Come un albero di acacia

In questo periodo di vestiti sgargianti, origini agresti e studi modesti, nel quale l’istintivo e doveroso opporsi a offese “terra terra” deve subito dopo fare i conti con un reale percorso politico che tradisce l’evidente modestia dell’attaccamento ai principi per i quali si afferma baldanzosamente di lottare, scoprire un personaggio come Wangari Muta Maathai ridà forza e speranza. La forza del colibrì che, tenace, porta nel becco gocce d’acqua per spegnere l’incendio nella foresta, mentre tutti gli altri animali scappano, e la speranza di chi vive sin dall’infanzia l’ingiustizia e crede nello studio, nella creatività e nella competenza personale messa al servizio del bene comune.

Ammetto che non ne avevo mai sentito parlare e che devo ringraziare una classe terza di cinque anni fa per averla conosciuta: si lavorava per un compito di realtà, un progetto di recupero di un’area abbandonata, e alla mia proposta di partecipare al concorso “Sulle vie della parità” con l’intitolazione a una donna, dopo una ricerca online, mi presentarono lei.

Bella sorridente fiera con un piccolo albero in mano, sì, perché lei è stata nel 1977 la fondatrice dell’associazione Green Belt Movement e con l’aiuto di centinaia di altre donne da lei incoraggiate ha piantumato milioni di alberi in Kenia con lo scopo di salvare l’ecosistema africano dalla deforestazione e lo sfruttamento intensivo. Achim Steiner, direttore del Programma Ambiente dell’ONU, la paragonava per la sua robustezza nel sopravvivere alle difficoltà a un albero di acacia.

Deve ringraziare sua madre se, contro la tradizione e nonostante la povertà, può frequentare la scuola e, in un percorso non semplice per i problemi politici che vive il suo Paese, si diploma col massimo dei voti vincendo una borsa di studio per un college americano: sono gli anni ‘60 e lì scopre i movimenti per i Diritti civili e delle donne.

Ritorna in Kenia, come prima donna laureata in biologia, ma scopre ben presto che gli studenti non vogliono una donna come insegnante e anche per questo appoggia e partecipa alla campagna elettorale di colui che poi diventerà suo marito, Mwangi Mathai, poiché parla di impegno per il miglioramento della condizione di chi lavora nei campi e di chi vive in povertà. Avrà tre figli ma anche una delusione poiché suo marito, ormai eletto in Parlamento ma schiacciato dall’attivismo irrefrenabile e dal successo della moglie, chiederà il divorzio (nel 2002 aggiungerà una “a” al cognome del marito che le vieterà di continuare a usarlo!).

“La donna albero”, nata il primo aprile del 1940 e vissuta nella conoscenza e nel rispetto del territorio, coltivando l’orto vicino alla sua capanna senza sapere cosa fosse la fame e la sete in quella terra ricca che era l’Africa, verrà insignita del premio Nobel nel 2004 per il suo contributo ad uno sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace, in un cammino tutto in salita caratterizzato da pregiudizi, offese e anche pestaggi durante le manifestazioni in difesa delle aree verdi a loro volta aggredite dalla speculazione edilizia.

Muore a 71 anni il 25 settembre del 2011 e, pensando alla sua vita, è inevitabile chiedersi chissà cosa sarebbe capace di fare oggi per l’Amazzonia che brucia, sebbene è assolutamente il caso di chiedersi sul suo esempio cosa può fare ognuno e ognuna di noi: come il colibrì “possiamo sempre fare qualcosa”.

 

Articolo di Virginia Mariani

RdlX96rmDocente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

Un commento

  1. bel articolo complimenti grazie ho condiviso.Una speranza in questo buio …Africa e le sue figlie coraggiose con loro insieme si può

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