Clizia, una musa con frangetta e Chesterfield

15 luglio 1933. In una Firenze calda e soleggiata, un paio di blue austrian eyes fissano intensamente «un uomo assai stanco – come lui stesso si definisce – poco tagliato per la vita e sfiduciato di dover scrivere in una lingua che nessuno capisce» e scatenano un thunderbolt che sorprende e travolge due persone, ma soprattutto condiziona l’esistenza e la scrittura di entrambi.

Gli occhi appartengono a Irma Brandeis, una curiosa ed eclettica ventottenne americana proveniente da una facoltosa famiglia ebrea di origine austro-boema; lo stanco e sfiduciato scrittore è invece Eugenio Montale, uno dei nostri poeti di razza, che all’epoca era bibliotecario e direttore del Gabinetto Scientifico G. P. Viesseux.

È lei a chiedere di lui perché vuole conoscere l’autore degli Ossi di seppia che ha letto su suggerimento di Leo Ferrero, un’altra giovane promessa della nostra letteratura e del nostro teatro, morto proprio quell’estate in un tragico incidente d’auto a Santa Fé. Dapprima Montale si dichiara indisponibile, mostrando i tratti caratteristici di un temperamento chiuso, scontroso e riservato, poi decide di accogliere la giovane americana che lo reclama e ne resta folgorato tanto da rendersi ridicolo con lei che anni dopo avrebbe definito quel loro primo incontro come “disastrosamente stupido”.

Irma Brandeis è poliglotta (parla inglese, francese e italiano) e ama la letteratura: aveva infatti intrapreso studi universitari a carattere umanistico e aveva approfondito sia la letteratura francese che quella italiana, appassionandosi in particolare a Dante, soprattutto grazie ai corsi tenuti alla Colombia University dal dantista italo-americano Dino Bigongiari. Affianca allo studio anche l’attività di scrittrice sia di poesie che di racconti pubblicati su importanti testate americane come il “New Yorker”. Infine, si dedica alla divulgazione e all’insegnamento presso il Sarah Lawrence College. È insomma una donna estremamente intelligente e colta, ma anche molto affascinante con un caschetto sbarazzino, la frangetta che vela la fronte puerile (come scriverà un Montale molto innamorato in una lirica della raccolta Finisterre) e un’eleganza sobria, ma accattivante. Ci sono poi altri dettagli, celebrati nella poesia montaliana come correlativi oggettivi, che contribuiscono a renderla incantevole: l’immancabile Chesterfield, appoggiata alle labbra laccate di rosso; gli splendidi e ricercati orecchini, ma soprattutto gli anelli.

Come ogni storia d’amore che si rispetti, anche quella tra Irma e Arsenio (uno dei molti  eteronomi utilizzati da Montale per firmare le sue lettere all’amata) vive di date e luoghi. Una di queste, oltre al già citato primo incontro, è il 5 settembre 1933 quando di notte i due innamorati percorrono la favolosa scalinata di Piazzale Michelangelo a Firenze, provando una di quelle emozioni indimenticabili che portano Montale a scrivere lo stesso giorno una lettera a Irma nella quale afferma:«mi sentivo ubriaco, non di quel fiasco a triplo fondo, cara Irma, ma di te e della tua presenza». L’intenso carteggio, che fa seguito a quella “folle” estate 1933, dura circa sette anni (31 luglio 1933 – 11 dicembre 1939) ed è possibile cogliervi l’alternarsi di momenti di speranza per un lieto fine di una storia vissuta “a circa tremila miglia di distanza” ad altri di solitudine e frustrazione dovuti soprattutto alla presenza di quella che Montale definisce l’incognita X e di cui Irma viene a conoscenza solo durante il suo secondo viaggio estivo in Italia, nel 1934. Si tratta di un’altra donna, già legata al poeta all’epoca dell’incontro con Brandeis, e cioè Drusilla Tanzi, sua moglie nel 1962.

Le lettere di Montale, custodite da Irma con la massima discrezione, vengono infine affidate da lei stessa al Gabinetto Viesseux durante il suo ultimo viaggio in Italia, nell’estate del 1983, come se volesse chiudere un cerchio con la storia, chiedendo che per la pubblicazione passino vent’anni. Oggi questo carteggio è disponibile nel volume a cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli, edito dalla Mondadori, dal titolo Lettere a Clizia. Leggendo questa corrispondenza, sono rimasta colpita non dai dettagli di una relazione appassionata e travagliata, appartenenti a quella sfera intima e privata nella quale accedere è quasi una profanazione del mistero custodito in ogni storia d’amore, ma dall’intenso scambio culturale e intellettuale che si sviluppa tra due anime inquiete che cercano nell’arte della parola un rifugio. La produzione letteraria di entrambi ne venne profondamente condizionata e quella di Montale in modo particolare, grazie a una Musa sui generis con frangetta e  Chesterfield

Irma Brandeis infatti diventa Clizia con il ricorso ad un senhal, espediente tipico della poesia provenzale con cui si celava l’identità della donna amata dietro un nome fittizio. Con esso si entra nel mondo del mito e in particolare in una vicenda raccontata nel IV libro delle Metamorfosi. Clizia era una ninfa innamorata del dio Apollo che, oltre a lei, frequentava anche la figlia del re degli Achemenidi. Quando lo scoprì, Clizia rivelò per gelosia la tresca al padre della fanciulla che venne punita con la vita. Apollo infuriato non degnò più di nessuna attenzione la ninfa che si consumò lentamente per l’amore negatole e, come unica consolazione, ogni mattina guardava il carro del Sole trainato dall’amato. Alla fine Clizia si trasformò in un fiore che proprio come lei si muove alla ricerca dei raggi solari: il girasole.

Se l’intera raccolta Le Occasioni riporta, nell’edizione del 1939, una dedica “A I. B.”, direi piuttosto eloquente, è innegabile che buona parte dell’esperienza poetica di Montale, successiva all’incontro con Irma, sia ricca di rimandi alla sua figura e alla sua unica e peculiare personalità. Nella poesia Nuove Stanze, ad esempio, Clizia e il poeta si dilettano nel gioco degli scacchi chiusi in una stanza, lei sta finendo di fumare una sigaretta e la spirale di fumo che ne deriva assume le sembianze di una sorta di incantesimo di cui lei è artefice senza esserne pienamente consapevole. Alcuni critici hanno visto in Clizia il potere della cultura in grado di opporsi ai tetri scenari di una guerra imminente. Qualcosa di simile si può rintracciare in Primavera hitleriana dove si racconta della visita del Führer a Firenze nel maggio 1938. Interpretando ciò come presagio di morte, anche in questo caso, a Clizia viene attribuita una duplice funzione: la capacità di proteggere e custodire l’amore vissuto (tu/che il non mutato amor mutata serbi), ma anche quella di rappresentare un nuovo inizio dopo la cupa notte della guerra (col respiro di un’alba che domani per tutti/si riaffacci).

Nella sezione Mottetti troviamo invece le poesie più intime e personali legate a Clizia. A dire la verità Dante Isella, che ne curò un’importante edizione per Adelphi, vi intravide anche altre figure femminili che avevano ispirato Montale nella stesura delle liriche e i critici hanno più volte tentato di dirimere la questione. Anche se non si è addetti ai lavori, ma si è imparato ad amare la poesia di Montale, è possibile individuare le liriche ispirate da Clizia perché si sentono dentro in quanto è possibile percepirvi un’aria nuova, un respiro vitale in grado di sfidare il vuoto, il tedio, l’arduo nulla contro cui il poeta tenta di combattere. Clizia non è una presenza costante e quotidiana nella vita di Montale, come del resto fu Mosca, alias Drusilla Tanzi, portatrice di un amore che cura, che si dedica con devozione, che guida continuamente e che permette di cogliere la profondità del reale come si legge nell’intensa Ho sceso dandoti il braccio. Clizia, al contrario, è un’immagine della mente che il poeta lotta per conservare nonostante la forbice del tempo voglia reciderla (XVIII Mottetto); è la luce di un lampo che fa scorrere la vita nelle sue vene anche solo per un istante (VIII e IX Mottetto); è chiusa passione che viene alimentata e diventa più intensa nell’assenza (XI Mottetto); è colei che tesse con il refe (spoletta) la vita di un uomo che si sente infelice e perennemente scontento (XV Mottetto).

C’è chi ha voluto vederci una novella Beatrice, la donna-angelo che salva Dante Alighieri dalla perdizione del peccato, in chiave laica però. Siamo proprio sicuri però che sia possibile salvare qualcuno con il proprio amore senza poi finire per perdersi? Non sono proprio convinta che Clizia sia l’amore che salva, ma penso piuttosto che sia stata per Montale la portatrice di un altro sentimento coraggioso, testardo e ostinato, dal quale difficilmente non si viene contagiati: la speranza. Forse è proprio quest’emozione mai sopita che spinge Montale, pochi mesi prima di morire e dopo anni di silenzio, ad inviare un biglietto di accompagnamento alla sua ultima raccolta, scritto con mano tremante, alla sua Clizia nel quale le dice che è ancora la sua dea, la sua Musa e chiede di poterla rivedere.

Eppure resta che qualcosa è accaduto, forse un niente che è tutto scrive ancora il poeta in Satura, forse una chiave per comprendere quello che fu un amore perduto, non vissuto, ma reso eterno dalla poesia.

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...