Per Nanda

Fernanda Pivano, per tutti Nanda, nasce a Genova nel 1917 e al capoluogo ligure rimarrà per sempre legata. Proviene da una famiglia agiata di origini straniere (madre inglese e padre svizzero), in casa si parla inglese e francese ma non italiano, e l’amore per le lingue straniere, l’inglese in particolare, sarà un elemento cardine della sua vita. La famiglia Pivano, notoriamente antifascista, vive anni molto difficili durante il regime: il padre viene mandato al confino e alla madre viene sottratta la banca che aveva ereditato. L’antifascismo è il fattore che accomuna le sue amicizie e frequentazioni di tutta la vita.

Quando lei sta per cominciare il liceo, la famiglia si trasferisce a Torino, una città culturalmente molto viva. Suo compagno di classe al liceo D’Azeglio è Primo Levi. Sono gli anni della dittatura fascista e della repressione quotidiana. Una mattina la lezione di letteratura italiana viene interrotta dalla milizia fascista che ammanetta l’insegnante per portarlo al confino: il docente in questione è Cesare Pavese. Ironia della sorte, sia Levi che Pivano, oggi entrambi noti per i meriti letterari, all’esame vengono bocciati in italiano perché il loro tema non è gradito al regime. Dopo la scuola, Levi sparisce. Dove sia finito, lo si saprà anni dopo grazie al libro Se questo è un uomo, memorabile ritratto della barbarie nazista.

Con Cesare Pavese, una volta tornato dal confino, Fernanda avrà una tormentata storia d’amore. È da lui, oltre che dalla libreria di famiglia, che Fernanda scopre la letteratura straniera.

Manifesta fin da giovane la sua ostilità al clima di “autarchia culturale” imposto dal regime leggendo autori russi, inglesi, tedeschi, francesi, americani, per niente graditi a chi indossa la camicia nera. Lo scrittore che maggiormente la affascina è Ernest Hemingway.

Nonostante l’ambiente politico che frequenta, Fernanda non si unisce mai alle bande partigiane. Crede fermamente nella nonviolenza e la sua unica arma è la macchina da scrivere. Nel 1941 si laurea in letteratura inglese (perché quella americana non è ancora riconosciuta dall’università italiana) con una tesi su Moby Dick di Hermann Melville. Due anni dopo discute una seconda tesi, stavolta in pedagogia, sull’esistenzialismo italiano di Nicola Abbagnano. Riesce a sopravvivere al tesissimo clima politico di quegli anni. In pieno conflitto esce una delle sue opere principali: la traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

È Fernanda Pivano a portare in Italia la letteratura americana.

È invece censurata dal regime la sua traduzione di A Farewell to Arms (Addio alle armi) di Ernest Hemingway: il governo fascista accusa lo scrittore, schierato con i comunisti durante la guerra di Spagna, di antimilitarismo.

Negli stessi anni molte altre sue traduzioni, da Lewis Carroll a Edgar Allan Poe e allo stesso Hemingway, non riescono a vedere la luce. Negli anni Cinquanta traduce The Old Man and the Sea (Il vecchio e il mare) di Hemingway. Dopo la guerra Fernanda viaggia in America, fulcro della sua scrittura.

Qui, finalmente, viene invitata a incontrare di persona Ernest Hemingway.

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Fernanda Pivano con Ernest Hemingway

Dopo aver visto l’Europa trasformarsi per anni in un grande mattatoio, vede l’America del dopoguerra diventare un grande supermercato. Traduce Tender is the Night (Tenera è la notte) di Francis Scott Fitzgerald, lo scrittore della ricca società delle feste di lusso, l’America degli ultimi anni Quaranta. Fernanda non cede al consumismo del boom economico. Conosce autori come Henry Miller, Walt Whitman, John Dos Passos, William Faulkner, Jorge Luis Borges. Nel 1949 sposa Ettore Sottsass. Qualche mese dopo, Cesare Pavese si suicida. La sua ultima poesia recita «verrà la morte e avrà i tuoi occhi».

In Italia Fernanda stringe amicizia con letterati antifascisti come Ignazio Silone, Carlo Levi, Elsa Morante, Alberto Moravia, Vasco Pratolini, Elio Vittorini, Dino Buzzati, Salvatore Quasimodo e Pier Paolo Pasolini (di quest’ultimo ama in particolare i film come Accattone, Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo). La sua casa milanese è un luogo di ritrovo di intellettuali e poeti, un tempo perseguitati e ora celebrati. Ma l’America la chiama di nuovo. Il consumismo e la contestazione giovanile. Nel 1954 Ernest Hemingway ottiene il Premio Nobel per la letteratura.

Nel 1957 esce un libro scandaloso che travolge il perbenismo puritano d’oltreoceano parlando di viaggi di sesso di droghe psichedeliche e naturali e piacevoli di libertà e di non lavoro: si tratta di On the road di Jack Kerouac. L’anno dopo esce l’edizione italiana, Sulla strada, tradotto proprio da Fernanda Pivano. Contemporaneamente a On the road, un altro testo scandaloso scuote la mentalità americana: il poema Howl di Allen Ginsberg rischia di costare il carcere per «pornografia e oscenità» all’editore Lawrence Ferlinghetti. Fernanda Pivano ne fornisce una traduzione in italiano sorprendentemente efficace per un testo così difficile. In Italia il sesso è ancora un rigido tabù. È sconvolgente, per l’Italia degli anni Cinquanta, trovare tra le pagine del Jukebox all’idrogeno di Ginsberg frasi come «Il mondo è santo! L’anime è santa! La pelle è santa! Il naso è santo! La lingua e il cazzo e la mano e il buco del culo sono santi! […] Santa mia madre nel manicomio! Santi i cazzi dei nonni del Kansas!». Tra Fernanda Pivano e Allen Ginsberg nasce un’amicizia fortissima che durerà tutta la vita. È solo il 1960 quando Fernanda presenta a Milano l’edizione italiana de I sotterranei di Kerouac, ma già si respira l’aria del Sessantotto. Ormai ultracinquantenne, Fernanda non prende parte alla contestazione giovanile ma è tra i pilastri culturali dei “figli dei fiori”. Frequenta gli autori della Beat generation come Bob Dylan, Neil Cassady, William Borroughs, Gregory Corso, Peter Orlovsky e Charles Bukowski. Un enorme dolore per Nanda è dato dalla notizia della morte di Hemingway, nel 1961.

Gli anni Sessanta e Settanta la vedono impegnata a diffondere la letteratura Beat in Italia, dove il perbenismo cattolico continua a oscurare numerosi temi, in particolare quelli legati alla sessualità e alla contraccezione. È dall’inizio dell’Urlo di Ginsberg «I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix» (tradotto da Fernanda Pivano con «ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa») che Francesco Guccini trae i primi versi della canzone Dio è morto «ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia alla ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già». Scrive Fernanda nel suo libro Beat Hippie Yippie: «quando andai in America, nel 1956, trovai letterati e giornalisti in subbuglio: erano i tempi di Urlo e dei cosiddetti Beat. Da allora, per una ragione o per l’altra, in subbuglio ci sono sempre rimasti».

A Genova la Nanda stringe una forte amicizia con due personaggi, molto più giovani di lei ma non per questo meno validi, che segneranno per sempre l’identità genovese: si tratta di Fabrizio, un poeta di famiglia ricca ma affascinato dai quartieri malfamati del centro storico, che, chitarra alla mano, canta i poveri e i disperati senza giudicarli, e don Andrea, un prete salesiano più vicino alle persone in difficoltà che alle gerarchie ecclesiastiche.

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Fernanda Pivano con Fabrizio De André

Fernanda regala a Fabrizio la sua traduzione dell’Antologia di Spoon River: da questo regalo l’amico poeta trarrà l’album Non al denaro non all’amore né al cielo. Sarà lei negli anni Novanta a presentare il romanzo di Fabrizio De André e Alessandro Gennari Un destino ridicolo, una storia che vede intrecciarsi la malavita genovese e quella marsigliese. Fernanda vede in Fabrizio De André il corrispettivo italiano di Bob Dylan. Scriverà di lei don Andrea Gallo nel libro Così in terra come in cielo edito nel 2010: «A me personalmente, come prete cattolico, Fernanda ha insegnato la laicità intesa come spazio etico in cui tutte le religioni possono essere capite e rispettate. Si augurava una fede senza arroganza e senza crociate, la possibilità di riconoscere un’etica anche a chi non crede in Dio».

Nel frattempo Fernanda continua a dedicarsi al suo autore preferito traducendo Across the River and Into the Trees (Al di là del fiume e tra gli alberi) di Hemingway; cura e pubblica in Italia la raccolta C’era una volta un Beat.

L’ottantesimo compleanno della prima Beat italiana è segnato da un profondo lutto: proprio nel 1997 muore il suo carissimo Allen Ginsberg. Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la nomina Cavaliere della Gran Croce, la più alta delle onorificenze italiane. Nel gennaio del 1999 un altro enorme dolore scuote Nanda, l’Italia intera e in particolare la Liguria: stavolta a morire è proprio Fabrizio De André. Fernanda, don Andrea e Dori Ghezzi partecipano insieme al funerale del grande poeta genovese. L’intero capoluogo ligure saluta commosso il suo cantautore nella basilica di Carignano, gremita di una folla immensa.

Fernanda riceve il Premio per la pace e la prosperità tra i popoli ad Arezzo e il Premio Cavour per la traduzione a Torino. Nel 2003 viaggia in America per l’ultima volta. Commossa, fa visita alla tomba di Hemingway, ricordando il loro incontro di tanti anni prima. L’anno successivo la sua Genova è la capitale culturale d’Europa e Fernanda vi è invitata con un posto d’onore tra le celebrazioni. La rivista Io Donna la cita tra le figure femminili più importanti del Novecento.

Fernanda Pivano muore ad agosto del 2009 a Milano. La notizia fa il giro del mondo in fretta, persino l’Osservatore Romano le dedica un caloroso articolo che spiega la sua tecnica di traduttrice: «dimenticare il proprio modo di scrivere per capire e riportare il modo di scrivere dell’autore tradotto, in piena umiltà, se pur con acribia, con scrupolo filosofico, non esente da necessaria immaginazione». Le spoglie sono immediatamente riportate nella sua città natale.

La sua vita ricorda quel suonatore Jones «che fu sorpreso dai suoi novant’anni che con la vita avrebbe ancora giocato» cantata da De André grazie a lei.

Il funerale si svolge nella stessa basilica di Carignano dove dieci anni prima è stato salutato il suo amico Fabrizio. Come da lei voluto, a tenere l’omelia funebre, accalorata e commovente, è il prete che era accanto a lei e a Dori Ghezzi davanti alla bara del Poeta genovese.

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Levanto (SP). Fernanda Pivano e Don Andrea Gallo alla Casa del Popolo di Montaretto. Foto di Paolo Navalesi (2005)

Don Gallo ricorderà sempre Fernanda Pivano con grande amore: «Ancora una volta la collina di Carignano si è sciolta in un lago di amore […]. Amo la Fernanda che mi amava teneramente. […] Fabrizio ci ha insegnato l’alfabeto dell’Amore. La Fernanda dobbiamo definirla un’Antologia dell’Amore […] Nel discorso della Montagna, alla nona beatitudine, troviamo: Beati i costruttori di pace. […] Fernanda: Shalom, Salam, Pace. Ciao, Signora America. Ciao, Signora Libertà. Ciao, Signorina Anarchia».

Oggi Fernanda riposa nel cimitero monumentale di Staglieno, non lontano dal suo caro Fabrizio.

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Genova. Fernanda. Cimitero di Staglieno. Foto di Andrea Zennaro

A dieci anni dalla sua scomparsa, in virtù della grande ricchezza culturale che questa donna ha lasciato, è doveroso che il Comune di Genova le renda omaggio con un’intitolazione, riconoscimento già attribuito agli altri due grandi genovesi, Fabrizio De André e don Andrea Gallo.

In copertina. Savona. Intitolazione a Fernanda Pivano, Foto di Luca Sica

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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