Lo/a psicoterapeuta che guarda al mondo…e comprende il malessere che cambia

Da tempo sostengo che essere psicoterapeuti opportunamente formati oggi significhi, tra le tante cose, diventare consapevoli della funzione sociale che tale essenziale professione esercita nella nostra società in continuo mutamento. Purtroppo, però, nella formazione degli/delle psicoterapeuti/e la riflessione sulla funzione sociale della propria professione per precise ragioni storiche (sulle quali qui sorvolo) quando non latita totalmente, risulta assolutamente insufficiente.

Ma come può uno/a psicoterapeuta, consapevole della propria funzione sociale e opportunamente formato e sensibilizzato al clima sociale in cui vive assieme ai suoi pazienti, sintonizzarsi con lo spirito del proprio tempo riconoscendone le matrici problematiche, le traiettorie iatrogene, le fonti di malessere scritte negli stili di vita più comuni, nel modo di essere al mondo più ordinario, nelle grammatiche e nelle sintassi della propria contemporaneità sempre cangianti e sempre più pervasive. In tali pieghe si possono riconoscere i bisogni di chi ci chiede consulto, o meglio si possono riconoscere le mutevoli forme che assume di volta in volta la domanda di ascolto, soluzione, cura, dialogo, verità, liberazione, che viene portata ordinariamente allo/a psicoterapeuta.

Ogni epoca storica ha le proprie narrazioni, tutte più o meno descrittive di aspetti del presente ritenuti caratterizzanti, ma mai come oggi il pensiero e gli studi sociali si sono ingegnati a definire nelle modalità più svariate lo spirito del nostro presente e le sue caratteristiche salienti. 

Facciamo una carrellata di alcune definizioni della nostra contemporaneità: società postmoderna, società liquida, società flessibile, società narcisistica, l’epoca delle passioni tristi, società del rischio, società consumista, società globalizzata, società della performance, società competitiva, società digitale o iperconnessa, società dell’immagine, società della trasparenza, e così via, l’elenco è davvero lunghissimo. 

Ed ognuna di queste definizioni coglie punti importanti e probabilmente inediti e dirimenti della realtà attuale. Diventa però davvero complicato riuscire a trovare dei comuni denominatori esaustivi e sintetici. È come se vivessimo in un presente illeggibile, mai interpretabile, troppo complesso per essere davvero compreso e catturato da un solo sguardo. 

Inoltre, esistono moltissimi aspetti di questa epoca storica del tutto inediti e privi di precedenti storici, che perciò ci colgono del tutto impreparati a immaginare sviluppi e scenari successivi.

Facciamo qualche esempio.

  • È la prima volta nella storia che l’aspettativa di vita (superando la soglia degli 80 anni, a volte anche di molto) è tale da modificare radicalmente la struttura dei cicli vitali così come si era formata nei secoli precedenti.
  • È la prima volta nella storia nella quale l’aumento demografico ha raggiunto (aprile 2019) i 7,7 miliardi di persone.
  • È la prima volta nella storia che il mondo intero è pressoché totalmente raggiungibile e connesso tramite le reti di comunicazione ed è per questo che è anche la prima volta nella storia in cui tutti possono potenzialmente accedere a enormi quantità di informazioni, conoscenze, strumenti culturali, tecnologici, di ogni tipo. 
  • È la prima volta nella storia che l’emancipazione femminile (scolarizzazione, accesso ai diritti civili, accesso al lavoro, pari opportunità), in molte parti del pianeta ha modificato radicalmente (in meglio) gli equilibri relazionali e sociali delle società in cui questo è avvenuto. 
  • È la prima volta nella storia che le condizioni della presenza umana sul pianeta terra – antropocene – ha sensibilmente alterato (in peggio) gli equilibri ecologici tanto da far temere una prossima estinzione di massa della nostra specie.
  • È la prima volta nella storia in cui le generazioni presenti e passate consegneranno con certezza un futuro peggiore alle generazioni che verranno per via dei cambiamenti climatici in corso (e quanto ne conseguirà a cascata).
  • È la prima volta nella storia in cui uno stile di vita fondato su dottrine di tipo economico-politiche, cioè capitalistiche, si propone come globale tendendo a soppiantare ubiquitariamente tutti gli altri stili di vita fondati su principi filosofici o religiosi ispirati a modelli del passato. È la prima volta cioè che la secolarizzazione della società globale sembra essere compiuta, prossima e totalitaria.
  • È la prima volta in cui il genoma umano è stato scandagliato e descritto del tutto. Ciò apre ad una prossima e infinita esplorazione delle risposte tecnologiche sulla vita umana con ricadute imprevedibili e di controversa tendenza. 
  • È la prima volta nella storia in cui lo sviluppo tecnologico modifica rapidamente la struttura sociale anticipando di molto la riflessione etica.

Ma l’elenco delle “prime volte della storia” potrebbe proseguire seguendo il flusso delle mutazioni tecnologiche e sociali in corso e di quelle prossime, raccontandoci in tal modo di quanto l’accelerazione della storia degli ultimi decenni non abbia precedenti in nessuna altra epoca passata.

Qual è la ricaduta di questa nuova consapevolezza in mano ad uno/a psicoterapeuta? E soprattutto se e come questa conoscenza e consapevolezza modifica il modo di lavorare di uno/a psicoterapeuta.

In particolare: qual è il rapporto che si instaura tra cambiamento sociale, stile di vita, modo di esistere degli individui e sofferenza psicologica?

La prima considerazione che possiamo svolgere riguarda proprio la velocità dei processi tecnologici e sociali in corso e la loro attuale natura particolarmente penetrante. La variabile velocità si riferisce ad uno dei presupposti fondativi questa epoca e cioè quello di obsolescenza programmata. La sopravvivenza del sistema socio-economico si basa cioè sulla necessaria e rapida rottamazione e sostituzione di merci, tecnologie, mode, e delle abitudini e delle visioni del mondo a essere intimamente connesse. Non si tratta soltanto di cambiamenti esteriori, ma di modifiche profonde delle più comuni routine cognitive e in definitiva del modo in cui il nostro cervello funziona. Basti pensare a come l’introduzione dei dispositivi di connessione portatili stiano stravolgendo la stessa postura umana, per non parlare delle funzioni motorie e sensoriali associate, fino a modificare le strutture lessicali e narrativa alla base dello psichismo. 

Se volessimo addentrarci in questo quesito e volessimo divertirci a esplorare e ripercorrere la storia delle mutazioni psicopatologiche dal momento in cui esiste la psichiatria e l’osservazione psicopatologica, oppure ci limitassimo a mettere in fila i cinque manuali diagnostici (DSM) che si sono succeduti dal 1952 in poi, quindi meno di 70 anni, ebbene scopriremmo che ciò che è sotto i nostri occhi oggi ha ben poco a che fare con la scena che avremmo osservato solo pochi decenni fa (per non parlare di una comparazione ancora più remota). Moltissime le variabili in gioco che hanno determinato questi vistosi cambiamenti di forma e per certi versi anche di sostanza. L’introduzione degli psicofarmaci, i cambiamenti delle culture istituzionali, i cambiamenti delle strutture sociali, delle strutture delle famiglie, delle aspettative di vita, degli stili di vita, e così via. 

Certo, potremmo difensivamente continuare ad affidarci a immaginarie invarianti antropologiche o biologiche e dirci che in fondo psicotici, nevrotici e perversi (nella più classica macro-classificazione psicoanalitica) sono in fondo più o meno sempre gli stessi e che ciò che cambia è solo la forma esteriore. Non solo, potremmo affermare che anche i fenomeni delle masse e delle gruppalità umane, come ci insegna la psicologia sociale, si rincorrono più o meno nello stesso modo nel corso della storia. 

E allora quell’osservatorio assolutamente privilegiato, quel fortunato posto di vedetta sull’umano contemporaneo mutante che è l’ambulatorio psicoterapeutico, diventerebbe semplice luogo di catalogazione del già noto che si limita a cambiare vestito, copertina, patina esteriore.

Ma il nostro specifico umano, fatto di un continuo ciclo di disambientamento e ri-ambientamento su matrici socio-ambientali, tali da modificare anche la nostra biologia, è pronto a contraddire ogni consolazione che ci suggerisca invarianti della natura umana. 

Del resto, la psicoterapia stessa è l’emblema più cristallino di questa “specificità di specie” caratterizzata dall’azione che essa svolge sulla plasticità neuronale a partire dalla semplice cura delle parole. 

La sfida dunque per uno/a psicoterapeuta che voglia dirsi “aggiornato/a” non è solo quella di conoscere le ultime tendenze del proprio strumentario interno, ma è anche quella di alzare il capo e guardarsi intorno e riconoscere in embrione le matrici mutanti e mutagene e le fonti di tali matrici nella tecnosfera e nell’infosfera, in altre parole nel contesto storico e culturale nel quale ci muoviamo.

Articolo di Luigi D’Elia

Luigi D'Elia.Foto.jpgLuigi D’Elia, psicologo, psicoterapeuta Gruppoanalista, cura dal 2013 la rubrica La Buona Vita. È autore del volume “Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società” dove esplora i nessi tra comuni stili di vita e conseguenze psicologiche.

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