Mrs Robinson, economista iconoclasta

«Lo scopo dell’economia è … quello di imparare a non farsi ingannare dagli economisti». (Joan Robinson)

Se avessi potuto scegliere a quale economista del passato assomigliare, avrei scelto senza dubbio Joan Robinson. Nel periodo in cui studiò e scrisse conobbe alcuni tra gli economisti e gli studiosi più importanti, ne fu allieva e maestra, collaboratrice ed ispiratrice, in una lunga vita piena di stimoli e battaglie intellettuali. Qualcuno oggi, come il professor Brancaccio (Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’Economia tra scienza, ideologia e politica), propone di abolire il Nobel per l’economia, che arriva sempre con molto ritardo a individuare le persone veramente innovatrici in questo campo. Scrive il professore di politica economica all’università del Sannio: «Con rarissime eccezioni, il premio Nobel per l’Economia ha (sempre) rafforzato la posizione dominante di quel programma di ricerca comunemente definito “neoclassico”, talvolta denominato anche “paradigma della scarsità”.»

Chi aveva tutti i titoli per meritarsi il premio Nobel è proprio Joan Robinson, «il primo Nobel mancato della storia» (Sesti-Moro, Scienziate nel tempo) ma era ancora troppo potente la narrazione mainstream neoclassica e soprattutto «non era (e forse non è ancora) un mondo per donne» in Economia politica, ma non solo.

Joan Violet Maurice nasce il 31 ottobre del 1903 a Camberley, in Inghilterra, da una famiglia benestante, ma anticonformista.

Sarà questa la sua più grande fortuna. Le piace moltissimo, da vera ribelle, dissentire dalle posizioni consolidate e dominanti e impara a farlo anche leggendo poesie ad Hyde Park, a Londra, nello Speaker’s Corner, senza alcun timore di parlare in pubblico e di confrontarsi con chi l’ascolta.

Si iscrive all’Università di Cambridge nel 1922, in uno dei due college “riservati alle donne”, il Girton, e si laurea, senza poter ambire ad insegnare in Università, perché alle donne sarà concesso di essere membri a pieno titolo dell’Università solo nel 1948. A Cambridge conosce Maurice Dobb, un’amicizia che segnerà profondamente il suo pensiero.

A quell’epoca in Università si insegna l’economia di Alfred Marshall, ricca di grafici e formule, anche grazie alla collaborazione del suo allievo, Pigou. Robinson la studia, senza grande entusiasmo per l’approccio matematico verso cui comincia a mostrare tutta la sua insofferenza. Il linguaggio “per addetti ai lavori” che farà guadagnare all’economia l’appellativo di “triste scienza” le sta stretto e nei suoi scritti manifesterà una vocazione umanistica e quasi letteraria nella descrizione dei temi economici.

Nel 1926 Maurice sposa Austin Robinson che, a differenza di lei, troverà un posto da professore in Università pochi anni dopo.  Nel frattempo si trasferisce per due anni in India col marito.

Tornata a Cambridge frequenta il corso di Piero Sraffa, il giovane economista italiano, poi diventato neoricardiano, scampato alla persecuzione di Mussolini ed aiutato da Keynes. Suo compagno di corso è Kahn, colui che formulerà per Keynes la versione matematica del moltiplicatore Keynesiano. Tra i due nasce un’amicizia fortissima, che durerà tutta la vita, stimolante dal punto di vista intellettuale e necessaria per una mente fervida come quella di Joan. Lasciate che mi soffermi su questo aspetto dell’esistenza delle donne che hanno la fortuna di studiare e di sviluppare pienamente le loro potenzialità intellettuali: le amicizie, anche quelle maschili, sono fondamentali per le donne, in tutto l’arco della loro vita, sono un arricchimento di cui spesso la maggior parte è privata dopo il matrimonio, in una società che le vede confinate spesso e prima di tutto nel ruolo di mogli e di madri. Quando mi capita di parlare in classe di Joan Robinson non ometto mai una riflessione su questo punto, stimolando un breve dibattito tra gli e le studenti. È una bella occasione di riflessione, in direzione ostinata e contraria rispetto ai luoghi comuni veicolati dalle trasmissioni televisive spazzatura e da molte famiglie. Non è indispensabile insegnare letteratura per suscitare questo tipo di dibattiti, se crediamo ancora che la scuola sia un luogo di educazione e confronto e non di pura trasmissione di conoscenze o preparazione ancillare alle esigenze del mercato e del mondo del lavoro.

Sraffa, l’autore di Produzione di merci a mezzo di merci, distrugge l’impalcatura marshalliana, che riduce il sistema economico a un bel gioco matematico in cui tutto torna sempre, in cui la curva dell’offerta che incontra quella della domanda determina sempre un prezzo di equilibrio sul mercato, che è per antonomasia “di concorrenza perfetta”. Quale migliore occasione di questa per Joan di ribaltare l’impianto accademico in cui si è formata e di dissentire?

Nel 1933 scrive il libro per cui è ricordata in qualche riga dei Manuali di Economia politica, L’economia della concorrenza imperfetta, e comincia a prospettare forme diverse da quel bel castello di carte astratto che è la concorrenza perfetta, studiata in ogni dettaglio nei libri di impostazione neoclassica, cioè in tutti i libri. La concorrenza imperfetta o monopolistica, di fatto è, oggi, insieme all’oligopolio, la forma più diffusa di mercato nei nostri sistemi economici. Se le ragazze e i ragazzi lo possono constatare nella loro vita quotidiana è anche grazie a Joan Robinson, ma spesso questo, come la circostanza che la parola “monopsonio” fu coniata da lei, non viene raccontato. Molti anni dopo la Robinson sconfesserà questo testo, per la forte influenza marshalliana che vi si respira ancora. Ma l’opera che avrà più influenza sul pensiero robinsoniano sarà quella pietra miliare dell’economia politica che è la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes, pubblicata nel 1936, che demolisce definitivamente tutto l’impianto neoclassico con un linguaggio accattivante e vicino alla vita quotidiana: un testo fondamentale per la comprensione del sistema economico capitalistico e dei suoi difetti.

A Cambridge è iniziata la rivoluzione keynesiana e Robinson è tra le poche persone a cui il maestro Keynes fa leggere le bozze del suo libro. Grande dev’essere stata la gioia di Joan e forse solo un uomo che frequentava le donne intellettuali come Virginia Woolf del Circolo di Bloomsbury poteva riconoscere ed individuare uno spirito libero come il suo, attribuendo a Joan stima e fiducia e riconoscendole grandi capacità.

Di lì a poco Robinson, che fa parte di un gruppo di studiosi, ironicamente battezzato da Sraffa il Circus, scriverà due libri importanti per l’economia keynesiana, Saggi sulla Teoria dell’occupazione e Introduzione alla Teoria dell’Occupazione. Grazie a questi contributi Keynes riuscirà a fare ottenere nel 1937 a Joan, forzando molte resistenze, l’incarico di Lecturer all’Università.

Nel 1936 è già avvenuto il secondo incontro intellettuale importante per Robinson, quello con l’economista polacco Kaleckj, che, partendo dal pensiero di Marx, è arrivato alle stesse conclusioni di Keynes.

Alla morte di quest’ultimo, avvenuta troppo presto, nel 1946, per un infarto, l’indomabile iconoclasta valorizza l’economista polacco, giungendo a dire che in certi passaggi la sua teoria è migliore di quella di Keynes. Nessun mito, nemmeno quello del Grande Maestro, può resistere al vaglio della mente libera di Joan.

Con la supervisione di Dobb, Robinson si butta a capofitto nello studio del pensiero marxiano e ne rivaluta parti importanti, pur mantenendo sempre un atteggiamento molto critico verso la teoria del valore. Questo fa sì che il premio Nobel mancato sia osteggiato non solo dagli economisti liberali di impostazione neoclassica, ma dai marxisti stessi. Quello che a Joan piace di Marx è «la necessità di pensare non in termini di equilibrio, ma facendo i conti con la storia», alleggerendo la triste scienza da tutte le sue cifre ed astrazioni e avvicinando i grandi eventi della storia alla vita quotidiana.

Nel 1951 scrive la prefazione al libro di Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, titolo che sceglierà anche per un suo libro del 1956.

Dalla morte di Keynes entra a far parte di quella schiera composita di economisti che prenderanno il nome di postkeynesiani, ma si batterà con tutte le sue forze contro i “ Keynesiani bastardi” della Cambridge statunitense, che vogliono ricondurre Keynes nell’alveo neoclassico, facendone venire meno il potenziale rivoluzionario e svuotandolo di tutta la sua forza innovatrice, pericolosa per il sistema liberale.

Nei suoi libri degli anni ’60 Joan proverà a dimostrare che la teoria neoclassica della distribuzione del reddito (che spiega salari e profitti come contributo dei fattori lavoro e capitale alla produzione) è funzionale all’ideologia liberale dominante e che molti scritti degli economisti sono fortemente inficiati da preconcetti ideologici.

Robinson cercherà per tutta la vita di fare una seconda rivoluzione keynesiana, cercando un’alternativa più utile nella tradizione classica, ripresa da Sraffa, che va da Ricardo a Marx, ripulita dalle astrazioni  marshalliane e arricchita dall’analisi della domanda effettiva di Keynes e Kalecki, come avrà occasione di scrivere (Joan Robinson, la ribelle razionale).

Nel 1965, lo stesso anno in cui il marito si ritira dall’incarico di professore, diventa finalmente  full professor e fellow del Girton College. Già da molto tempo, però, è chiamata semplicemente Mrs Robinson ed anche un po’ temuta per il suo rigore intellettuale e il suo antiperbenismo.

Dagli anni ’70 in poi continua ad insegnare, a battersi contro i “Keynesiani bastardi”, a cercare di conciliare tutta la conoscenza appresa in tanti anni di studio, cogliendo il meglio da ogni economista. Tra i suoi studenti troviamo Amartya Sen e Joseph Stiglitz, che diventeranno (loro sì) premi Nobel per l’Economia, rispettivamente nel 1998 e nel 2001 e che rappresenteranno eccezioni nel panorama, quasi tutto neoclassico, imperante in questa sezione dei Nobel. Non casualmente, sia Sen che Stiglitz sono economisti sui generis, poco matematici e con una forte impronta morale e d’azione.

Solo nel 1979 Joan Robinson diventa la prima donna nominata honorary fellow al King’s College.
Eccentrica nel vestire, con abiti portati dalla Cina e dall’India, vegana, intenditrice di whisky, insofferente alla guida dell’auto, ma viaggiatrice indomita sia nei Paesi del mondo sviluppato, che in quelli in via di sviluppo, consulente del Partito Laburista, donna di pensiero e di azione, assolutamente libera nel linguaggio e irriverente, antiperbenista ed «immorale nel significato keynesiano del termine»(Ranchetti, Quando Mrs Robinson mi invitò per un tè e per parlare di concorrenza imperfetta), dagli anni Sessanta partecipa attivamente a seminari e corsi nelle università statunitensi in rivolta. Accetta volentieri ed instancabilmente, con grande generosità,  di discutere con gli studenti nelle Università di diversi Paesi anche in età molto avanzata.

Morirà a 80 anni, in seguito alle complicazioni di un colpo apoplettico, il 3 agosto del 1983.

In un suo libro, pubblicato postumo, significativamente intitolato Pulizie di primavera, lascia il suo testamento morale, quello di una donna ribelle dallo spirito libero, che suggerisce i danni del monopolio nel sistema economico e le sue relazioni pericolose con la stagnazione. Nella scienza economica bisogna “fare pulizia” di una serie di convinzioni e affermazioni sbagliate.

I riconoscimenti alla sua opera sono stati pochi e il Nobel, che sarebbe stato strameritato, non arriverà mai.

Assar Lindbeck, un economista svedese che è tra coloro che selezionano i candidati fra cui verrà scelto il vincitore, dichiarerà che le ragioni del mancato riconoscimento a questa gigante dell’economia risiedono nello spirito critico di Joan e nel timore che l’eccentrica studiosa potrebbe usare la notorietà mediatica acquisita con il prestigioso premio per criticare l’economia mainstream (The Legacy of Joan Robinson, Barkley Rosser, in Economist’s view).

A noi resta un’eredità preziosa, non solo quella dei suoi innumerevoli scritti. La vita intensa e culturalmente vivace di Joan ci insegna ad allenare le nostre ragazze e i nostri ragazzi a dissentire, a non radicalizzarsi in posizioni preconcette, a cambiare idea quando è necessario, insomma a «trovarsi belle come una mente libera» (Martha Nussbaum).

Anche per questo ci piacerebbe assomigliarle.

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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