All’ombra delle viole

In uno dei miei primi ricordi di bambina, sto passeggiando mano nella mano con la mia bisnonna Emilia, nelle campagne attorno alla mia città. Lei minuta, fragile, con il suo immancabile scialletto nero sulle spalle e il foulard sulla testa; io saltellante e festosa, in calzoncini e maglietta colorati, a canticchiarle attorno canzoncine e filastrocche dialettali imparate da poco. La nonna di mia madre mi portava a fare viole, a primavera, “al rivòn”, come diceva lei, alludendo a un grosso argine di roggia che costeggiava il maneggio dove i miei nonni lavoravano come custodi. Il profumo dei fiori, raccolti in mazzetti e sparsi per la casa, riempiva le stanze per giorni. Molte delle cose più importanti della mia vita le ho imparate in quegli anni, tra il verde dei prati, il marrone intenso dei noci che ad ogni ottobre donavano i loro frutti, la trasparenza cristallina delle fontanelle naturali, che alimentavano tre laghetti da fiaba. Ricordo ancora oggi con emozione le incursioni abusive che io e mia sorella facevamo nell’orto del nonno, alla ricerca di carote già pronte da sgranocchiare (che per altro non trovavamo quasi mai); i detti popolari che mia nonna ci ripeteva e che cadevano incredibilmente a pennello nelle situazioni più disparate: “Sùche e melòn a la so stagiòn” (zucche e meloni hanno la loro stagione, l’equivalente di “ogni cosa a suo tempo”); “La légur la se ciàpa sensa cur” (la lepre si prende senza bisogno di correre, basta cioè avere la pazienza di attenderla); “La buca l’è no straca se la sa no de vaca” (la bocca non è soddisfatta se non sa di mucca, cioè ad ogni buon pasto non può mancare il formaggio finale) e così via.

Con grande dolore vedo oggi mia madre arrancare tra il lavoro e la cura dei suoi genitori, divenuti anziani e bisognosi di quasi tutto. Nella famiglia da cui proviene, le figlie hanno sempre tenuto in casa le proprie madri  fino alla fine. Le hanno accudite, curate ed accompagnate alla morte vivendo sotto lo stesso tetto, come si faceva fino a non molti decenni fa. Le figlie, sì, perché la cura tra le mura domestiche è sempre stata faccenda di donne. Ho fatto in tempo a vederla anche io, questa meravigliosa, amorevole custodia tra generazioni: avevo appena compiuto tredici anni quando la mia bisnonna Emilia morì nel suo letto, nella casa che era insieme la sua e quella dei miei nonni, cioè di sua figlia e del marito. So benissimo quanto costi oggi a mia madre non poter fare lo stesso per la sua di mamma. Vedo quanto le costi andare al lavoro, non potersi occupare dei suoi genitori come vorrebbe, non poterli ospitare a casa propria. Che paradossalmente è grande quattro volte quella dei miei nonni. Eppure che senso avrebbe vivere sotto lo stesso tetto se poi comunque non ci si vedrebbe che per qualche scampolo di ora a fine giornata? “I tempi ién pù quèi” (non sono più quei tempi) è il laconico commento della  nonna, che non oserebbe mai neppure chiedere a sua figlia di tenerla con sé. Abbiamo costruito un modello sociale fondato sulla produttività. Abbiamo pensato che la ricchezza ci avrebbe reso più felici, avrebbe facilitato la vita e ci avrebbe garantito il soddisfacimento dei desideri. Ma ciò che ciascuno di noi desidera davvero, nel profondo, è poter coltivare gli affetti, potersi prendere cura dei legami, avere tempo per ascoltarsi e condividere, amare e sentirsi amate/i, restituire, con gratitudine e generosità, ciò che si è ricevuto da chi ci ha preceduto. Ecco la grande sconfitta della società del benessere: abbiamo tutto il superfluo, ma perdiamo l’essenziale. Abbiamo allungato la vita, ma ci ritroviamo ad attendere la morte come una liberazione, perché un’esistenza in cui ci sentiamo inutili e di peso è solo fonte di amarezza e dolore.

Da un paio di decenni almeno, la sociologia insiste sui temi della conciliazione dei tempi per la famiglia e per il lavoro. L’Italia in questo è indietro anni luce. Pochi asili nido (quasi del tutto assenti al Sud) e comunque carissimi, percentuali minime di part-time verticali, contratti-ricatto che obbligano le madri a rientrare al lavoro subito dopo il parto o le giovani donne a non fare figli per non rischiare di perdere il posto in azienda, stipendi ridicoli che costringono a lavorare entrambi i coniugi, orari infernali, inconciliabili con qualsiasi servizio per l’infanzia o per la terza età e via dicendo.

Qualche passo avanti, per la verità, è stato fatto (penso ad esempio alla legge 104/92), ma siamo ben lontani da una reale politica della conciliazione. Il problema nel problema, come ci dice la psicologia della famiglia, è che noi donne italiane tendiamo a fare figli sempre più tardi. Spesso non per scelta, ma per necessità legate agli studi, al lavoro e a quel minimo di stabilità economica necessario a garantire un futuro a chi metteremo al mondo. Questo ci pone nella condizione di dover gestire, ad un certo punto della vita, i genitori anziani e insieme i nipoti, mentre non abbiamo ancora raggiunto l’età della pensione.  Come sempre, ciò condanna le donne a mille salti mortali, ad una strisciante sensazione di inadeguatezza e agli immancabili sensi di colpa. Che poi mi chiedo perché dobbiamo sempre essere noi a farceli, questi stramaledetti sensi di colpa, quando gli uomini vivono spesso la stessa identica situazione (sono figli pure loro e nonni tanto quanto noi) senza fare una piega? Forse perché noi, oltre che a far bene il nostro lavoro, vorremmo sempre esserci per tutti, fare da stampella ai genitori anziani, da compagne di gioco ai nipoti, da consigliere ed aiutanti ai figli e alle figlie, mentre loro – i maschi, dico – si accontentano di essere bravi lavoratori e se poi avanza tempo per il resto è ottimo, altrimenti non ne fanno un dramma. Che a pensarci bene non è neppure un approccio alla vita così sbagliato,  se non fosse vero ciò che gli esperimenti coi macachi di Harlow e i successivi studi di Spitz, Myron  Hofer e molti altri  hanno dimostrato con innegabile chiarezza: che siamo fatti per i legami e non per i beni materiali, che le coccole e i gesti di affetto hanno a che fare in maniera determinante con i bisogni fondamentali e le funzioni vitali. Ad ogni età. Una verità che noi donne conosciamo da sempre, senza bisogno di troppe verifiche sperimentali. Che lo sapesse o meno, quando Povia nel 2005 a San Remo cantava I bambini fanno oh, diceva una grande verità: «senza qualcuno nessuno può diventare un uomo». Non si cresce da soli. Soli, da bambini, si muore. E anche da vecchi.

Il prossimo 2 ottobre sarà la festa dei nonni. L’Italia ha istituito questa ricorrenza nel 2005 con la legge 159 del 31 luglio «quale momento per celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale». Forse, più che di una festa in loro onore, i nonni e le nonne avrebbero bisogno di tempo. Il nostro. Quello dei/lle figli/e e dei/lle nipoti, in particolare. Perché loro sono l’origine e la storia, sono le radici dell’albero della nostra vita. Noi, tronco, rami e foglie, proiettati verso il cielo, verso  le nuove stagioni, dimentichiamo spesso di guardare verso il basso, di ringraziare chi ci ha ancorati alla terra, chi ci ha sempre donato il nutrimento per essere ciò che siamo. Nella società del progresso, dove la memoria è sempre meno un valore, lasciare che i nostri figli e figlie frequentino i nonni significa far loro il dono più prezioso: quello della scoperta di sè stessi, delle loro origini. Spesso, un po’ parafrasando Heidegger, penso che le dita nodose di mio nonno sappiano molo di più, sulla vita e l’umanità, dei miei mille studi filosofici. Far stare i bambini e le bambine con i nonni e le nonne significa dar loro l’occasione di sentire racconti che vale la pena conservare, scoprire il valore del tempo dell’ascolto, della pazienza e magari anche quello della cura. Significa strapparli dalla gara alla nuova tecnologia, all’ultima novità del mercato o della moda, per farli tornare umani, capaci di leggere, tra le rughe di un volto, tutte le stagioni di una vita, che un giorno sarà anche la loro.

      

   

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

 

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