Lalla Romano, se bastasse una fotografia

A volte ci chiediamo cosa ci definisca. Tentiamo di comporre un elenco di parole che ci permettano di spiegare agli altri, e a noi stessi, chi realmente siamo. Tuttavia, fra le cose che ci definiscono potremmo far rientrare ciò che non abbiamo mai avuto o ciò che abbiamo perso e vorremmo riavere. La nostalgia, in quest’ultimo caso, è l’emozione che ci riporta indietro nel tempo e nello spazio, che ci permette di rivivere un ricordo (non di rado carico di significati altri rispetto a quando si verificò l’evento), di riportarlo alla mente e di perdercisi. E i ricordi non sono altro che istanti, frammenti di esistenza che, per un motivo o per un altro, rimangono impressi nell’archivio della nostra mente.
Quando, nella prima metà dell’Ottocento, la fotografia iniziò a diffondersi, molte persone intuirono l’importanza di questo straordinario strumento, capace di catturare un istante, di produrre un’immagine di vita impressa su un supporto. Tuttavia, non mancarono gli oppositori. Molti vedevano un non so che di oscuro in questa innovazione, alcuni arrivarono a disprezzarla pubblicamente, la Chiesa stessa invitò i fedeli a tenere le distanze dalla “demoniaca” strumentazione. Il dibattito si insinuò con prepotenza anche in ambito letterario. Molti autori e autrici la sostennero apertamente, altrettante e altrettanti coloro che la additarono come “il male dei mali” (salvo poi correre dal miglior ritrattista affinché restasse un loro ritratto per i posteri).
In Italia le sperimentazioni furono minoritarie e non di rado stroncate dalla critica. Fra queste una riscosse particolare interesse: quella portata avanti da Lalla (Graziella) Romano. Infatti, la scrittrice e poeta italiana ideò e realizzò ben tre volumi fotografici: Lettura di un’immagine (1975), Romanzo di figure (1986) e Nuovo romanzo di figure (1997). Le tre opere, nonostante l’importante lasso di tempo dall’una all’altra, sono connesse: ognuna rappresenta lo sviluppo della precedente, la sistematizzazione. Chiaro, fin dalle prime pagine, è l’uso predominante dell’immagine rispetto al testo. Ma la cosa più importante è che le fotografie che si susseguono sono realizzate dal padre dell’autrice: Roberto Romano. Grazie alle preziose didascalie (che accompagnano le immagini) è possibile ricostruire un mondo piuttosto vasto, una storia di famiglia molto più articolata di quanto si possa immaginare in un primo momento. Nello scorrere delle pagine ci si ritrova intrappolati in un processo di progressiva eroicizzazione del padre, figura tanto amata e tanto mancante all’autrice. Ampio spazio viene riservato anche alla madre, angelica ed evanescente. Le didascalie accompagnano con discrezione, permettendoci di muoverci con maggiore facilità nel testo, come cartellini esplicativi di un’opera d’arte.
Ultimate le letture, può capitare di rimanere con un dubbio. Il lettore potrebbe chiedersi se possa bastare una fotografia, se un insieme di foto sia sufficiente per ricostruire un ricordo. Forse è così, ma la probabilità di rimanerne intrappolati è sempre dietro l’angolo. I ricordi sono ricordi, possono guidarci, confortarci, sostenerci ma non possono e non devono diventare un’àncora.

 

Articolo di Ettore Calzati Fiorenza

gJaZLDNROssessionato dalla comunicazione, sostenitore della scienza e dell’importanza del dubbio perché, in fondo, quasi nulla di cui ci crediamo certi è effettivamente tale. Tra i miei interessi principali rientrano anche la letteratura, le arti figurative e la musica. “Le parole sono tutto quello che abbiamo” e per questo faccio del mio meglio per mantenere quelle date, usque ad finem.

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