I geroglifici. La chiave di lettura

Il termine geroglifico deriva dal latino hieroglyphicus, che deriva a sua volta dal greco hieroglyphikós, ovvero “segni sacri incisi”, composto dall’aggettivo hieròs, che significa “sacro”, e dal verbo glýphō, che significa “incidere”.

I geroglifici sono segni grafici, incisi o dipinti che gli antichi egizi utilizzavano per scrivere epigrafi o su monumenti e simboleggiavano uomini, animali, vegetali, oggetti, costituendo la forma più antica della loro scrittura. Pare siano stati in uso tra la Prima Dinastia (3100 a.C. ca.) e il 394 d.C., data dell’ultima iscrizione geroglifica rinvenuta a Philae che conserva i segni ideografici originari in cui il disegno corrispondeva all’oggetto disegnato, per esempio: un cerchio indicava il sole, un falco l’uccello stesso, due gambe il camminare,  l’occhio e l’orecchio esprimevano oltre l’organo del senso, il vedere, il sentire; l’aria e il vento erano indicati mediante la vela rigonfia. La scrittura dei geroglifici procedeva da destra verso sinistra, ma non mancano esempi disposti da sinistra a destra o dall’alto in basso: il verso della lettura era indicato dalla direzione in cui erano rivolti i glifi. Le parole non erano separate né da spazi né da segni di punteggiatura e i glifi spesso fungevano da desinenze. Le figure, però, erano insufficienti per la complessità del linguaggio, molte cose astratte o concrete non erano facili da rappresentare, le parole utilizzate non corrispondevano a quell’idea né tantomeno indicavano quando l’azione era avvenuta, per cui tutti i rapporti grammaticali rimanevano inespressi e incomprensibili. Per integrare l’esiguo numero di parole della scrittura ideografica e considerando che l’antico egiziano, come altre lingue camito-semitiche, rilevava solo le consonanti, si iniziò a utilizzare ogni segno per esprimere solamente il suono delle sue consonanti creando così dei fonogrammi, ovvero segni con valore fonetico indipendentemente dall’immagine disegnata, questo è  il passaggio dalla pittografia alla scrittura “verbale” per cui è stato possibile trascrivere  idee e concetti astratti.

L’interesse per i testi geroglifici si colloca in un primo momento durante il Rinascimento, si amplierà, portando poi alla scoperta di importanti reperti, durante la campagna d’Egitto di Napoleone Bonaparte (1799) quando una commissione di studiosi ha eseguito alcune ricognizioni archeologiche.

La svolta per gli studi si è avuta in occasione di alcuni lavori di fortificazione, avvenuti nel XVIII secolo, presso Rosetta (Rashīd in arabo), fondata nel IX sec. sul delta del Nilo, di cui è stata un importante centro per il commercio con l’Oriente: qui è stata rinvenuta un’iscrizione risalente al regno di Tolomeo Epifane, è la cosiddetta Stele di Rosetta (foto sottostante), il cui nome noto deriva appunto dal toponimo. La Stele di Rosetta è in granodiorite con decorazioni, bassorilievi e iscrizioni, probabilmente era infissa nel terreno o posta su un basamento, riporta un’iscrizione divisa in registri e in tre differenti grafie: geroglifica, demotica e greca; il greco era parlato dalla dinastia regnante e ha avuto grande rilevanza per l’interpretazione della scrittura egizia. Sulla stele è inciso un decreto emesso nel 196 a.C. in onore del faraone Tolomeo V Epifane, al tempo tredicenne, in occasione del primo anniversario della sua incoronazione.

1. Rosetta_Stone_BW.jpg
La stele di Rosetta

Tra gli studiosi che si sono dedicati all’interpretazione della scrittura geroglifica è necessario ricordarne alcuni in particolare, come lo scienziato britannico Thomas Young (1773-1829), medico fisico ed insigne egittologo. È stato il primo decifratore che ha affrontato la lettura dei geroglifici, grazie alla sua conoscenza del greco e al confronto con altre lingue, soprattutto per mezzo dei cartigli: alcune parole del testo geroglifico erano scritte foneticamente e a ogni simbolo corrispondeva una lettera del nome, dove all’interno di un ovale erano inseriti i nomi dei re che costituirono i punti di riferimento, in questo modo Young ha potuto identificare il nome del sovrano “Tolomeo” che era riportato allo stesso modo nel testo greco.  Altro studioso è stato il diplomatico svedese J.D. Åkerblad (1763-1819); studioso di lettere classiche e orientali, si è dedicato alla carriera diplomatica; per lavoro si è trasferito a Parigi dove ha conosciuto Silvestre de Sacy, professore di arabo all’École des langues orientales vivantes e di persiano al Collège de France, che si era già dedicato alla Stele di Rosetta non ottenendo però risultati significativi. Åkerblad ha così deciso di trasferirsi a Roma e riprendere gli studi di de Sacy, identificando tutti i nomi propri nella parte del testo in demotico. Per l’interpretazione dei segni Åkerblad  si è affidato al confronto con la lingua copta, la stessa chiave di interpretazione da uno dei maggiori studiosi della scrittura geroglifica, Jean-François Champollion.
L’archeologo ed egittologo Jean-François Champollion (1790-1832), vero genio linguistico, ha iniziato lo studio delle lingue orientali a undici anni, ha continuato a studiarle sotto la guida di de Sacy. Si è dedicato agli studi egittologi ampliando le sue ricerche sullo studio dei geroglifici. Champollion basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio, appunto il copto, e sul greco ha scoperto di essere di fronte a più tipi di geroglifici con diverse funzioni, riuscendo così a decifrare la base del sistema di scrittura geroglifica.

Altra importante scoperta è quella rinvenuta, come sopra scritto, a Philae con un doppio testo in geroglifico e greco, in cui sono nominati il faraone Tolomeo III Evergete e la consorte Cleopatra III. Lo studioso, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio contenente numerosi geroglifici e insieme due segni che non venivano letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome apparteneva e un altro indicante la desinenza dello stesso. Champollion ha messo in ordine le lettere del nome di Tolomeo, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e ha compreso a quale lettera del nostro alfabeto corrispondesse ogni segno e lo stesso ha fatto per Cleopatra. Quindi ha potuto intuire che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola e ne ha dedotto che essi non erano né pittogrammi né ideogrammi, per cui ha smentito le vecchie ipotesi che ritenevano il geroglifico un tipo di scrittura soltanto figurativa e che non rappresentava solo oggetti o concetti, essendo, infatti, le sole figure inadeguate ad esprimere la complessità del linguaggio. Champollion nel 1824 ha presentato il suo “Resoconto del sistema geroglifico degli antichi Egizi” che conteneva inoltre la prima lista di faraoni con i rispettivi anni di regno. In seguito, Champollion ha trascritto un alfabeto pubblicato nel suo libro Le Lettre à M. Dacier ponendo così le basi alla nascita della scienza dell’egittologia moderna

Ancora oggi i geroglifici sono simboli carichi di significato: usati in particolare come talismani e amuleti, e per decorare la pelle in tatuaggi ricercati.

 

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheftVive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.                                                                                           

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