La prima strage fascista in Italia. L’eccidio al Teatro Gaffurio di Lodi

«Alla vigilia delle elezioni, erano andati giù a Lodi da Milano in una sessantina su tre camion militari. La solita banda: ufficiali dell’esercito in divisa, Arditi, futuristi, fascisti. Avrebbero dovuto parlare Mussolini e Baseggio ma si era deciso che era meglio non rischiare. Tre giorni prima, a Lodi, in quello stesso teatro, i militanti socialisti avevano impedito il comizio del candidato fascista. Appena arrivati sulla piazza, Arpinati e gli altri fascisti di scorta avevano capito subito che anche quella sera si sarebbe dovuto combattere per poter parlare. Il Teatro Gaffurio era sbarrato e presidiato da una folla di un migliaio di “rossi” decisi a impedire anche quel comizio. La sproporzione numerica era di uno a dieci ma questo ai ragazzi di Arpinati, armati fino ai denti, non era mai parso un buon argomento».
I fatti e i personaggi del romanzo documentario M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati «non sono frutto della fantasia dell’autore»: Baseggio è Cristoforo Baseggio, maggiore degli Arditi e ispiratore della Compagnia della Morte; Arpinati è Leandro Arpinati, dirigente del fascio bolognese e futuro sottosegretario (con funzioni di ministro) agli Interni, arrestato e tradotto nel carcere di Lodi con altri squadristi presunti responsabili dell’eccidio al teatro Gaffurio, che il 13 novembre 1919 è costato la vita a tre simpatizzanti del Partito socialista. Un episodio poco noto, marginalizzato nell’ambito della storia nazionale, che tuttavia già presenta tutte le caratteristiche della violenza fascista: premeditata, rivendicata con arroganza, impunita. Un episodio menzionato nel recente volume di Mimmo Franzinelli Fascismo anno zero – dedicato al 1919, anno della nascita dei Fasci italiani di combattimento – e sul quale fa ora piena luce lo storico Ercole Ongaro, in base all’analisi di documenti inediti nell’Archivio di Stato di Milano e all’accurato censimento della stampa locale (
“Il Cittadino”, “Il Corriere dell’Adda) e nazionale (L’Avanti”, “Il Popolo d’Italia).
Il 13 novembre 1919 la Grande Guerra è conclusa da un anno, lo scenario politico italiano è in evoluzione, la conflittualità politica e la lotta sociale assumono connotati aggressivi e brutali, in un generale clima di sfiducia nella democrazia: «dopo ogni guerra – scrive Ongaro – il tasso di violenza nella società è più elevato, perché la massa fa presto l’abitudine alla violenza e alla morte». Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini ha fondato i Fasci italiani di combattimento, un movimento che si definisce «libero e spregiudicato», dal programma confuso e contraddittorio, che aggrega – come ben nota Scurati – reduci e scontenti con il mito della «vittoria mutilata», futuristi cantori della guerra «sola igiene del mondo», appartenenti ai reparti di assalto degli Arditi (è degli Arditi la bandiera nera su cui risalta il teschio con il pugnale tra i denti alle spalle della scrivania di Mussolini, nella redazione del «Popolo d’Italia»); ma anche uomini che avevano militato nelle file del socialismo e dell’anarchismo, nonché facinorosi inclini alla violenza e delinquenti comuni. Il 15 aprile, a Milano, è avvenuta la spedizione punitiva fascista alla sede dell’«Avanti», che è costata la morte di un assalitore e di due socialisti, oltre alla distruzione di arredi e macchinari e all’incendio dello stabile, ridotto a una rovina fumante.
La violenza, teorizzata tanto dai socialisti che dai fascisti (con la differenza che questi ultimi la esercitano), connota la campagna elettorale che, in autunno, porta alle elezioni politiche del 16 novembre 1919: dopo una legislatura lunga sei anni in ragione della guerra in atto, gli italiani, con suffragio universale maschile, sono chiamati a votare il rinnovo del Parlamento. Comizi e manifestazioni elettorali dei diversi partiti politici richiamano non soltanto simpatizzanti e sostenitori, ma anche denigratori e avversari; la prassi è impedire al ‘nemico’ di parlare, intimidendolo e sopraffacendolo con grida di disapprovazione, insulti e minacce, canzoni della propria parte: così, in più occasioni, agiscono i socialisti, che preconizzano l’avvento della rivoluzione proletaria in Italia, senza tuttavia minimamente prepararla. I fascisti, invece, si organizzano, si inquadrano militarmente, si armano: alzano, letteralmente, il tiro ad altezza d’uomo.
«Tocca ai fascisti, agli arditi, ai volontari di guerra: tocca ai cittadini tutti che non sono indegni della qualifica di cittadino, spezzare il giogo di questa violenza. Compito duro ed ingrato, ma necessario. Bisogna assolverlo a qualunque costo, con qualunque mezzo» scrive Benito Mussolini su «Il Popolo d’Italia» il 2 novembre 1919; e ancora, il 5 novembre: «I Fasci di combattimento, insieme con gli Arditi e i Volontari di guerra, sono decisi a non subire violenze, sono decisi, se qualcuno sognasse di sabotare i nostri comizi, a sabotargli la pelle con argomenti ultra-persuasivi e già sperimentati. Alla discussione, la discussione; alla violenza, doppia violenza».
La promessa è mantenuta. Domenica 9 novembre, alle 21, è in programma al teatro Gaffurio un comizio organizzato dal comitato lodigiano dei Fasci di combattimento: gli oratori Enzo Ferrari e Camillo Bianchi – riferisce il sottoprefetto – «non poterono parlare per le interruzioni rumorose e frequenti dei socialisti locali capeggiati da rappresentanti di questo partito»; «un gruppo di bolscevichi, racimolati nei bassifondi lodigiani e abbondantemente ubriachi» scrive invece invece
“Il Popolo d’Italia.

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Il recupero del comizio fascista avviene giovedì 13 novembre: Enzo Ferrari giunge a Lodi scortato da cinquanta – sessanta fascisti armati (a fronte delle diverse centinaia di socialisti convenuti al Gaffurio), che all’interno del teatro al grido di Arditi, a noi! iniziano a sparare. Ecco la cronaca della serata che il settimanale locale Il Cittadino pubblica il 22 novembre e che trova conferma nelle relazioni di Prefettura e Carabinieri: «I socialisti locali compatti si trovarono giovedì scorso in teatro: l’apparire dell’avv. Enzo Ferrari, suscitò un vero pandemonio: urla, fischi, giornali e foglietti buttati in platea, oggetti che volano sul palcoscenico, poi colpi di rivoltella. Un panico prese la folla che voleva porsi in salvo e, mentre prima si credeva che i colpi fossero a salve, poco dopo corse la voce che un individuo era morto e vari feriti. Purtroppo la voce veniva confermata: l’operaio Tarenzi Michele d’anni 27 rimase morto, mentre furono trasportati all’ospedale in gravi condizioni gli operai Cattaneo Vittorio d’anni 25, Sarina Felice [muratore] di anni 24 e Bertolotti Giovanni d’anni 41. I primi due feriti morirono nei giorni seguenti per la gravità delle ferite. Altri 6 feriti in modo meno grave vennero ricoverati all’Ospedale e soccorsi dalla Croce Verde. Il Teatro venne subito occupato dalla truppa e gli ‘arditi’ vennero arrestati e tradotti in carcere».
Gli incarcerati non sono comprimari: tra di loro, nota Franzinelli, vi sono «il dirigente del fascismo di Bologna Leandro Arpinati (futuro ministro, sarà ucciso dai partigiani il 22 aprile 1945), lo squadrista bolognese Arconovaldo Bonacorsi (nella guerra di Spagna acquisterà fama di massacratore di prigionieri), il veronese Italo Bresciani (diverrà gerarca e spia dell’Ovra), il futurista milanese Luigi Freddi (nel regime, direttore generale della cinematografia), lo squadrista sedicenne Mario Carità (durante la Rsi capeggerà una squadra di torturatori; sarà ucciso il 18 maggio 1945 da militari statunitensi); il diciassettenne bresciano Asvero
Gravelli (futuro sottocapo della Guardia Nazionale Repubblicana della Rsi), l’ex ardito Aldo Pomati (organizzatore della Resistenza in provincia di Varese, passerà ai fascisti e sarà fucilato dai partigiani in Valdossola)». Nel penitenziario non rimangono a lungo: sono tutti rilasciati tra il dicembre 1919 e il febbraio 1920; la sera del 22 febbraio, di ritorno a Milano, in treno, gli squadristi rimessi in libertà cantano una ballata nella quale rivendicano la violenza omicida e al tempo stesso minacciano gli avversari socialisti: «Pussisti di Milano, / attenti, che diluvio! / Ritornano da Lodi / i fascisti del Gaffurio!». Il processo per l’eccidio (tre morti e otto feriti) è celebrato a Varese nel 1922: dei nove imputati, tre sono condannati a sei mesi di reclusione, cinque – in considerazione della giovane età – a cinque mesi, uno è assolto per insufficienza di prove.
Alle elezioni del 16 novembre 1919, i Fasci italiani di combattimento registrano un fiasco clamoroso: della lista fascista non è eletto neppure un deputato. Due giorni dopo, Mussolini è arrestato per possesso illegale d’armi (sulla scrivania nella redazione del
Popolo d’Italia fanno bella mostra di sé bombe a mano e revolver), ma la sua detenzione dura appena cinque ore: è liberato per ordine del presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Politicamente è dato per morto. Non lo è. Meno di tre anni più tardi, all’indomani della marcia su Roma (28 ottobre 1922), Benito Mussolini riceve dal re Vittorio Emanuele III l’incarico di formare il nuovo governo.

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Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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