Omaggio al femminile nella poesia di Eugenio Montale

Allora credevo che solo le donne avessero un’anima.

È il 12 ottobre 1896, sono trascorsi pochi anni dalle celebrazioni dei quattrocento anni dalla scoperta dell’America, ad opera del genovese Cristoforo Colombo, e nella stessa Genova, alle ore 23, nasce Eugenio Montale, sesto e ultimo figlio di Domenico e Giuseppina Ricci. Come a dire che certe date sono segno della memorabile sorte che tocca a grandi persone della storia dell’umanità, e Montale lo è stato realmente grande come uomo, intellettuale e poeta.

A discapito della sua costituzione gracile, nel 1915 Eugenio riesce ad ottenere il diploma di ragioniere, dopo aver frequentato l’Istituto tecnico “Vittorio Emanuele” a Genova, ma avvertendo una sorta di antipatia verso questo percorso scolastico, decide di recuperare autonomamente gli studi umanistici, grazie anche al supporto della sorella Marianna, studente di filosofia e donna protettrice e benevola nei confronti del fratello più piccolo. Più volte riformato per motivi di salute, combatte come volontario al fronte in Trentino negli ultimi anni della guerra, a partire dal 1917, e nello stesso anno conosce Sergio Solmi con cui stringe un’amicizia che durerà tutta la vita. Nel 1920 torna a Genova e studia da baritono, ma alla morte del suo maestro abbandona definitivamente tale prospettiva di carriera musicale. Montale pubblica per la prima volta una silloge di sette componimenti, intitolata Accordi, sulla rivista “Primo tempo” fondata da intellettuali antifascisti, tra i quali Giacomo Debenedetti e l’amico Solmi. Dopo aver intensificato i suoi contatti con l’ambiente culturale torinese, nel 1925 Eugenio firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e pubblica la sua prima e nota raccolta di poesie Ossi di seppia. Ma Montale è personalità poliedrica e curiosa: si dedica nel contempo ad un’intensa attività di critica letteraria, attraverso la quale scopre i romanzi di Italo Svevo, a lui segnalati dall’amico triestino Bobi Bazlen e finiti nel dimenticatoio della miopia culturale italiana di questo periodo. Nel 1927 lascia Genova per trasferirsi a Firenze, dove gli è stato offerto un impiego presso la casa editrice Bemporad, che gli sottrae però tempo all’attività di scrittura e critica letteraria, ma dopo due anni è nominato direttore del Gabinetto Vieusseux, incarico che ricopre fino al licenziamento nel 1938 perché non iscritto al Partito fascista. Nel 1939 esce la raccolta Le occasioni: sono gli anni del regime e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che il poeta vive restando a Firenze e aiutando attivamente alcuni amici ebrei costretti alla clandestinità, come Umberto Saba e Carlo Levi. Vive una breve stagione di impegno politico dopo la guerra, con l’iscrizione al Partito d’azione e prendendo parte al Comitato per la cultura e per l’arte del Cnl toscano, ma in realtà Eugenio avrà sempre posizioni liberali e progressiste che non permetteranno di identificarlo in alcuna parte politica ben precisa.

Nel 1948 viene assunto come redattore del “Corriere della Sera” e si trasferisce a Milano, dove intraprende un’intensa attività da giornalista alla quale conferisce subito un taglio precipuamente letterario. È la stagione dei numerosi viaggi come inviato speciale: Inghilterra (dove conosce Thomas Stearns Eliot), America, Francia, Spagna, Portogallo, Medio Oriente. Tutti i suoi scritti giornalistici vengono pubblicati nel 1956 con il titolo Farfalla di Dinard e nello stesso anno esce anche la terza raccolta poetica La bufera e altro, dopo la quale Montale cessa di scrivere poesie per molto tempo e si dedica quasi esclusivamente all’attività giornalistica. Numerosi i riconoscimenti che giungono in questo lungo periodo: nel 1961 gli viene conferita la laurea honoris causa dalla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Milano, nel 1967 è nominato senatore a vita, nel 1975 riceve il premio Nobel per la letteratura e Milano e Firenze gli conferiscono la cittadinanza onoraria. Nel 1971 torna alla poesia e con la raccolta Satura comincia una nuova stagione di produzione artistica che segna anche una svolta nella sua concezione poetica: i versi diventano diaristici, a volte satirici e fortemente prosastici, per effetto dell’affermarsi di una società di massa che non consente più, secondo le riflessioni del poeta, la piena comprensione di una poesia di livello alto e intellettualmente impegnato. Dal 1973 al 1980 escono le nuove raccolte poetiche di questa stagione creativa. Il 12 settembre del 1981 Eugenio si spegne a Milano: il suo funerale di Stato si celebra nel Duomo alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Montale è stato un grande poeta: la bibliografia di studi sulla sua opera e la sua persona è vastissima, il suo ricordo non necessita di rafforzamenti critici nel riconoscimento dell’impronta profonda e incancellabile che i suoi versi e tutti i suoi scritti hanno lasciato nella storia della letteratura novecentesca mondiale. Il filo che vorrei seguire per ricordarlo con rispetto e reverenza è quello della presenza femminile nella sua vita, una presenza assolutamente significativa per la dimensione sia privata che artistica, una presenza che Montale ha accolto e che ha rappresentato per lui un punto di riferimento imprescindibile.

Per tutto l’arco della produzione montaliana riconosciamo nitida una ricerca inarrestabile di significato da conferire a fatti e cose della vita, un interiore bisogno di cercare (e trovare) un varco, una via d’uscita, una rivelazione improvvisa che lo liberi dalle rigide leggi che determinano l’esistenza del genere umano e gli doni la liberazione da questo stato umano di imprigionamento. È in questo percorso esistenziale e poetico che si muovono come sue interlocutrici tante figure femminili, spesso lontane o perdute, che hanno l’importante ruolo di rafforzare in lui la volontà di resistere a quel “male di vivere” che spesso ha incontrato.

Nell’estate del 1920 conosce a Monterosso la famiglia dell’ammiraglio Degli Uberti e inizia la frequentazione della figlia Anna, da lui chiamata Annetta o Arletta, che diventa una delle muse ispiratrici della sua poesia. Montale la tratteggia come una donna morta in giovane età – nonostante biograficamente Anna Degli Uberti abbia vissuto a lungo – creando l’immagine di una fanciulla segnata da un destino di morte precoce. La sua presenza – per ammissione stessa del poeta – è ossimoricamente dominante nell’assenza percepita dal poeta in La casa dei doganieri, in questa casa disabitata che è correlativo oggettivo dell’animo di Montale, solo e abbandonato nella percezione dell’impossibilità di ricongiungersi all’amata incontrata in gioventù:

Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: / desolata t’attende dalla sera / in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto. / Libeccio sferza da anni le vecchie mura / e il suono del tuo riso non è più lieto. […] Il varco è qui? (Ripullula il frangente / ancora sulla balza che scoscende…). / Tu non ricordi la casa di questa / mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Ancora in una poesia del 1977 intitolata I ripostigli e contenuta nel Quaderno di quattro anni, Annetta/Arletta viene rievocata dal poeta attraverso la vana ricerca di una fotografia che ne immortali la presenza:

Non so dove io abbia nascosto la tua fotografia. / Fosse saltata fuori sarebbe stato un guaio. / Allora credevo che solo le donne avessero un’anima / e solo se erano belle, per gli uomini un vuoto assoluto. / Per tutti… oppure facevo un’eccezione per me? / […] Non si è saputo più nulla di te e neppure ho chiesto / possibili improbabili informazioni. / […] Ma intanto restava una nube, quella dei tuoi capelli / e quegli occhi innocenti che contenevano tutto / e anche di più, quello che non sapremo mai / noi uomini forniti di briquet, / di lumi no.

È incredibilmente schietto e all’avanguardia quanto il poeta ligure afferma in questi versi: la fotografia non si trova più, ma resta la presenza della donna nell’immagine dei suoi capelli e degli occhi innocenti, che contengono tutto e anche di più, e si contrappongono a quel noi uomini che invece non posseggono che accendini briquet anziché la luce che può illuminare il senso dell’esistenza, quella luce di cui le donne sono ricche e portatrici assolute. Ancora una volta, nella parabola artistica di Montale, la donna ha uno sguardo consapevole sulla realtà, al quale il poeta si affida per avventurarsi nei meandri della vita. 

Negli anni Venti frequenta Bianca Fochessati e Paola Nicoli, amiche dedicatarie di alcune poesie degli Ossi di seppia. La poesia proemiale degli Ossi contiene un tu che si identifica con Paola Nicoli, come Montale stesso scrive nel 1964 in una lettera al critico letterario Silvio Guarnieri: Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! / Va’, per te l’ho pregato, – ora la sete / mi sarà lieve, meno acre la ruggine… Il poeta invita la donna che sottende a questi versi a cercare un varco nella rete della realtà che ci avviluppa, lei che può rendere meno acre la ruggine dell’esistenza umana. Una traccia ancora più evidente della presenza di Nicoli è in Casa sul mare: nei versi della poesia appartenenti anch’essa agli Ossi la creatura femminile è sempre destinataria di speranza e possibilità di salvezza, negata invece all’uomo-poeta:

Tu chiedi se così tutto vanisce / in questa poca nebbia di memorie; / se nell’ora che torpe o nel sospiro / del frangente si compie ogni destino. / Vorrei dirti che no, che ti s’appressa / l’ora che passerai di là dal tempo; / forse solo chi vuole s’infinita, / e questo tu potrai, chissà, non io. […] Vorrei prima di cedere segnarti / codesta via di fuga / labile come nei sommossi campi / del mare spuma o ruga. / Ti dono anche l’avara mia speranza. / A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla: / l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Alla donna l’uomo dona la sua avara speranza perché incapace di crescerla, di nutrirla, di raccoglierne i frutti, ammettendo con un eccezionale verso di alto valore poetico e simbolico che forse solo chi vuole s’infinita. Nel 1927 conosce Drusilla Tanzi, scrittrice e ammiratrice di Italo Svevo, sorella di Lidia Tanzi, che sarà la madre di Natalia Ginzburg.

31. FOTO 1.montale e la moglie drusilla tanzi

Montale la incontra frequentando il gruppo di intellettuali che ruota intorno alla rivista fiorentina “Solaria”: la “Mosca” (soprannome che le viene attribuito per via degli occhiali da miope) è sposata con il critico d’arte Matteo Marangoni, ma diventerà la compagna di Eugenio.

Il rapporto con Drusilla è complesso: i due vivono insieme ma Eugenio rivela alla donna di avere un’altra relazione parallela, quella con l’italianista americana di origini ebraiche Irma Brandeis, studiosa di Dante, conosciuta nel 1933, con cui il poeta ligure avrà una relazione fino al 1938, anno delle leggi razziali che costringeranno Irma a rientrare negli Stati Uniti per non fare più ritorno.

31. FOTO 2 Irma Brandeis

Il legame sentimentale e spirituale tra Eugenio e Irma è molto intenso, al punto tale da consacrare la donna come principale musa ispiratrice, ricorrente nelle raccolte Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956). Con lei Eugenio vagheggerà anche un sogno di fuga in America –  come testimoniò il critico montaliano americano Luciano Rebay – in realtà ripetutamente promesso ad Irma ma mai realizzato, perché Drusilla incalza sull’esistenza del poeta e fa di tutto affinché lui non la abbandoni, anche tentare il suicidio e dunque vincolare a sé le già incerte illusioni di Montale, incapace di prendere una decisione drastica in merito. L’anno successivo, nel 1939, Drusilla ed Eugenio andranno a vivere insieme, rompendo tra l’altro le formalità moraliste dell’epoca fascista e realizzando di fatto un’unione extraconiugale che vedrà il sigillo del matrimonio solo nel 1962, anno precedente a quello della morte della donna, quando Marangoni, il marito di Mosca, muore e possono sposarsi.

Tante sono le tracce di Irma nella poesia montaliana, in cui assume il senhal di Clizia:

La speranza di pure rivederti / m’abbandonava; / e mi chiesi se questo che mi chiude / ogni senso di te, schermo d’immagini / ha i segni della morte o dal passato / è in esso, ma distorto e fatto labile, / un tuo barbaglio: / (a Modena, tra i portici, / un servo gallonato trascinava / due sciacalli al guinzaglio) (da Le occasioni).

La speranza di rivedere Clizia/Irma è ormai lontana, il poeta si chiede se la realtà, rappresentata dall’apparenza di uno schermo di immagini, può favorire un’epifania della donna, luminosa e improvvisa come un barbaglio (parola potentissima del lessico montaliano e che già era stata utilizzata dalla poeta Antonia Pozzi, che Montale stesso aveva contribuito a riscoprire alla fine degli anni Quaranta), oppure porta in sé i segni oscuri della morte. Poi all’improvviso, come la parentesi breve e fulminea di un lampo, appaiono due sciacalli al guinzaglio di un servo in divisa, correlativo oggettivo di Clizia che amava gli animali buffi, come Montale stesso spiega in un articolo sul “Corriere della Sera” del 16 febbraio 1950, descrivendo l’antefatto e le circostanze concrete da cui questa lirica è nata: «Un pomeriggio d’estate Mirco [pseudonimo sotto il quale si nasconde Montale] si trovava a Modena e passeggiava sotto i portici. Angosciato com’era e sempre assorto nel suo “pensiero dominante”, stupiva che la vita gli presentasse come dipinte o riflesse su uno schermo tante distrazioni. Era un giorno troppo gaio per un uomo non gaio. Ed ecco apparire a Mirco un vecchio in divisa gallonata che trascinava con una catenella due riluttanti cuccioli color sciampagna, due cagnuoli che a una prima occhiata non parevano né lupetti né bassotti né volpini. Mirco si avvicinò al vecchio e gli chiese: “Che cani sono questi?”. E il vecchio, secco e orgoglioso: “Non sono cani, sono sciacalli”. (Così pronunciò da buon settentrionale incolto; e scantonò poi con la sua pariglia.) Clizia amava gli animali buffi. Come si sarebbe divertita a vederli! pensò Mirco. E da quel giorno non lesse il nome di Modena senza associare quella città all’idea di Clizia e dei due sciacalli. Strana, persistente idea. Che le due bestiole fossero inviate da lei, quasi per emanazione? Che fossero un emblema, una citazione occulta, un senhal? O forse erano solo un’allucinazione, i segni premonitori della sua decadenza, della sua fine?».

Montale chiede disperatamente alla forbice della memoria inesorabile di non recidere il ricordo del volto tanto amato, dando vita ad un’altra bellissima poesia:

Non recidere, forbice, quel volto, / solo nella memoria che si sfolla, / non far del grande suo viso in ascolto / la mia nebbia di sempre. / Un freddo cala… Duro il colpo svetta. / E l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di Novembre (da Le occasioni).

Ma senza soluzione di continuità il freddo cala ed anche il ricordo del volto solo nella memoria che si sfolla viene falciato via come un’acacia divelta che da sé scrolla.

Ma Clizia non è solo la donna perduta e ormai lontana, bensì una musa ispiratrice e portatrice di salvezza, novella Beatrice in un inferno in cui operano i peggiori messi del male:

Oh la piagata / primavera è pur festa se raggela / in morte questa morte! Guarda ancora / in alto, Clizia, è la tua sorte, tu / che il non mutato amor mutata serbi, / fino a che il cieco sole che in te porti / si abbàcini nell’Altro e si distrugga / in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi / che salutano i mostri nella sera / della loro tregenda, si confondono già / col suono che slegato dal cielo, scende, vince – / col respiro di un’alba che domani per tutti / si riaffacci, bianca ma senz’ali / di raccapriccio, ai greti arsi del sud…

I versi appartengono alla poesia La primavera hitleriana, della raccolta La bufera e altro. Montale la compose nel 1939: l’anno prima, il 9 maggio 1938, era avvenuta la visita di Hitler a Firenze, ricevuto da Mussolini e dagli scherani del regime, che è vissuta dal poeta con orrore e sdegno. Hitler è un messo infernale (v. 8) e l’incontro con Mussolini è una tregenda, un convegno di demoni. Ma l’apparizione di Clizia è rivelazione abbacinante di una speranza che forse ha un suono che scende dal cielo, che vince e confonde le sirene e i rintocchi di campane che salutano i mostri della sera – Hitler e Mussolini – e donano all’umanità arsa dal male un respiro d’alba per tutti.

Clizia è donna angelo di stilnovistica memoria che ha attributi salvifici e rappresenta un’ancora, una guida per il poeta spesso smarrito nel travaglio della vita:

La frangia dei capelli che ti vela / la fronte puerile, tu distrarla / con la mano non devi. Anch’essa parla / di te, sulla mia strada è tutto il cielo, / la sola luce con le giade ch’ài / accerchiate sul polso, nel tumulto / del sonno la cortina che gl’indulti / tuoi distendono, l’ala onte tu vai, / trasmigratrice Artemide ed illesa, / tra le guerre dei nati-morti; e s’ora / d’aeree lanugini s’infiora / quel fondo, a marezzarlo sei tu, scesa / d’un balzo, e irrequieta la tua fronte / si confonde con l’alba, la nasconde (da La bufera e altro).

Evidente già nell’incipit di dantesca memoria (è infatti riconoscibile il gesto dell’angelo che nell’Inferno allontana dal volto di Dante il denso fumo della palude Stigia) la presenza di Clizia/Irma con la sua frangetta che la rappresenta per metonimia: quella frangia è strumento di elevazione della strada esistenziale del poeta, è la sola luce che conforta il tumultuoso sonno di Eugenio, luminosa come i braccialetti di giada che Clizia ha al polso, è come un’ala che sorvola sul mondo, novella Artemide, libera e armata; ella non può esser colpita dalle guerre che straziano i nati-morti, gli esseri umani che nascono con la morte come destino, e se l’abisso della storia s’infiora è perché questa creatura è scesa a variegarne i colori, seppur inquieta perché non immune dall’angoscia e dalle sofferenze del mondo, la sua fronte è talmente ricca di luce da offuscare la luminosità dell’alba.

La sesta sezione della raccolta La bufera e altro, intitolata Madrigali privati, contiene un’altra importantissima figura femminile indicata con il senhal di Volpe, che nella vita del poeta compare nel 1949: si tratta di Maria Luisa Spaziani, «una giovane donna […], e ne è venuto un personaggio diverso da Clizia, un personaggio molto terrestre», come lo stesso Montale confida al suo biografo Giulio Nascimbeni.

olycom - abbiati -

Con Spaziani il poeta ligure instaura una relazione ben più passionale e reale di quella intellettuale e quasi platonica intrecciata con Clizia. I versi in cui è presente la Volpe restituiscono al lettore l’immagine di un rapporto vissuto con eros e fisicità, facendo di questa donna l’alter ego di Beatrice, dalla natura sensuale e terrena:

Se t’hanno assomigliato / alla volpe sarà per la falcata / prodigiosa, pel volo del tuo passo / che unisce e che divide, che sconvolge / e rinfranca il selciato […] se t’hanno assomigliato / a un carnivoro biondo, al genio perfido / delle fratte (e perché non all’immondo / pesce che dà la scossa, alla torpedine?) / è forse perché i ciechi non ti videro / sulle scapole gracili le ali, / perché i ciechi non videro il presagio / della tua fronte incandescente, il solco / che vi ho graffiato a sangue, croce cresima / incantesimo jattura voto vale / perdizione e salvezza; se non seppero / crederti più che donnola o che donna, / con chi dividerò la mia scoperta, / dove seppellirò l’oro che porto, / dove la brace che in me stride se, / lasciandomi, ti volgi dalle scale?

L’aspetto fisico della donna emerge preponderante: falcata prodigiosa, carnivoro biondo, scapole gracili, fronte incandescente, sono sintagmi che caratterizzano la voluttuosa sensualità della Volpe, una donna che è capace di unire e dividere, che sconvolge e rinfranca, che è perdizione e salvezza, ma nella quale solo il poeta è capace di scorgere la natura terrestre e celeste, l’essere genio perfido e l’avere le ali. Il nome di Maria Luisa Spaziani si legge sotto forma di acrostico anche in una poesia intitolata Da un lago svizzero: […] Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco / pulsante, in una pista arroventata, / àlacre sulla traccia del tuo lieve / zampetto di predace (un’orma quasi / invisibile, a stella) io, straniero, / ancora piombo; e a volo alzata un’anitra / nera, dal fondolago, fino al nuovo / incendio mi fa strada, per bruciarsi. L’area semantica del fuoco che rimanda alla passione è la cifra prevalente di questi versi: brilli, pista arroventata, incendio, bruciarsi, a riprova della concretezza del rapporto con questa creatura, figura dell’immanenza. 

Sarà solo nella raccolta Satura del 1971 che Montale dedicherà versi di memorabile bellezza alla moglie Drusilla, morta nel 1963 per una grave malattia alle ossa, una sorta di omaggio intenso, di doni per la memoria della Mosca come primizie che si offrono ad una dea. Satura in latino vuol dire infatti piatto di varie primizie: non a caso la raccolta è divisa in quattro sezioni, due delle quali intitolate Xenia, che nella tradizione latina rappresentavano brevi componimenti che accompagnavano le offerte di doni ospitali agli amici. L’immagine della Mosca è volutamente ordinaria, rievocata dopo la morte attraverso atti della sua esistenza quotidiana, non possiede le caratteristiche salvifiche della visiting angel Clizia, ma è ugualmente una figura che dà soccorso al poeta nell’affrontare spesso l’inettitudine della sua esistenza, una donna diversa da lui ma che lascia nello stesso tempo una traccia molto significativa, con la sua capacità di saper reagire alla sofferenza fisica della malattia che la tormenta e l’attitudine a prediligere tutto ciò che rompe la monotonia della vita:

Non ho mai capito se io fossi / il tuo cane fedele e incimurrito / o tu lo fossi per me. / Per gli altri no, eri un insetto miope / smarrito nel blabla / dell’alta società. Erano ingenui / quei furbi e non sapevano / di essere loro il tuo zimbello: / di essere visti anche al buio e smascherati / da un tuo senso infallibile, dal tuo / radar di pipistrello (da Xenia I, 5); Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. / […] Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue (da Xenia II, 5); Ti piaceva la vita fatta a pezzi, / quella che rompe dal suo insopportabile / ordito (da Xenia II, 12). Drusilla è un punto fermo, di riferimento, un insetto fisicamente miope ma che possiede all’interno dell’animo e della mente un radar di pipistrello, un senso infallibile, col quale anche al buio smaschera il blabla dell’alta società.

Eugenio ammette che senza di lei ad ogni gradino sceso è il vuoto, quel senso di smarrimento che lo coglie nell’accorgersi dopo la morte della Mosca che le sole vere pupille in grado di scrutare nel profondo e senza filtri la realtà erano quelle della moglie offuscate dalla miopia. Al poeta non resta che cercare le tracce della donna nella materialità concreta degli oggetti che lo circondano, come la telescrivente o il fumo dei suoi sigari:

La tua parola così stenta e imprudente / resta la sola di cui mi appago. / Ma è mutato l’accento, altro il colore. / Mi abituerò a sentirti o a decifrarti / nel ticchettìo della telescrivente, / nel volubile fumo dei miei sigari / di Brissago (da Xenia I, 8).

Tante altre sono le donne che popolano il mondo privato e poetico di Montale, di ognuna di loro c’è traccia nei versi scritti dal poeta: Esterina Rossi; Gerti Frankl, Liuba, Dora Markus, donne e amiche di origine ebraica in fuga a causa delle leggi razziali imposte dai regimi nazifascisti; Maria Rosa Solari, una genovese di origini peruviane conosciuta nel 1933. Infine, non meno importante è stata la presenza della sua governante Gina Tiossi, che lo ha assistito fino al momento del trapasso, avvenuto nell’ospedale San Pio X di Milano all’età di 85 anni. Gina è stata destinataria di lettere, disegni, schizzi, oggetti, fotografie, prime edizioni che il poeta le regalava; fedele e affezionata ad Eugenio, è rimasta accanto a lui fino alla fine e ne ha conservato i preziosi documenti, donati poi al Centro Manoscritti di Pavia, come già era stato concordato con il poeta quando era in vita. Anche Montale le era affezionato, mostrando fino all’ultimo atto della sua esistenza quella grande sensibilità e rispetto verso le donne e le loro qualità, prima fra tutte l’acuta intelligenza. Dedica a Gina queste parole vergate sul frontespizio della sua prima biografia scritta dal giornalista Giulio Crescimbeni nel 1969, alludendo alla sua abitudine di dipingere spalmando con le dita colori “naturali” quali erbe, ciprie e fondi di caffè:

Alla cara carissima / Gina Tiossi / il povero scrittore degli Ossi / che dipinge col caffè. / Pasquetta 1969 / E.M.

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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