Dorothy Counts, il coraggio di una camminata

Nessuno mette il sale nella torta. Il dolce va con il dolce, il salato col salato. Chi è che mescola il diverso, mischia gli opposti, unisce l’acqua con l’olio? I pazzi. I pazzi o i criminali. I primi non conoscono l’ordine, i secondi odiano le regole. Il mondo, però, va così, suddiviso e organizzato. Così il Padreterno lo ha voluto: luce e buio, bene e male, Paradiso e Inferno. Che è successo a chi ha provato, dalla terra, a toccare il cielo? Eva è stata cacciata, Icaro è precipitato. All’alba e al tramonto, per un momento, tutto sembra fermarsi: prima che il sole nasca o sparisca, arriva un silenzio innaturale, il fiato trattenuto del creato, preoccupato di quell’attimo in cui si sfiora ciò che non dovrebbe toccarsi mai. È legge, è equilibrio, è normalità. Quindi: luce e buio, bene e male, cielo e terra, paradiso e inferno, bianco e nero.
Chi spezza tutto questo, che sia pazzo o criminale, deve essere cacciato, arginato, deriso, allontanato. Ci pensano le leggi, gli uomini giusti, le donne oneste. Che poi, uomini e donne, ciascuno con il suo ruolo, che guai, anche qui, a confondere i posti, a scompigliare le funzioni. Prima gli uni, poi – se c’è posto e tempo – le altre. E ci riescono, di solito, a mantenere la stabilità. Perché ci sono luoghi e tempi in cui i pazzi sono più pazzi di altri, i criminali più criminali di altri, e le differenze più evidenti, più profonde, meno cancellabili. In America, negli anni Cinquanta, è facile essere pazzi o criminali. Spesso, basta essere neri. E se poi, questo nero decide di essere anche il primo, allora sicuramente farà qualcosa di sbagliato. E se questo nero è una nera, una prima, ciò che farà, probabilmente, sarà una rivoluzione.
Dorothy Courts ha quindici anni, capelli corti, un vestito ampio di stoffa quadrettata. È il 4 settembre del 1957, siamo a Charlotte nella Carolina del Sud e Dorothy si sta preparando per il suo primo giorno di scuola. È iscritta alla Harding High, un liceo vicino casa. È pronta, Dorothy, pronta ad assistere all’inaugurazione dell’anno scolastico. Pronta, forse, nei suoi quindici anni, ad affrontare ciò che le sta per accadere. Non è una criminale, Dorothy, né una pazza. Ma non è una sciocca. Sa dove vive, conosce la sua epoca, sa che ci sono luoghi nei quali lei non dovrebbe entrare, per legge, per costume, per buona educazione. Sa anche di Rosa Parks, Dorothy. Sa di Linda Brown. Neanche loro delle pazze. Nemmeno loro delle criminali. E chissà se il suo pensiero se le figura, davanti allo specchio, mentre si annoda il lungo fiocco bianco che le scende dal collo. Non vuole fare la rivoluzione, Dorothy. Ha quindici anni, è il 4 settembre e, con un vestito elegante, vuole solo affrontare il suo primo giorno di scuola. Però, Dorothy è nera e la Harry Harding High School non ha mai avuto studenti di colore.
Dunque, Dorothy è nera, è donna, e tra poco sarà la prima. Gliel’ha detto suo padre, in auto, poco prima di incamminarsi verso la scuola: «Non sei inferiore a nessuno. Tieni la testa alta». E ci crede, Dorothy. Lo sa. Crede a suo padre, che ha voluto mandarla in quell’istituto. Crede a Edwin Tompkins, l’amico di famiglia che la accompagna fino all’ingresso. Ma crede, Dorothy, soprattutto, alla giustizia e alla normalità del suo essere lì. Crede che lei debba essere lei. Semplicemente.
Non appena imbocca il viale di ingresso della scuola, viene accerchiata dagli altri studenti. La moglie di John Z. Warlick, capo del Consiglio dei cittadini bianchi, incita i ragazzi a fermarla, le ragazze a sputarle contro. La ascoltano. La camminata di Dorothy dalla macchina di suo padre all’entrata della scuola è eterna, e non solo perché lenta e ostacolata. Sono passi, i suoi, che hanno la spinta incontenibile della rivoluzione che rappresentano. Un incedere ostinato, un piede davanti l’altro, piano, piano, piano. Un fermarsi e un riprendere. Uno sguardo straordinariamente alto, nonostante il peso delle bruttezze che stava vedendo. Una schiena meravigliosamente rigida. Una testa ferma, con una smorfia appena pronunciata. Sembra che ciò che le gridano contro non le interessi. Ma Dorothy ha quindici anni, non è pazza, non è una criminale.
Dentro l’istituto è anche peggio. I compagni la deridono, gli insegnanti la ignorano. Mai avrà, da parte loro, un aiuto. Due ragazze che proveranno a fare amicizia con lei saranno costrette a ignorarla per non essere, esse stesse, vessate dagli altri studenti. Durante la pausa pranzo, sul suo tavolo viene svuotato il secchio della spazzatura. Il suo armadietto è distrutto. Non ha pace nemmeno a casa, dove arrivano telefonate anonime minatorie e dove l’auto dei genitori viene distrutta durante la notte. In quella scuola Dorothy resisterà quattro giorni. I genitori, spaventati per l’incolumità della figlia, decidono di trasferirsi in Pennsylvania. Durante la conferenza stampa indetta dalla famiglia, il papà di Dorothy pronuncerà queste parole: «È con compassione per la nostra patria e per l’amore di nostra figlia Dorothy che abbiamo preso la decisione di non farle più frequentare la Harding. Pensavamo di poterle farle frequentare la scuola, ma purtroppo lì non è protetta, né dagli insulti né da gesti di violenza fisica, come invece ci era stato garantito dalla scuola stessa».
Ciò che può sembrare una resa, in realtà è solo il coraggio di cambiare la mira della propria battaglia. In Pennsylvania Dorothy proseguirà gli studi fino a laurearsi, per lavorare, poi, proprio nel settore dell’infanzia, fino a diventare vice presidente presso il Child Care Resources Inc. Nel 2008 riceve l’Old North State Award. Due anni prima, Woody Cooper, un ragazzo della Harding High le scrive per scusarsi del proprio comportamento. Nel 2010 sarà l’intera scuola a chiedere perdono, intitolandole, onore rarissimo per le persone viventi, la propria biblioteca.
Dorothy Counts lavora con i ragazzi, li incontra, parla della sua storia, di ciò che le è accaduto. Dice loro che la vicenda della Harding High l’ha cambiata in positivo, aiutandola, nella vita, a perseguire i proprio obiettivi, sempre. A non lasciarsi fermare, mai. Nemmeno quando ti insultano, ti tirano sassi, ti sputando addosso. Ella spiega loro che non sono sempre i pazzi o i criminali a rompere le regole. Spesso, quando sono ingiuste, bastano degli uomini e delle donne onorevoli che camminano, passo passo, fino alla fine della strada.

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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