Le elezioni del 1919 e il Bienno Rosso

Capitolo9_indice02_Vitamine.jpgFino al 1914 il sistema elettorale italiano era strutturato per collegi uninominali: il Regno veniva diviso in tanti collegi quanti deputati da eleggere (mentre i senatori erano nominati dal Re) e in ogni collegio veniva eletta la persona che otteneva più voti, indipendentemente dalla sua lista di provenienza. Nel 1919, per la prima volta, viene introdotto il sistema proporzionale diretto su scala nazionale: i seggi alla Camera sono ripartiti in maniera direttamente proporzionale alla quantità complessiva di voti ricevuti da ogni partito in tutto il Paese.

Alle elezioni del 1919 si presentano quattro liste: i liberali, il Partito Socialista, il Partito Popolare e il movimento dei Fasci di combattimento. I liberali rispondono alla tradizione dell’Italia giolittiana; i socialisti sono divisi in minimalisti (riformisti) e massimalisti (rivoluzionari); il Partito Popolare, fondato dal sacerdote don Luigi Sturzo, è il primo partito dichiaratamente cattolico che si presenta con l’appoggio papale dopo che il Non expedit è stato sospeso con il Patto Gentiloni; il movimento dei Fasci di combattimento, guidato da Benito Mussolini, ex socialista massimalista anticlericale e repubblicano, incarcerato per antimilitarismo durante la guerra in Libia ma fortemente nazionalista, è una nuova formazione che fa leva sull’insoddisfazione generale e in particolare sul malcontento sorto dalla questione dei reduci.

Le elezioni registrano un forte calo di consensi per i liberali a vantaggio dei cattolici del Partito Popolare. Ma la cosa più sorprendente è che il Partito Socialista riporta un successo clamoroso. Invece il movimento dei Fasci di combattimento non ottiene nessun seggio e rimane fuori dal Parlamento.

Il Partito Socialista è primo partito nazionale ma non ha la maggioranza assoluta per governare da solo. Dovrebbe quindi allearsi con uno dei “partiti borghesi” per realizzare un governo di coalizione. Ma la maggioranza interna del partito è massimalista, quindi contraria a scendere a compromessi. Popolari e liberali insieme riescono a raggiungere la maggioranza parlamentare per formare un governo di stampo liberalcattolico. Ma non può avere vita lunga.

Gli anni tra il 1919 e il 1921 sono segnati da un elevatissimo livello di conflittualità sociale in tutta l’Italia. I liberali hanno ormai perso il potere politico che detenevano prima della guerra e siedono al governo solo grazie all’alleanza stretta con il mondo cattolico in funzione antisocialista.

La povertà dilagante e le notizie che arrivano dalla Russia spingono il proletariato italiano su posizioni sempre più rivoluzionarie. In questi due anni vengono occupate terre e fabbriche, si susseguono scioperi generali e nascono spontaneamente consigli popolari di operai, contadini e braccianti. La situazione sembra star diventando incontrollabile. Le donne si uniscono alle lotte e i sindacati costituiscono la retroguardia organizzativa e logistica di ogni azione. Questo periodo prende il nome di “Biennio Rosso”. La Rivoluzione è ritenuta vicina, la società pare pronta, il «Sol dell’Avvenire» sembra essere proprio dietro la prossima collina.

Ma il Partito Socialista prende tempo e la Rivoluzione tanto attesa non arriva mai.

Le squadre fasciste intanto si moltiplicano, aggressioni ed episodi di violenza si registrano sempre più spesso, non solo contro sedi e iniziative socialiste ma anche contro singoli esponenti liberali e cattolici. Finanziate da imprenditori e agrari, le bande fasciste intervengono contro le occupazioni di terre o fabbriche prima della polizia: Mussolini sta riuscendo nel suo ruolo di doppiogiochista, apparentemente attento alle questioni operaie ma violento con le lotte e rassicurante verso i padroni. Nel 1920, a Bologna, viene eletto il primo sindaco socialista ma le bande fasciste ne impediscono l’insediamento.

Davanti al crescente clima intimidatorio creato ad arte dai fascisti e al temporeggiare incerto dei leader socialisti, nasce la prima vera organizzazione di volontari antifascisti. Si tratta degli Arditi del Popolo, formazione spontanea ideata dall’anarchico Argo Secondari, in cui confluiscono anarchici, comunisti e socialisti delusi dal Partito, oltre a singoli operai e braccianti, per arrestare direttamente gli atti squadristi che nessuno sta fermando. Ma il Partito Socialista, per “prudenza”, nega l’appoggio a questa formazione facendola passare come una banda di delinquenti comuni o di sovversivi di sinistra, e la polizia fa il resto. L’unico consiglio del Partito è prendere tempo.

Nel 1921 l’ondata sovversiva si placa. Per due anni gli operai hanno atteso una Rivoluzione che non è mai arrivata. I socialisti ormai hanno perso credibilità. Con il Congresso di Livorno il Partito Socialista si spacca: da una scissione guidata da Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci e Umberto Elia Terracini nasce il Partito Comunista d’Italia. Il nuovo Partito Comunista, di stampo nettamente marxista, è parte della III Internazionale e obbedisce alle direttive di Mosca.

Schema.date_FASCISMO.Vitamine_09.02Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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