A Torino da Natalia

Via Morgari 11, Torino. Ore 17.30.
Scorro rapidamente con lo sguardo i tanti nomi sul citofono. Eccolo: Levi-Ginzburg.
“Quarto piano!”
Dal pianerottolo sotto l’ultima rampa di scale intravedo la sua figura che mi aspetta sulla soglia, appoggiata con la schiena allo stipite della porta.
“Entra pure, accomodati. Ho già messo su il caffè.”
Chiude il portone alle mie spalle e a me sembra quasi di incontrare l’autrice insieme al suo personaggio prediletto. D’altronde questa casa è la vera protagonista di “Lessico famigliare”: queste pareti hanno assistito alla storia dei Levi e hanno origliato i più straordinari incontri tra gli intellettuali della Torino antifascista.

“Scusa il disordine… Oggi non ho avuto tempo di sistemare, sono andata a tagliarmi i capelli. Se mi vedesse mio padre gli prenderebbe un colpo!”
“Ma che dice?! Sta benissimo!”
“Mi è bastato vedere la reazione che ha avuto quando mia madre è tornata a casa con i capelli corti… Una tragedia greca, mi creda! Mio padre era un uomo d’altri tempi, un professore molto rispettato, inserito nel circolo degli intellettuali di Torino, ma era anche un grande despota all’interno della famiglia. Aveva le sue manie e pilotava tutti noi in base alle sue innumerevoli fissazioni.”

“E perché si arrabbiò così tanto quando sua madre si tagliò i capelli?”
“Perché lo vedeva come un segno di emancipazione, come una rottura con la tradizione. Quest’odio per i capelli corti cominciò a diffondersi nel primo ventennio del Novecento, quando le donne cominciarono a liberarsi dalla prigione dei corsetti, delle sottane e, per alcune, anche dei capelli lunghi. La pretesa di gestire liberamente i propri corpi suscitava nelle famiglie delle vere e proprie tragedie, così è stato anche nella mia.”

“Eppure, dal romanzo non emerge la figura di sua madre come di un personaggio particolarmente eversivo, o sbaglio?”
“Non sbaglia: lungi da mia madre Livia essere una donna ribelle. Si è fatta dirigere a bacchetta da mio padre tutta la vita, assecondando ogni sua singola volontà, ma allo stesso tempo, come tutte le donne della sua età, aveva anche lei cominciato a respirare quelle ventate d’aria nuova che venivano dall’Europa.”

“Le donne dei suoi romanzi sembrano accomunate da una profonda infelicità, da cosa deriva?”
“Deriva dal fatto che la maggior parte delle mie protagoniste si senta in trappola. Sono donne che vivono un profondo senso di oppressione e che tentano continuamente di fuggire, o meglio di sfuggire all’amore, alla famiglia o a volte anche a sé stesse. Dall’altra parte però ho dato grande spazio anche all’insoddisfazione maschile, perché credo fermamente che la società patriarcale mieta le sue vittime anche tra gli uomini. È per questo che la lotta per l’emancipazione femminile non dovrebbe tagliarli fuori, ma piuttosto coinvolgerli. A mio parere non deve trasformarsi in una guerra tra sessi.”

“Ho notato, leggendo “Lessico famigliare”, che tra tutti i grandi personaggi che figurano nel romanzo, la grande assente è forse proprio lei stessa. È effettivamente così o si tratta di una mia impressione?”
“In realtà hai ragione. La premessa a quel romanzo è che non si tratta della mia storia, ma della storia della mia famiglia. Il personaggio di Natalia è preponderante solo in quanto io-narrante, ma sono senza dubbio altri i libri in cui ho dato spazio alla mia sfera emotiva. Anche perché, diciamocelo chiaramente, ho passato un’infanzia in cui mi è stata preclusa qualsiasi possibilità di socializzazione, sono stata una bambina profondamente sola. L’essere tenuta così riguardata ha generato l’assimilazione della mia intera esistenza alla mia famiglia e a queste mura, ho imparato sin da piccola a convivere con un profondo senso di vuoto.”

E così, seguita dall’eco della sua solitudine, varco lo stesso portone che chissà quante volte hanno aperto Einaudi, Calvino, Morante e Pavese, prima che Torino mi riscagli in faccia il suo asettico gelo invernale.

-.-.-.

NATALIA GINZBURG: nata da Giuseppe Levi e Lidia Tanzi a Palermo nel 1916, trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Torino, in un ambiente intellettuale ed antifascista.
Una vita costellata di profonde tragedie personali, compresa la morte di entrambi i coniugi (Leone Ginzburg nel 1944 e Gabriele Baldini nel 1969), che non riusciranno però a fermare la grande produzione letteraria di Natalia. Tra le sue opere più amate dai lettori troviamo “La strada che va in città”, “Lessico Famigliare” e “La famiglia Manzoni”.
Si impegnò in politica a partire dagli anni ’70, tanto da essere eletta al Parlamento nelle liste del Pci nel 1983.
Morì a Roma nel 1991.

 

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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