Editoriale. Il gioco dei numeri e dei giorni

Carissime lettrici e carissimi lettori,

tre, nove, dieci, undici, quindici, ma anche due, diciannove, quattro, tremila, ottantamila e ventuno e sette, nonché chiaramente ventisei. Una numerologia frenetica, un gioco che sembra dettato dalla Smorfia per una scommessa su tutte le ruote del Lotto o il vaticinio più antico dei numeri dalla Cabala, o Quabbalah, il libro esoterico dell’ebraismo, per dirci del destino nascosto e non svelato se non attraverso un sogno o un simbolo.

E invece questi numeri, legati al mese di settembre, escluso il ventisei che segna questa puntata della nostra rivista, mischiati tra passato e presente, con gli ottantamila che hanno decretato il loro sì domestico all’accordo del governo sulla piattaforma Rousseau, ai ventuno ministri neoeletti o confermati di cui sette ministre che entrano occupando dicasteri importanti come gli Interni, femminile per la terza volta nella storia repubblicana.

Per il passato i numeri dati sono dei giorni tutti allacciati alla tragedia, di uno o dei tanti, alla sofferenza di popoli e ai destini amari di uomini e di donne che hanno sofferto per la violenza subita da loro e da chi amavano o con chi convivevano in un Paese offeso dal terrore, mai meritato. Altre cifre di questa numerologia tragica che prosegue nel tempo, strie di sangue e di dolore che continuarono e ancora ci sono per le conseguenze dovute a ciò che accadde in questi giorni preautunnali, in anni diversi, in luoghi differenti.

Il 3 settembre di trentasette anni fa, per andare in ordine di tempo, in via Isidoro Carini a Palermo morivano Nando Dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro, sposata da poco più di cinquanta giorni. Furono materialmente uccisi dalla mafia, nella seconda sanguinosa guerra di successione delle famiglie al potere delle cosche, ma forse, secondo quanto se ne è abbondantemente parlato sulla stampa e in tribunale (con il processo ad Andreotti), anche per il volere delle Brigate Rosse, di cui il generale dell’Arma si era occupato in precedenza come responsabile dell’antiterrorismo. Con i due coniugi c’era anche Domenico Russo, il carabiniere della scorta che, dopo un’agonia di dodici giorni, morirà il 15 settembre, appunto.

Il 9 settembre del 1901 moriva a Saint-Andrè-du Bois Henri-Marie-Raymonde de Toulouse Lautrec-Montfa (“ho la statura del mio casato”, soleva dire ironicamente facendo riferimento alla sua altezza poco considerevole). Il grande pittore delle ballerine è ucciso, ad appena trentasette anni, da una malattia ossea che finì per causargli delle vere e proprie deformità fisiche, ma che non gli impedirono certo di frequentare i cabaret e café-chantant parigini da cui trasse linfa vitale per la sua splendida arte (leggerete qui l’articolo).

Ma è la data dell’11 settembre che risuona maggiormente nella nostra memoria. In questo giorno del mese che Guccini chiama “il mese del ripensamento sugli anni e sull’età” due tragedie enormi, piene di violenza e di morte colpiscono due popoli del continente americano. Disastri infiniti che per tanti versi hanno toccato l’umanità intera.

Il più vicino nel tempo è l’11 settembre 2001. New York è appena sveglia e le due torri del Word Trade center sono già piene di lavoro febbrile e tanta è la gente in visita. Ma alle 8,48 comincia la distruzione: 19 terroristi con quattro aerei di linea provocano quasi tremila morti e per poco non arrivano anche sulla Casa Bianca, ma toccano il Pentagono. Leggerete qui in proposito. Noi sappiamo che quel numero dei morti di allora, in cui erano già compresi pompieri e personale della polizia che era rimasto ucciso dai fumi e dalle fiamme di quel giorno, è aumentato nel tempo per le malattie sorte da quell’impatto di fuoco. Uno strascico di dolore ancora più amaro che ha colpito chi è corso in aiuto contro quel disastro e, è capitato, è rimasto senza lavoro e solo con la morte annunciata della malattia dentro (molti pompieri si sono ammalati di cancro).

L’11 settembre è stata ancora una terribile data nel 1973. A Santiago del Cile finiva la sua vita il Presidente Salvador Allende, eletto democraticamente dai cittadini, tre anni prima, nel 1970. Con lui si concludeva il tentativo di un gestione socialista e democratica del Cile, che voleva porsi ad esempio di buon governo per tutti i Paesi dell’America Latina, completamente sganciato dall’Unione Sovietica. La bella esperienza di Allende, il presidente medico (come il Che) votato alla politica, la sua fine, fatta passare per un suicidio, il golpe, pilotato dall’America di Nixon e di Kissinger, le atrocità successive che il generale Pinochet e i militari hanno continuato a infliggere torturando e uccidendo numerosissimi cittadini cileni, soprattutto giovanissimi (tra i 18 e i 25 anni) vengono qui narrate con un viaggio a ritroso nel tempo, tra ricordi personali dell’autrice sia di quel giorno di settembre che degli anniversari successivi. Una trasmissione del sapere ai ragazzi in forma didattica narrando ciò che è stato perché la Storia sia utile ai figli e figlie del mondo, non solo con il proprio dna, perché si sappia formare gli sguardi delle nuove generazioni.

Quella del dottor Salvador Allende è stata una primavera di democrazia in quello splendido Paese che si allunga come una striscia di fiamma fino alla Terra del Fuoco. Se ne resero conto intellettuali come Luis Sepùlveda, che fu anche uno dei bracci destri del Presidente, Pablo Neruda, i componenti del gruppo musicale degli Inti-Illimani con le loro canzoni stupende e non solo a sfondo politico e sociale. Leggerete un articolo su di loro e anche un altro dedicato, con molte delle sue stesse parole, a Isabel Allende, la nipote del Presidente che con i suoi scritti ce lo ha fatto conoscere meglio.

Il presidente cileno molto probabilmente non morì suicida. Ma il suicidio, così impropriamente secondo noi, disprezzato (e poco compreso) dalle gerarchie religiose, è un problema sociale (molto trasversale) che va preso in seria considerazione soprattutto da parte degli insegnanti e delle insegnanti e particolarmente dai genitori (leggete con attenzione l’articolo). Perché il maggior numero delle vittime hanno tra i 20 e i 25 anni e sembra capitare all’improvviso, senza avvisare. Invece se ne possono cogliere le premesse e frenare la rotta verso l’ineluttabilità. Il suicidio, universalmente ci ha romanticamente attratto durante l’adolescenza e allora ci è apparso gesto eroico. Lo abbiamo pensato leggendo di Cesare Pavese, di V.V. Majakovskij e di Marina Cvetaeva, di Virginia Woolf ma anche di Luigi Tenco, di Hemingway con presenze purtroppo anche nell’antichità e nella storia passata da Demostene a Cassio a Nerone fino al grande architetto Francesco Borromini, che morì lasciandosi penetrare dalla sua spada, a Roma, dove aveva lasciato i suoi segni più belli, in una giornata di inizio agosto, afflitto da ipocondria e sicuramente depresso.

Alla Cabala della numerologia di questo numero ci aggiungiamo l’8, il giorno di settembre in cui si celebra la giornata mondiale dell’alfabetizzazione perché solo la cultura e la capacità di informarsi permette l’autodeterminazione dei popoli e la capacità di difendersi di ogni persona. Un po’ di gioia e di leggerezza la ritroviamo nel bel racconto della vita di Alfonsina Strada, una donna forte che ha saputo imporsi con la sua passione, volgendola al femminile e portandola a partecipare con la sua bicicletta al Giro d’Italia, una vittoria di per sé come sportiva e come donna. La affiancano altre donne belle come Elsa Schiaparelli e Maria Teresa Di Lascia, rivoluzionarie, generose, positive. E poi alziamo i calici al femminile e brindiamo con i vini della Basilicata per la seconda puntata delle donne produttrici di questo nettare sempre divino quando è di qualità.

“Chiedo agli italiani pieni poteri!”. Così parlava Benito Mussolini, incaricato dal Re a formare un governo dopo aver cambiato la legge elettorale in modo da poter avere una maggioranza in parlamento che altrimenti non avrebbe avuto. Questa terza puntata della rubrica settimanale di Pillole di Storia sul fascismo ci fa riflettere. Forse abbiamo schivato un pericolo? Con la voglia di ricordare e di avvistare i rischi, la lezione della Storia (ah se la studiassimo di più!) ci offre opportunità e vantaggi per organizzare e gestire il futuro.

Per ora la fumata bianca c’è stata. Ammettiamo le differenze e i possibili scricchiolamenti negli ingranaggi forse non perfettamente coincidenti, ma di fatto dobbiamo riconoscere il coraggio di aver trovato un accordo, di aver messo da parte gli spigoli più acuti, girandoci intorno, di aver imboccato una strada comune in un momento difficile in cui appariva minacciosa la scritta dell’attenti al lupo. Sette ministre non saranno tante, ma ci sono e sono di esperienza e spessore. Auguriamo a loro e ai loro colleghi per ora solo buon lavoro! Il tempo ci dirà.

Rimaniamo su una questione di genere. Dopo aver terminato la settimana scorsa, la pubblicazione delle venticinque puntate del nostro Abbecedario sugli stereotipi, sui luoghi comuni che penalizzano la vera parità, ora vogliamo, in questo editoriale, con voce chiara e forte dare spazio e sostenere il contenuto di un appello firmato da tante associazioni, Toponomastica femminile compresa. L’appello è inviato alla direzione della Rai contro la prossima messa in onda del concorso di Miss Italia (a partire dal 6 settembre). Secondo il comunicato, e noi aggiungiamo ancora il nostro pieno accordo, il concorso “non rispetta la dignità della persona – e aggiunge – non promuove modelli di riferimento per i minori, femminili e maschili, paritari e non stereotipati“. Soprattutto detta il comunicato “non supera gli stereotipi di genere al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione”. Una passerella che non valorizza, anzi svilisce, la parità e il concetto del valore della donna che ancora una volta è posta come oggetto di uno sguardo (principalmente maschile) altrui, che la scruta e la giudica.

Buona lettura!

 

Articolo di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

 

3 commenti

    1. Enza grazie, che parole d’immensità mi dedichi. Oltre a ricambiarti con la stessa forza nell’affetto ti ringrazio a mia volta delle attente letture. Oggi, credo un’insegnante, mi ha scritto dicendo che bisognerebbe portare questo editoriale in classe e proprio attraverso i numeri far ricordare ai ragazzi e alle ragazze la storia che in essi è stata coinvolta, per farli collegare ragionare. I ragazzi e le ragazze devono abituarsi a ragionare. Devono sentire, come è capitato a me mentre preparavo lo scritto qui sopra, rovevesideciare addosoo il peso degli avvenimenti storici perchè dall’urto ideale ne venga il concreto insegnamento e diventi indelebile da non ripetere, da far riflettero o,se positivo, da prendere a esempio per la loro vita futura

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  1. Articolo interessante, che riesce a “legare”, con un apparente pretesto, eventi diversi per tempi e spazi. Potrebbe esserne utile la lettura a scuola, per assegnare poi agli studenti il compito di approfondire gli avvenimenti appena accennati. Discussione interessante sarebbe quella su Miss Italia e altri eventi simili, nei quali la donna è solo il suo corpo.

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