Un piccolo passo per due donne, un grande balzo per la società

Dopo lunghe attese e false partenze, la prima passeggiata spaziale tutta al femminile ha avuto luogo il 18 Ottobre 2019. Le protagoniste dell’impresa, Christina Koch, alla sua quarta spacewalk, e Jessica Meir, alla sua prima, hanno sostituito un modulo carica batterie difettoso e altre componenti all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), durante un’escursione durata in tutto 7 ore e 17 minuti.
È stata la passeggiata n. 221 dedicata all’assemblaggio e alla manutenzione della ISS e, appunto, la prima di sole donne.
L’ufficio comunicazione della Nasa nel mese di marzo 2019, dimostrando una eccessiva precipitazione, aveva strombazzato ai quattro venti che nel giro di pochi giorni avrebbe avuto luogo la prima passeggiata spaziale tutta in rosa. Salvo accorgersi subito dopo che non si potevano avere a disposizione le giuste combinazioni di tute spaziali in tempi utili. Torneremo più avanti su questo punto. 
Occorre dire che l’importanza di questa passeggiata non risiede tanto nell’operazione in sé che, per quanto complessa, non rappresenta certo una novità in quanto operazioni simili sono già state effettuate diverse volte in precedenza anche da donne. La vera notizia è che si è finalmente abbandonato lo stereotipo che il supervisore doveva essere sempre un maschio, un vero e proprio chaperon. Stereotipo, intendiamoci, non codificato in alcun documento o procedura, ma che il retropensiero dei pianificatori delle missioni faceva in modo che venisse sempre messo in pratica.

Le protagoniste

Foto 1 Christina Koch e Jessica Meir - NASA credit
Christina Koch (a sinistra) e Jessica Meir (a destra) – NASA credit

 Christina Hammock Koch, 40 anni, vanta una laurea e un Master in ingegneria elettronica e una laurea in Fisica. Attualmente sta compiendo a bordo della ISS la sua prima missione spaziale come membro delle expedition 59, 60, 61, quest’ultima sotto il comando del nostro Luca Parmitano, per una durata prevista fino al febbraio 2020.
La normale routine degli avvicendamenti degli equipaggi della ISS fa sì che un astronauta sia membro di due spedizioni consecutive per una durata totale di circa sei mesi, con il ricambio della metà dell’equipaggio ogni tre mesi. La inusuale terza spedizione della Koch le consentirà di stabilire il nuovo record femminile di permanenza nello spazio per un totale di 328 giorni.
Prima di diventare astronauta, la Koch ha lavorato alla NASA come ingegnere elettronico per lo sviluppo di strumentazione scientifica dedicata a studi di cosmologia e astrofisica, e vanta anche una missione di un anno in Antartide per ricerche oceaniche.
La Koch fu selezionata nel giugno 2013, assieme a Jessica Meir, ad altre 2 donne e a 4 uomini, tra i 6300 candidati del 21° gruppo aspiranti astronauti. Per la prima volta le donne e gli uomini scelti risultarono in pari numero. Il suo percorso di addestramento, oltre a farle acquisire padronanza dei sistemi di lancio e della ISS includeva “passeggiate spaziali”, robotica, pilotaggio di caccia T38, addestramento fisico e corsi di sopravvivenza estrema in acqua e nella natura selvaggia. Nel 2018 venne infine assegnata alla sua prima missione, quella in corso.
Ha ricevuto dalla NASA diversi riconoscimenti ufficiali per lo sviluppo di vari strumenti scientifici che stanno attualmente volando a bordo di diverse sonde spaziali per lo studio di Giove e dei raggi X cosmici.
Jessica U. Meir, 42 anni, possiede una laurea in biologia, un dottorato in biologia marina ed un Master in scienze spaziali. È alla sua prima missione come membro dell’attuale spedizione 61 e della prossima, la 62. Prima di diventare astronauta ha svolto ricerche di fisiologia umana in condizioni di microgravità per la Lockheed Martin su committenza della NASA. Ha partecipato inoltre a una missione di quattro giorni come acquanauta nel laboratorio subacqueo NEEMO dell’ente spaziale statunitense. In questo laboratorio subacqueo, posto a 19 metri di profondità nelle acque della Florida, i membri sono completamente isolati e devono compiere attività e ricerche come se fossero a bordo di una stazione spaziale.
Nelle sue ricerche scientifiche la Meir si è occupata di fisiologia dei mammiferi marini e di uccelli in condizioni estreme, studiando in particolare gli effetti della carenza di ossigeno sui pinguini imperatore dell’Antartide, sugli elefanti marini del nord della California e sulle oche indiane.
Nel 2012 è stata anche Assistente Medica presso l’Harvard Medical School/Massachusetts General Hospital.
Selezionata dalla NASA nel 2013, ha ricevuto un addestramento del tutto simile a quello della Koch ed è stata responsabile a terra della comunicazione per diverse missioni in orbita oltre che per due passeggiate spaziali.
Nel 2016 la Meir ha partecipato a una missione CAVES dell’Agenzia Spaziale Europea in Sardegna, nel corso della quale per circa due settimane i membri, in completo isolamento dentro una caverna, hanno sperimentato le condizioni di stress psichico che avrebbero incontrato nello spazio.
Meir vanta numerosi riconoscimenti accademici e professionali, sia della NASA che della Lockheed Martin.
Da questi succinti profili si evince l’altissimo livello delle due protagoniste – come è logico che sia per assegnazioni a missioni spaziali – completamente indistinguibile da quello dei colleghi maschi con analoghe competenze. Sia l’addestramento tecnico professionale che quello psico-fisico in condizioni estreme e in situazioni di emergenza sono gli stessi per le donne e per gli uomini.

La passeggiata spaziale

Il termine “passeggiata spaziale” (tradotto letteralmente dall’inglese spacewalk) suona un po’ bizzarro in quanto non si tratta affatto di una passeggiata, neanche in senso figurato. Il termine più adatto è quello usato dalla NASA: Extra-Vehicular Activity (EVA, attività extra-veicolare), che consiste a seconda dei casi in operazioni di manutenzione o di installazione di apparecchiature nel vuoto esterno. Se una missione spaziale, per quanto rischiosa, è una esperienza emotiva e professionale di impatto elevatissimo, impareggiabile, destinata a lasciare tracce profonde ed indelebili in tutti coloro che l’hanno vissuta, una passeggiata spaziale coinvolge e sconvolge ad un livello ancora più forte. Per avere un’idea, occorre immaginarsi sospesi nel vuoto, viaggiando alla velocità di 28.000 km/h a 400km di altezza, con la Terra che si muove sotto, circondati dall’assoluta notte spaziale, da un sole accecante, da migliaia e migliaia di stelle e da una Via Lattea mozzafiato. Se non fosse per la fune di sicurezza, si fluttuerebbe in totale libertà e si diventerebbe un vero e proprio satellite del nostro pianeta. Un’esperienza sicuramente inadatta a chi soffre di vertigini. Da quel punto di vista straordinario e privilegiato come non venire travolti dalla bellezza della Terra e dalla quasi violenta consapevolezza di quanto fragile, piccola e insignificante essa sia in confronto all’Universo? Questa è la considerazione che tutti gli astronauti indistintamente riportano.
Last but not least, in mezzo a questa tempesta emotiva, l’astronauta deve eseguire un serratissimo programma di lavoro. Non si tratta certo di un’esperienza comune. Per ogni astronauta rappresenta un traguardo professionale e personale e tutti vi si preparano. Chiusi dentro alle loro speciali tute, gli astronauti devono lavorare in condizioni estreme. Ogni 45 minuti circa si passa dal pieno sole sfavillante, con temperature oltre +120°, alla nerissima notte spaziale, con temperature inferiori a -100°, e viceversa. La tuta quindi deve garantire sia il raffreddamento che il riscaldamento in tempi rapidissimi, per non parlare di tutte le altre funzioni vitali come la respirazione, l’eliminazione dell’anidride carbonica, il contenimento della traspirazione, la protezione dai raggi cosmici, le funzioni corporali, oltre naturalmente alla comunicazione.
Vera astronave “su misura”, la tuta, a causa della sua semi-rigidità dovuta ai numerosi strati, limita comunque fortemente i movimenti ed è sempre legata, per ovvie ragioni di sicurezza, alla stazione spaziale tramite una fune di acciaio. A queste condizioni si aggiunge il fatto che l’assenza di peso rende difficile qualsiasi operazione, anche la più banale come allentare una vite. Con le mani dentro ai guantoni spaziali astronauti ed astronaute devono utilizzare una moltitudine di attrezzi, sovradimensionati rispetto alle versioni terrestri. Un cacciavite può essere grande quasi come un trapano. Infine, una EVA può durare normalmente fino a otto ore, a seconda dei casi e degli eventuali imprevisti, sempre in agguato. E di solito dopo questa esperienza estenuante è necessario un giorno di riposo.

Foto 2 Christina Koch in azione. Notare l’armamentario di utensili alla cintura - Nasa credit
Christina Koch in azione. Notare l’armamento di utensili alla cintura – NASA credit

In tutto ciò risiedeva il preconcetto che le EVA fossero cose da uomini. Assai stupidamente, in quanto la forza fisica non vale praticamente nulla in assenza di gravità. Per esempio, la tuta pesa circa 145kg sulla Terra, ma in assenza di peso è come se equivalesse a 15kg, che diventano zero a corpo fermo. In realtà le uniche caratteristiche necessarie e sufficienti per essere qualificati per le EVA sono preparazione, competenza, tenacia, autocontrollo e coraggio: nulla che possa essere etichettato come maschile o femminile. Le EVA sono rischiose e di regola vengono compiute solo quando è strettamente necessario. Devono essere meticolosamente preparate sia come approntamento delle tute sia come revisione del programma di lavoro e delle procedure da adottare una volta nello spazio. Non è concepibile alcun margine d’improvvisazione.
Nessun astronauta è mai morto o rimasto ferito nel corso di una EVA, ma ci si è andati vicino diverse volte: solo per citare alcuni esempi, il primo incidente risale al 1965, quando il cosmonauta sovietico Alexei Leonov, recentemente scomparso, al termine della prima pionieristica storica EVA, riuscì a malapena a rientrare nella navicella perché la sua tuta si era gonfiata come un pallone; un altro episodio vide coinvolto Luca Parmitano, che nel corso della sua prima missione sulla ISS del 2013 dovette interrompere quasi subito la sua seconda EVA perché il casco aveva iniziato a riempirsi d’acqua. Riuscì a mantenersi calmo e a rientrare nella stazione, ma ancora pochi minuti e sarebbe morto annegato.
A bordo della ISS parecchi giorni sono dedicati alla preparazione delle tute, che devono essere collaudate integralmente prima dell’escursione. Inoltre, mentre l’aria all’interno della ISS è simile a quella terrestre a livello del mare, la tuta fornisce ossigeno puro ad una pressione circa 3 volte più bassa e l’astronauta deve passarci dentro 4 ore di preparazione respiratoria per evitare embolie, sia prima che dopo l’EVA, come accade nelle immersioni subacquee. Per questi motivi e per rispettare i programmi di lavoro, nel marzo 2019 non fu possibile approntare le tute per le due donne designate, Christina Koch e Anne McClain, perché risultò che non ci sarebbe stato un “torso” riconfigurabile in tempi utili per la McClain. Tenendo conto dell’aumento di statura che si verifica durante la missione, la McClain poteva indossare sia una medium che una large, ma, forte dell’esperienza avuta nella sua EVA precedente, optò per la maggiore comodità di una medium, che però non era stata preparata. I tempi necessari per realizzarla erano incompatibili con i programmi di lavoro e, malgrado il precedente annuncio della NASA, fu McClain stessa a rinunciare all’impresa e a richiedere un cambio di equipaggio. La professionista prese il sopravvento. Effettuerà un’altra EVA nell’occasione successiva.

Il tappo

Queste famose tute per le passeggiate spaziali sono parzialmente modulari e si compongono di una parte inferiore (gambe e bacino) e una superiore (torso, braccia, testa). Tali “moduli” sono attualmente disponibili a bordo della ISS in due misure, medium e large, e devono essere preparati e assemblati correttamente in funzione della taglia dell’astronauta e delle varie necessità corporee. In particolare, il “torso” contiene tutti i sistemi di supporto vitale e deve essere in grado di garantire non solo la sopravvivenza ma anche il miglior comfort possibile alla persona che vi alloggia, altrimenti diventa quasi impossibile lavorare in esterno, con il rischio di compromettere il successo della missione, peraltro mai garantito, essendo gli imprevisti all’ordine del giorno. Qui risiede il primo ostacolo alla parità di genere: sebbene la NASA possa produrre moduli di diverse taglie, per motivi puramente di bilancio le “small” sono state dismesse negli anni ‘90. Senza le small, perdurando lo stato attuale delle cose, circa un terzo delle astronaute è tagliato fuori in partenza e non potrà quindi effettuare una spacewalk. Le statistiche ci dicono qualcosa: dall’inizio dell’era spaziale fino ad oggi 562 persone sono andate nello spazio, tra cui 64 donne equivalenti all’11% (le statistiche variano leggermente a seconda delle fonti e di alcuni criteri, ma stiamo parlando di decimali). Di questi 562 astronauti, 227 hanno effettuato almeno una spacewalk, ma fra di loro si contano solo 15 donne, il 6,6%. Come già anticipato, sulla ISS ci sono volute 220 passeggiate prima di vederne una di sole donne. Semplici calcoli indicano che mentre 44 astronauti maschi su 100 (quindi il 44%) effettueranno sicuramente una attività extraveicolare, la partecipazione femminile si ferma al 21%, e questo a causa sia della mancanza di taglie small sia del ritardo culturale che non considera le donne all’altezza del difficile compito. Ben diverso sarebbe lo scenario se l’effettivo in forza fosse composto in ugual misura da donne e da uomini: è qui che risiede il vero tappo.
Anche se la NASA appare oggi più matura da questo punto di vista, fino al 1978 gli astronauti USA erano selezionati esclusivamente tra i piloti militari, con qualche rara eccezione, trattandosi comunque sempre al 100% di maschi americani bianchi.
I movimenti per i diritti civili che scossero la nazione nel corso degli anni ‘70 posero fine alle discriminazioni di razza e di genere a tutti i livelli dell’amministrazione pubblica.
E fu così che nel 1978 vennero selezionate le prime 6 donne astronaute USA, insieme ai primi afroamericani e ispanici. Fra queste vi era Sally Ride, la prima astronauta USA a volare nel 1983.
Contrariamente a una convinzione diffusa, in Unione Sovietica/Russia le cose non vanno meglio, anzi. A tutt’oggi le cosmonaute (come le definiscono localmente) su un totale di 123 partecipanti a missioni spaziali dai tempi di Gagarin (1961) sono solo 4, come dire il 3%. 
Dopo l’exploit propagandistico di Valentina Tereshkova, prima donna in orbita nel 1963, dovettero passare ben 19 anni prima di vedere un’altra russa volare. Si trattava di Svetlana Savitskaya (1982), la quale nel corso di un’intervista nel 1995 raccontò di avere incontrato atteggiamenti sessisti da parte dei compagni di equipaggio maschi: Valentin Lebedev, uno dei due cosmonauti già a bordo della stazione Salyut 7, la accolse con un grembiule dicendole di “mettersi al lavoro”. Ovviamente Svetlana fu in grado di stabilire subito una relazione professionale e operativa con loro. Nel 1984 la Savitskaya fu anche la prima donna ad andare in orbita per la seconda volta e ad effettuare una passeggiata spaziale.
Anche la statunitense Sally Ride dovette passare attraverso lo scetticismo e la derisione strisciante in vista della sua prima missione del 1983: durante le conferenze stampa con i media americani le venivano poste domande del tipo “Il volo spaziale avrà conseguenze sui suoi organi riproduttivi? “ e “Lei piange quando le cose vanno male sul lavoro?”. Con dignitosa fermezza professionale la Ride rispondeva che lei si vedeva in un solo modo, come astronauta. 
Sempre in ambito americano, si distinse particolarmente Eileen Collins, veterana di 4 missioni spaziali, la prima donna a pilotare uno Space Shuttle e la prima ad essere comandante di missione. In particolare nell’ultimo suo volo durante la missione STS-114 del 2005 fu la prima in assoluto a far ruotare lo shuttle di 360° per ispezionarne l’integrità, manovra mai compiuta in precedenza.
In ambito europeo le cose non vanno meglio: ad oggi hanno volato nello spazio 46 cittadini europei tra cui solo 3 donne (il 6,5%), e fra coloro che sono tuttora servizio si annovera soltanto Samantha Cristoforetti.
Migliore è la statistica cinese: su un totale di 11 taikonauti si contano 2 donne, il 18%, ma i numeri sono ancora troppo bassi per essere significativi.
Una particolare citazione meritano coloro che morirono in missione (non nelle passeggiate spaziali): ad oggi si contano 20 caduti “sul lavoro”, il 3,5% del totale, a conferma della pericolosità di questa professione. Tra questi vi sono 4 donne (tutte americane tra cui una d’origine indiana) che rappresentano il 20%, un tributo molto alto se rapportato alla bassa percentuale di astronaute. 
Fra le vittime una menzione speciale va a Christa McAuliffe, insegnante e prima astronauta non professionista, deceduta nel gennaio 1986 assieme ad altri sei compagni di equipaggio tra i quali un’altra donna, Judith Resnik, quando lo Space Shuttle Challenger esplose poco dopo il decollo: in base alla sua missione avrebbe dovuto tenere lezioni dallo spazio a studenti delle scuole americane, al fine di divulgare la passione per le discipline tecniche e scientifiche in particolare tra la popolazione studentesca femminile. Dopo questo episodio luttuoso la Nasa non ha più utilizzato astronauti non professionisti.
Fin dagli albori dell’era spaziale e almeno fino alla fine degli anni ‘80, erano in molti a ritenere che la fisiologia femminile fosse incompatibile con l’ambiente spaziale. 
In assenza di peso i fluidi corporei non hanno una direzione privilegiata: il cuore, ad esempio, lavora diversamente perché non deve vincere la forza di gravità e di conseguenza è inevitabile il rigonfiamento delle parti superiori, del collo, del viso; un fenomeno opposto si verifica agli arti inferiori. Per la prolungata mancanza di sforzo fisico la muscolatura tende a ridursi e lo scheletro si indebolisce, con effetti simili al restare a letto per 6 mesi. Non a caso tali problemi fanno dello spazio l’ambiente ideale per lo studio dell’osteoporosi. Per tutti questi motivi gli astronauti devono passare obbligatoriamente almeno 2 ore al giorno a fare esercizi ginnici. Inoltre tutti sperimentano un aumento di statura, in media 1 cm al mese. Sono effetti reversibili e una volta a terra in poco tempo il corpo torna come prima. E comunque tutto ciò riguarda in ugual misura sia maschi che femmine.
Quello che si riteneva un limite insuperabile era il ciclo mestruale: se i fluidi non vanno più spontaneamente verso il basso, che succede al ciclo? Beh, nella sorpresa generale, i fatti hanno dimostrato che il ciclo continua a funzionare normalmente, in barba all’assenza di peso!
Un altro effetto che era ritenuto molto limitante per le donne, e che la dice lunga in materia di discriminazione, è l’esposizione alle radiazioni cosmiche una volta in orbita: pur essendo soggette nella stessa misura dei colleghi maschi, la preoccupazione per loro non era tanto la temuta maggior incidenza di tumori, ma la compromissione del loro sistema riproduttivo! 
Al ritorno a terra sarebbero certo rimaste donne ma il quesito era: sarebbero rimaste potenziali madri?
In definitiva, quindi, anche nello spazio le donne devono confrontarsi con le stesse discriminazioni di genere di tutti gli altri settori sociali. Nessuna meraviglia. Ma con una grossa differenza: qui si tratta di una frontiera estrema delle capacità umane nella quale le donne hanno dimostrato sul campo di essere sicuramente alla pari dei loro colleghi maschi. È una vetrina di eccezionale importanza sociale.
In questo senso, il titolo di questo articolo vuole parafrasare la famosissima dichiarazione di Neil Armstrong quando posò il primo piede umano sul suolo lunare il 20 luglio 1969. Persino l’attuale amministratore della NASA, Jim Bridenstine, tipico funzionario dell’Amministrazione Trump, politico di professione senza particolari competenze scientifiche né esperienze nel settore spaziale, negazionista del riscaldamento globale, ha ufficialmente dichiarato che il prossimo cittadino americano a mettere piede sulla Luna sarà una donna, nell’ambito della missione Artemis-3 prevista per il 2024.
Ogni promessa è debito, ma staremo a vedere.

In copertina: Selfie di Christina Koch (a destra) e di Jessica Meir durante la preparazione delle tute – NASA credit

 

Articolo di Ovidio Scarpulla

OVIDIO SCARPULLA 400x400.jpgDedito all’astronomia, con passione per le letture scientifiche e per la matematica, osservando i tristi riti in atto sulla Terra, mi rivolgo con speranza allo studio del più ampio Universo. I miei miti sono le grandi menti che, nel rispetto dell’ambiente e degli esseri umani, hanno aperto nuove vie, oltrepassando le barriere preconcette.

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