Rebeca Lane, guerrillera feminista

Rebeca Eunice Vargas Tamayac, in arte Rebeca Lane, è l’opposto di Anita Tijoux. Nata in Guatemala nel 1984, in piena guerra civile, da una famiglia di ex guerriglieri comunisti, donna e mulatta in una delle aree più povere e violente al mondo, è cresciuta respirando la repressione (sua zia è desaparecida durante la guerra) e gli studi di sociologia hanno rafforzato la sua coscienza politica. I femminicidi, in particolare su base etnica, sono frequentissimi in Centroamerica. Il femminismo è la sua causa e il rap per lei è lo strumento di denuncia della violenza cui ha sempre assistito. La sua prima comparsa pubblica avviene tramite il programma radiofonico guatemalteco Políticamente incorrecta. Mentre Ana Tijoux fa spuntare il sorriso, la rabbia di Rebeca Lane trasmette un uragano di energia, come ho avuto modo di constatare sentendola dal vivo al Csoa Gabrio di Torino in seguito a una conferenza sulle lotte femministe in Centroamerica.

«No quiero ser de nadie, yo quiero ser mia»: nella canzone Mujer lunar l’autodeterminazione delle donne è rivendicata con forza attraverso rabbiose frasi a effetto come «es mi sangre menstrual de donde nace la vida y no de tu costilla, no vine al mundo para hacerte feliz ni que tus golpes me dejen cicatriz». A tratti la rabbia lascia spazio a frasi più morbide come «no te amo por tu sexo sino por lo compartido». «No soy puta ni soy santa, soy lo que me da la gana» è forse il miglior riassunto di questa canzone.

Come Anita Tijoux, anche Rebeca Lane ha dato il suo contributo alle lotte femministe argentine. Il brano si intitola proprio Ni una menos. Ma, se la cantante francocilena parlava agli uomini con fermezza ma senza ostilità e mostrava apertura nei loro confronti, la canzone della rapper guatemalteca è uno sfogo tempestoso e violento, quasi una dichiarazione di guerra al genere maschile. Dice chiaramente che «no soy pacifista» e parla degli uomini solo e soltanto collegandoli alla violenza. Bisogna tenere a mente che Rebeca è cresciuta non nel contesto sociale della tranquilla Europa ma in quello centroamericano, dove si contano ogni giorno decine di donne uccise o violentate (soprattutto se di carnagione scura) e capire quindi le ragioni della sua rabbia: «cinco mujeres hoy han sido asesinadas y a la hora por lo menos vente mujeres violadas, eso que solo es un día en Guatemala moltiplícalo y sabrás por que estamos enojadas, no voy a andar con pinzas para quien no entienda que esto es una emergencia». Ed è così che Rebeca spiega la sua aggressività: «soy como las otras hartas de andar con miedo, agresiva por que es la forma en que me defiendo». Anche nella canzone Bandera negra Rebeca chiarisce «mi rap no es femenino, sólo es feminista».

Reina del Caos parla dell’attuale democrazia-farsa in vigore in Guatemala: «no tienen eficacia las falsas elecciones, del falo que gobierna sólo son las erecciones […] la verdadera guerra no ha terminado, los que nos masacraron aún controlan el estado». «Soy autogobierno, mi bandera es anarquista» è la risposta della rapper al sistema in cui vive. La situazione politica del Guatemala non è tanto diversa da quella cilena ma è comunque diverso il modo delle due donne di affrontare l’argomento.

Libre, atrevida y loca rivendica ancora la libertà di costumi delle donne, con espressioni forti e provocatorie: «Y no me digan lo que tengo que hacer y no me digan en la forma que me tengo que mover, por que la ley no me va entre las piernas». Il video ufficiale della canzone che si trova in internet costituisce una parodia della concezione tradizionale di bellezza femminile, con donne grasse tutt’altro che aggraziate e alcune transessuali che ballano tra periferie urbane e alte piante di cannabis. L’artista con cui Rebeca ha realizzato il video si chiama sarcasticamente Miss Bolivia.

Il brano Corazón Nómada è una canzone d’amore che la rapper dedica alla sua compagna: qui si interrompe tanta rabbia per dare spazio a frasi affettuose e modi morbidi. Anche qui si evince che il tipo di coppia a cui la cantante aspira non è certo quello tradizionale: «No te quiero poner cerco, quiero la libertad de amar sin sufrimiento, sin etiquetas inventarnos algo nuevo».

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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