesse pregato dal palco per propiziare la buona riuscita del festival. Tutti erano sballati, a partire dagli artisti, e forse per questo non si preoccuparono troppo del fatto che, con simili presupposti, poteva accadere di tutto. Alla fine se ne andarono quasi tutti infangati e strafatti ma illesi. D’altro canto si diceva che il mondo fosse all’inizio della leggendaria età dell’Acquario, che avrebbe portato secoli di pace, amore e creatività.

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Nel fango, dopo il temporale

Steven fu sbattuto in una cella come quelle che si vedono (ovviamente) nei film americani, piena di teppisti e prostitute, e uscire dai guai gli costò un mucchio di soldi in avvocati. Gli accadde due volte, e sempre per la stessa accusa di pornografia. In quegli anni i concetti di pornografia e di libertà sessuale erano piuttosto vicini: accuse simili erano state rivolte anche a grandi poeti come Allen Ginsberg e scrittori come Jack Kerouac, che nel frattempo noi, sempre in ritardo nella nostra piccola penisola, cominciavamo a conoscere grazie agli studi e alle traduzioni di Fernanda Pivano. Quell’America ci abbagliava, anche a causa delle sue molte contraddizioni (parola che imparammo presto a usare in tutte le salse). La cultura nordamericana era fatta di mille facce e la musica che ascoltavamo e ricercavamo faticosamente, decenni prima di YouTube, derivava dalla criminale deportazione del popolo africano, dalla sua plurisecolare schiavitù, dalla lotta contro il razzismo e per la liberazione. Nel 1955 Rosa Parks era stata arrestata per non aver voluto cedere il suo posto in autobus a un bianco; nel 1965 erano state abrogate le “Leggi Jim Crow” che, dopo la liberazione degli schiavi, avevano comunque tenuto il popolo afroamericano in condizione di sudditanza ed era stato ammazzato il leader nero separatista Malcolm X; nel 1968 era toccato a Martin Luther King. La miscela di cultura africana, di repressione feroce, di assimilazione e di contaminazione produssero un insieme di arti senza precedenti. La musica nera, priva di documentazione scritta, cominciò ad essere registrata e conosciuta dalla massa negli anni Venti del secolo scorso e i bianchi l’apprezzarono. Pure la povertà bianca seguita alla crisi del 1929 ebbe i suoi cantori, che la mescolarono nel calderone (il famoso melting pot) da cui nacque anche Woodstock.

Libertà era la parola d’ordine, ma appariva già allora contraddittoria. Se la lotta per conseguirla era fatta di sesso droga e rock and roll, parallela scorreva quella per i diritti civili, per la giustizia sociale, per l’emancipazione delle classi lavoratrici: sesso, droga, rock and roll e lotta di classe sembravano tutt’uno. Ma anche nel cinema più radicale, come nei quasi contemporanei Easy Rider e Fragole e sangue, le figure femminili sono languidi oggetti d’amore, o prostitute, o fameliche ninfomitomani determinate a scopare con l’eroe. Nei collettivi politici le ragazze erano semplicemente passate dal ruolo di angelo del focolare a quello di angelo del ciclostile. Rispetto alla precedente condizione di dattilografe, subordinate ma produttive, nell’ambiente underground e nella sinistra le donne erano state ricollocate alla loro mansione di riproduttrici. La coscienza femminista iniziava quindi a criticare anche la visione caustica del sesso che emergeva dalla stampa, dalla musica e dal cinema underground segnalandone la radice patriarcale. La rivoluzione sessuale non poteva limitarsi all’esibizione del sesso senza censura ma doveva portare alla conquista della parità mentre, nel nostro Paese, il diritto al divorzio, alla maternità come libera scelta, alla parità salariale, alla proprietà del proprio corpo e dello stesso proprio cognome era ancora lontano. La base di partenza doveva essere la critica globale alla visione del mondo imperante. Era diventato necessario puntare in alto, sputare non solo sulla musichetta per famigliole ma sullo stesso Hegel.

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Una manifestazione femminista del Women’s Liberation Group , New Haven, 1969

Guardando oggi il film su Woodstock con un minimo di senso critico ciò appare chiaro. Non tutto, sul palco, fu libertario e rivoluzionario. Le musiciste sono poche benché straordinarie, pochissime le soliste e leader del loro gruppo: stelle come Joan Baez e Janis Joplin rifulgono come luminosissimi astri solitari. I volti neri sono quasi assenti tra il pubblico e rari sul palco. Alle 17 del 15 agosto il festival fu aperto dal nero Richie Havens, che a causa della disorganizzazione generale dovette prolungare la sua esibizione oltre i limiti previsti e che, non sapendo bene che fare, si lanciò in una lunga improvvisazione ripetendo la parola “freedom” (libertà), e fu chiuso dal nero Jimi Hendrix che suonò la mattina del 18, mentre tutti se ne stavano andando, anziché la sera del 17, ma nel mezzo, fra ritardi pioggia e scosse elettriche, gli artisti furono quasi solo maschi bianchi.

Ma oggi non possiamo negare che fu un evento straordinario, l’apice di un’epoca. Il mondo lo ricorda ancora come tre giorni di pace, amore e musica e, al di là del merchandising che ne è seguito, è giusto.  così. Quando andammo a vedere Woodstock al cinema restammo attoniti ascoltando l’inno nazionale degli Stati Uniti che Jimi Hendrix distorceva in sibili di bombe, esplosioni di granate, raffiche e urla rappresentando l’orrore del Vietnam. Non lo sapevamo ancora, ma in quell’agosto 1969 stavano davvero finendo quegli anni Sessanta iniziati nel 1962 con il primo disco dei Beatles: era l’apoteosi e il tramonto di un decennio breve.

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Janis Joplin e Joan Baez a Woodstock

I tre giorni e le tre notti del festival si trovano dettagliatamente in rete e nel film, parte della musica apparve nel maggio 1970 in un primo album triplo e poi, l’anno seguente, in un secondo album doppio, e alcuni artisti pubblicarono per proprio conto le loro esibizioni in altri dischi, ma non si tratta che di una parte della musica suonata durante il festival. Per il cinquantenario è prevista l’uscita di un cofanetto contenente 432 brani, 32 ore di musica, in 38 cd, ma neppure questa è l’edizione completa, perché mancano tre canzoni. Nemmeno la tecnologia digitale e il mezzo secolo di storia sembrano esaurire l’evento più importante di tutti, che continua a sembrare indescrivibile, inafferrabile.

Dopo le sue vicissitudini, Steven Heller è stato l’art director del New York Times per trentadue anni ed è divenuto uno dei più prolifici e influenti progettisti, storici, critici  e docenti della grafica contemporanea. Non ci somigliamo in nulla ma, mentre parlavamo di Woodstock, quell’occasione perduta di cinquant’anni fa sembrava affratellarci. Dopo il nostro ultimo incontro ci siamo scambiati per email le nostre foto in bianco e nero da teenager: assorti e sornioni studentelli dai capelli lunghi, gli occhi colmi di ironia, spaesamento, voglia di divertirsi, timore del futuro. Nonostante le contraddizioni che lentamente si rivelarono, le immagini e i suoni di Woodstock raccontano proprio questo: adolescenti con la stessa faccia e della stessa razza in pace, amore e musica, la loro speranza in un mondo migliore. È doloroso, dopo, riconoscere che non è stato ancora fatto ciò che era già chiaro allora: abbattere muri, costruire ponti, aprire porti.

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L’ultimo concerto del festival: Jimi Hendrix

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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