Inti-Illimani. Viva Italia

Viva Italia è forse il meno conosciuto tra i dischi degli Inti-Illimani. Non è un album ma una raccolta di brani, quasi tutti già famosi, suonati dal vivo in Italia. Registrato durante tre concerti nel settembre 2003, dopo trent’anni di soggiorno italiano, l’opera costituisce una sorta di tributo al nostro Paese, sempre molto amato dal gruppo, e di ringraziamento verso la terra che li ha accolti e ospitati durante il loro esilio forzato. L’Italia è stata anche l’unico Stato europeo, insieme alla Svezia, a non riconoscere il governo criminale di Augusto Pinochet. 

Gli Inti-Illimani erano in Italia per un tour musicale quando, il pomeriggio dell’11 settembre 1973, ricevettero la notizia che non sarebbero potuti tornare a casa per decenni a causa del golpe: torture sparizioni omicidi di massa si abbatterono sul popolo cileno nel giro di poche ore, mentre l’ambasciata messicana e quella cubana, e in seguito anche quella italiana, offrivano rifugio a migliaia di profughi che avevano creduto al sogno dei mille giorni di governo Allende. Particolarmente doloroso fu sapere che tra le vittime del golpe vi era il cantautore Victor Jara, loro amico e collega, di cui oggi lo stadio di Santiago porta il nome. Erano sempre in Italia quando accolsero, stavolta con gioia, la notizia dell’arresto a Londra del sanguinario generale cileno nel 1998 per crimini contro l’umanità tanto gravi da sospendere l’immunità diplomatica e poi della sua morte nel 2006. Durante questi anni gli Inti-Illimani hanno sviluppato un forte legame affettivo con l’Italia, i suoi paesaggi, la sua cultura, la sua lingua, la sua musica, le sue usanze. 

Nei concerti italiani (ed europei in generale), gli Inti-Illimani hanno sempre portato in primis la tradizione musicale andina e, in parte minore, la loro esperienza politica. Eppure l’opinione pubblica italiana li collega molto più al simpatico volto baffuto di Salvador Allende che alle dolci note del flauto e del charango. In Viva Italia, oltre alle melodie andine, sono spesso presenti musiche italiane: amanti ormai di due Paesi e due lingue, gli Inti-Illimani riescono ad accostare la cumbia alla tarantella. Tra una canzone e la successiva, nel concerto del 2003 viene pronunciata una frase emblematica: «in questo concerto faremo dei pezzi volti a bilanciare la memoria, non tanto una memoria che ci tenga crocefissi al passato ma quanto basta perché non venga tra un tempo breve o meno breve qualcuno in Cile a dire che gli esiliati sono stati mandati in villeggiatura». Eppure, salvo alcune eccezioni, molto importanti ma non altrettanto frequenti, la politica non è affatto protagonista nel disco. 

Il primo brano, senza alcun discorso introduttivo, si chiama Danza di Calaluna. È bellissimo un pezzo strumentale ispirato alla Sardegna (Cala Luna è una baia nel Nord dell’isola). Qui le note europee della chitarra prevalgono sui suoni tipici andini. Segue una canzoncina tradizionale boliviana. Nella prima strofa di Señora chíchera si chiede a una venditrice ambulante di vendere della chicha (una bevanda alcolica molto forte ottenuta dal mais fermentato, tipica della zona andina centrale) o qualsiasi altra sostanza alcolica. La seconda strofa lascia lo spagnolo e usa la lingua Quechua (tuttora presente sulle Ande): di questa gli Inti-Illimani, forse volutamente, forniscono le parole ma non la traduzione. 

Il testo di Sobre tu playa è scritto dagli stessi Inti-Illimani, mentre la musica deriva dalla tradizione colombiana della cumbia. Nella poesia si descrive la notte su una spiaggia. Il mare calmo che culla le barche viene paragonato alle trecce nere di una donna e la sabbia bianca al suo corpo calmo: le trecce nere richiamano i caratteri somatici dei popoli indios, mentre il corpo bianco a quelli europei, simboli delle due patrie del gruppo. Nelle ultime strofe, la donna stessa e il fuoco da lei acceso costituiscono, per l’uomo che canta, il riparo dal freddo della notte caraibica.

Subito dopo la voce si spegne e si riposa: torniamo sulle cime delle Ande con le note della bellissima Alturas. Segue un altro pezzo non cantato, stavolta tratto dalla tradizione peruviana, il cui titolo, in lingua Quechua e di nuovo senza traduzione, è Q’apac Chunchu.

Con Rin del angelito, tributo a Violeta Parra, il pubblico si immerge nel misticismo sudamericano, quel sincretismo che fonde tutte le credenze che sono passate per le Ande. L’America Latina è stata infatti percorsa da tantissime religioni e culture diverse, dai culti ancestrali animisti e legati alla Pachamama ai riti sciamanici prevalentemente femminili fino ad arrivare al cattolicesimo (imposto con la conquista ma poi molto radicato nei secoli) e al materialismo di stampo marxista (negli ultimi decenni). 

A questo punto il concerto cambia completamente tema. L’ispirazione dei tre brani successivi è tutta italiana. «In questo trentennale vorremmo dedicarvi dei pezzi che vi appartengono e dunque appartengono al mondo». Il primo di questi pezzi è il Tema d’amore tratto dalla colonna sonora del film italiano Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Di andino non ha quasi nulla. Il secondo è una canzone del loro caro amico cantautore romano Francesco De Gregori, Buonanotte Fiorellino. La poesia di De Gregori viene definita «una di quelle canzoni che contribuiscono a far vedere la gente in una luce più tenera che crudele» e «una canzone che è rimasta nel cuore di tutte le persone che sono state e che sono ancora innamorate». Fa sorridere l’accento sudamericano con cui i cileni pronunciano l’italiano, molto più marcato del leggero accento romano di De Gregori. L’altro brano italiano, anch’esso strumentale, è Il mercato di Testaccio, dedicato al quartiere popolare romano dove gli Inti-Illimani hanno a lungo abitato durante l’esilio italiano. 

Con la canzone successiva torniamo in America. El surco ha l’aria triste e malinconica di chi canta la povertà e la miseria dei campesinos che hanno perso il raccolto. La musica è la loro unica consolazione, come lo era per i neri nelle piantagioni statunitensi. 

È triste anche Malagueña, ripresa stavolta dalla tradizione musicale messicana. È il canto di un uomo disperato in seguito alla fine di un amore con una donna di Malaga (il termine malagueña significa proprio originaria di Malaga). Ma la musica ha un’aria molto meno triste del testo della poesia.

A spezzare la tristezza arriva una Tarantella, tipico ritmo dell’Italia meridionale, allegro e movimentato. Anche qui la chitarra e il flauto non sembrano ricordare le Ande.

Samba Landó è un canto di emancipazione dei neri, rimasti poveri ed emarginati anche dopo la fine della schiavitù. In una musica molto ritmata dalle percussioni (bombo e cajón) ricorrono frasi come «libertad para los negros, cadenas para el negrero» o «¿Qué tienes tú que no tenga yo?». Le ultime strofe, per quanto pacate, sanno di inno di rivolta: «La gente dice que pena que tenga la piel obscura, cómo si fuera basura que se arroja al pavimento, no saben que el descontento entre mi raza madura. Hoy día alzamos la voz cómo una sola memoria. Desde Ayacucho hasta Angola, de Brasil a Mozambique ya no hay nadie que replique, somos una misma historia». Il tema militante di Samba Landó sembra preparare il pubblico, stanco dalle tante ore di concerto, per la canzone successiva, che tutti si aspettano. 

Con un coro sempre più insistente, la folla italiana chiede a gran voce la sua canzone preferita: si sentono centinaia di voci urlare «el pueblo, el pueblo, el pueblo…». Finché la richiesta viene assecondata e l’arpeggio di chitarra introduce finalmente El pueblo unido jamás será vencido. È il momento dei pugni alzati e dell’emozione generale. Chi oggi ha i capelli bianchi e si ricorda bene quegli anni sa che furono proprio i profughi cileni dal 1973 in poi a diffondere in Italia il mito culturale dell’America Latina, molto più dell’icona del Che Guevara e della sua leggendaria morte avvenuta sei anni prima. In due versi di questa canzone è contenuta una suggestiva descrizione paesaggistica del Cile: «desde el salar ardiente y mineral (il deserto di Atacama, al confine con Perù e Bolivia) al bosque austral (la zona fredda che si incontra andando verso Punta Arenas e l’estremo Sud)». Purtroppo la maggior parte dei giovani che oggi sono affascinati dai suoni andini di quei flauti e dal fascino del poncho sulle spalle degli indios non conoscono questa storia se non in maniera estremamente superficiale, così come non conoscono il gruppo musicale Quilapayún, che costituì una sorta di colonna sonora dei quei mille giorni di governo Allende e della tragedia avvenuta in seguito. Proprio in quanto loro principale cavallo di battaglia, gli Inti-Illimani sono soliti suonare El pueblo unido jamás será vencido in mezzo al concerto e non in apertura o in chiusura per evitare che la platea si riempia per pochi minuti di militanti interessati solo a questa canzone e ignari di tutte le altre, visto che il loro repertorio non è solo politico. La canzone va scemando mentre il pubblico continua a ripetere «El pueblo unido jamás será vencido…».

La fiesta de San Benito, altrettanto intensa ma meno politica e più ballabile, chiude il concerto con il giusto entusiasmo. 

 

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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