Quel giovedì che avrebbe cambiato il mondo: il crollo del Muro di Berlino

«We can be heroes, just for one day», cantava David Bowie, incitando alla rivoluzione dell’amore e ispirandosi ai due ragazzi che si stavano baciando sul Muro di Berlino e che lui aveva visto dagli Hansa Studios. E per un giorno furono davvero tutti eroi nella roccaforte del comunismo ortodosso, Berlino Est: era il 9 novembre del 1989 e gli Ossis oltrepassavano il Muro di Berlino.
La notizia arrivò a noi benestanti occidentali come un fulmine a ciel sereno. Nonostante i tentativi del segretario del Pcus Michail
Gorbačëv di trasformare dal di dentro con la sua perestrojka il pachidermico sistema sovietico e di arrivare ad una glasnost’ che ne riducesse la corruzione e la burocrazia, nonostante la politica di distensione da lui realizzata insieme a Reagan,  era ormai radicata in quelle/i di noi che erano nati/e nel secondo dopoguerra la convinzione che il mondo, dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, fosse caratterizzato da un equilibrio bipolare, fondato sulla corsa agli armamenti, anche nucleari, e che i protagonisti di questo equilibrio del terrore fossero gli Stati Uniti, da un lato, con la loro ideologia liberal-capitalistica, e l’Urss dall’altro, con la sua ideologia comunista e collettivistica. Questo avevamo appreso nelle università, questo insegnavamo ai nostri studenti nelle scuole,  questo leggevamo nei libri, sia di storia che di spionaggio, questi ultimi ricchi di trame che avevano come sfondo la Guerra Fredda e i rapporti tra le due Germanie e che ispiravano molti registi a realizzare pellicole intriganti, pieni di doppi e tripligiochisti e spie.
Il colpo che abbatté quella che Churchill aveva battezzato “cortina di ferro” fu talmente violento e secco da suscitare la sindrome dell’”arto fantasma”(Lucio Caracciolo, Limes, A Est di Berlino, 2009): la sensazione che l’arto amputato ci sia ancora, dopo essere stato reciso, anche  trent’anni dopo.
Il Muro, lungo circa 156 chilometri, alto più di tre metri e mezzo e largo un metro e mezzo, era stato costruito nel 1961 per volontà di Chruš
čev e Ulbricht, segretario del Partito Comunista della Germania Est. Doveva essere un presidio antifascista e aveva lo scopo principale di impedire la fuga di lavoratori e professionisti nella Germania dell’Ovest, enclave capitalistica e liberale ai confini con i Paesi del Patto di Varsavia. Inizialmente realizzato con il filo spinato, fu poi perfezionato, dapprima con prefabbricati di cemento e pietra, poi con la cosiddetta “striscia della morte”,  un vero e proprio secondo muro. Fu poi reso quasi impenetrabile con cemento armato rinforzato,  recinzioni, fossato anticarro e 302 torri di guardia su cui erano appostati i cecchini. La Vopos, la polizia del popolo, aveva con sé cani addestrati, a cui veniva dato da mangiare ogni due giorni, affinché  dessero la caccia ai fuggitivi, correndo ed abbaiando. Molte erano state le persone uccise nel tentativo di fuga. Qualche avvisaglia della crisi dei sistemi filosovietici, in realtà, c’era già stata: la politica anticomunista del Papa polacco, la formazione di Solidarność in Polonia negli anni Ottanta e, nell’agosto del 1989, la caduta del governo comunista polacco di Rakowski, seguita, nell’ottobre dello stesso anno, dalla cacciata dall’Ungheria del comunista Grosz. E anche a Praga, una manifestazione che inneggiava a Dubček, stava preparando la rivolta popolare contro il comunismo.

Foto 1 muro

Nella Ddr, come ricorda nel suo bel libro, Anime prigioniere, Ezio Mauro, molte persone partivano sui treni della libertà con una sola valigia verso Praga, le Trabant parcheggiate con le chiavi inserite, per scappare da una situazione insostenibile. La massa dei rifugiati cresceva a vista d’occhio, a fine anno l’esodo avrebbe potuto raggiungere le 200mila persone. Honecker, Presidente della Ddr e Segretario del Partito dovette, a malincuore, capitolare e consentì che i fuggiaschi potessero andare nella Germania dell’Ovest, ma a patto di riattraversare la Ddr, per essere esposti alla popolazione come traditori e rinnegati. Fu il suo errore più grande. I vagoni blindati attraversavano la Sassonia e la Turingia e nelle stazioni si affollavano persone per sostenere i dissidenti, che gettavano marchi orientali e documenti della Germania comunista dai finestrini. Quei treni della libertà furono la premessa per un’organizzazione strutturata della protesta, che fino allora non era stata possibile, anche per il controllo pervasivo della Stasi. Si formarono gruppi di opposizione, tra cui il Democratscher Aufbruch, cui si sarebbe iscritta, a metà ottobre, anche una donna di trentacinque anni, Angela Merkel.
Ai primi di ottobre c’era stata a Lipsia una manifestazione cui avevano partecipato circa 250mila persone, quando normalmente nella Ddr non si vedevano che poche decine di persone a protestare. Honecker si era dimesso il 18 ottobre, con un comunicato letto in modo meccanico alla Sed e allo stato maggiore del Partito,  dopo che alla parata militare blindata dalla Stasi, a cui aveva partecipato anche Gorba
čev, un drappello di duemila persone si era insinuato per protestare ed era stato poi disperso. La Ddr era allo stremo, sia economicamente che finanziariamente, sull’orlo della bancarotta. Il cambiamento delle persone all’interno del Partito, avvenuto con Krenz , vicino a Gorbačev, alla segreteria, non sarebbe bastato. Il comunismo era imploso su se stesso. Chi se ne era già accorto era la Stasi, infiltrata nella popolazione, sicché prima del crollo del Muro Mielke, che ne era stato il fondatore e Ministro, ordinò all’organizzazione di sicurezza e spionaggio della Ddr di distruggere tutti i documenti più delicati e pericolosi per la Stasi, perché avrebbero potuto essere usati come indizi di colpevolezza.                                           Ma la notizia della caduta del Muro ci colse ugualmente impreparati/e, anche per come avvenne.  Il 4 novembre a Berlino c’era stata un’altra grande manifestazione antigovernativa di circa un milione di persone, con la testa del corteo che riempiva Alexanderplatz. Il governo della Ddr era come imbambolato di fronte a questa protesta e alla notizia che le fughe all’Ovest erano ormai un’emorragia inarrestabile, perché si poteva andare all’Ovest passando dall’Ungheria, cioè dall’Est. I politici della Ddr, che non avevano mai visto di buon occhio il riformatore Gorbačev, erano ancora fermamente convinti che il sistema più giusto fosse quello comunista, ma non potevano contare più sull’appoggio di un’Urss in piena crisi,  che di lì a poco avrebbe seguito la sorte della Ddr, tradendo il sogno dell’uomo della perestrojka con un colpo di Stato.      

foto 2 muro

Il Comitato centrale del Partito comunista, per interrompere il grande esodo verso Ovest, il 9 novembre eliminò i divieti esistenti fino a quel momento per espatriare: ai cittadini fu consentito andare all’estero senza presentare una domanda con le motivazioni. È interessante raccontare come l’apertura delle frontiere fu probabilmente il frutto di un errore, della concitazione in un momento di estrema confusione e del coraggio di quattro giornalisti, tra cui un italiano. Proviamo a raccontarla.
È organizzata una conferenza stampa in diretta televisiva per diffondere i risultati del Politburo. Schabowski, funzionario della Sed, Partito di Unità Socialista di Germania, va in sala stampa per illustrare questo provvedimento ai giornalisti, ma non gli hanno spiegato i dettagli. Tutti i cittadini dell’Est potranno andare all’estero senza bisogno di un visto – riferisce – con il semplice documento di identità. Anche a Berlino Ovest? Anche a Berlino Ovest. Alla conferenza stampa, c’è un giornalista italiano, Ehrman, dell’Ansa, che incalza Schabowski e gli chiede: «Da quando?». Schabowski rilegge più volte il comunicato, non ci sono date e risponde “ad sofort”, “da subito”. Ehrman si precipita al telefono e dà la notizia. «Il muro di Berlino è crollato». Effetto di quella dichiarazione, in diretta, sarà un fiume di persone che si precipitano in strada. Alle venti il canale tedesco occidentale che si sente anche a Berlino Est annuncia: «La Ddr ha aperto le frontiere».      A noi sarà data la grande opportunità di vedere in televisione una massa di persone davanti al muro, con la Vopos inerme di fronte a questa fiumana incontrollabile.  Di lì a poco, col benestare di Harald Jager, vice comandante del valico di frontiera della Bornholmer Strasse, lasciato solo e senza istruzioni da un regime allo sbando, “gli eroi per un giorno” scavalcheranno e oltrepasseranno il muro, baceranno la terra, piangeranno, si abbracceranno, balleranno, si incontreranno con i tedeschi dell’Ovest, che li inviteranno a casa, offriranno loro da bere, porteranno cibo. I dissidenti si mescoleranno alla folla, le Trabant gireranno per le strade occidentali in un tripudio di libertà riconquistata o per la prima volta conosciuta. Nei giorni successivi i giovani saliranno sul muro e si comincerà a picconarlo e a portarne via dei souvenir. Nel frattempo, continuerà il lavoro di distruzione dei documenti riservati da parte della Stasi, che sta facendo sparire le prove dei vecchi assassinii dei dissidenti, perpetrati prima con la ghigliottina e poi con un colpo alla nuca, senza mai restituire i corpi alle famiglie, eliminando le prove dei pedinamenti e i nomi degli informatori.                              Resterà nella memoria la magica atmosfera di Berlino Ovest, il 10 novembre, nella sua strada più elegante, dove  migliaia di coppie e famiglie, con bambini e zaini in spalla, e la cartina della città nelle mani, sono come ipnotizzate davanti alle vetrine di scarpe, mutande, calze, blue jeans, libri, reggiseni; cercano le banane che non si trovano più nella Ddr, comprano i formaggi e il caffè, leggono i giornali occidentali, prendono “i soldi del saluto”, i cento marchi del Benvenuto ad Ovest, guardano le auto eleganti occidentali, rapiti da tanto benessere materiale. Passerà poco tempo e i Berlinesi saranno eroi ancora per un giorno: il 15 gennaio del 1990 assalteranno il covo enorme della polizia segreta a Berlino Est, entreranno nelle segrete stanze, anche in quelle degli interrogatori dove ai dissidenti era ordinato di tenere le mani sotto le cosce fino al momento della confessione, salveranno gli archivi e conserveranno le carte, le registrazioni, le schedature e i filmati che saranno oggetto del lavoro certosino di trentuno archivisti di Norimberga per ricostruire il lavoro del Grande Fratello della Stasi. Ezio Mauro, in Anime prigioniere, riferisce che per completare tutto il lavoro ci vorranno circa 372 anni.                                    A posteriori, devo confessare che la nostra fu un’interpretazione molto “romantica” di quell’avvenimento e che per un po’ di tempo cademmo nella trappola di pensare che fosse giunta “la fine della storia” e che ovunque si sarebbero affermati i diritti umani, la democrazia, lo Stato sociale, un capitalismo ben temperato, come quello portato avanti dagli Stati Europei che, con la politica funzionalista e gradualista,  stavano costruendo pian piano quella che sarebbe diventata, da Comunità Europea,  nel 1992, Unione Europea, in cui tutti credevamo. Non avevamo capito che quell’evento sarebbe stato l’inizio di una storia diversa, un vero e proprio punto di non ritorno: la riunificazione rapidissima delle due Germanie, aiutata finanziariamente anche dalla vendita all’asta a miliardari americani di 16 tonnellate di pezzi di muro al Grand Hotel Metropole di Montecarlo, l’effetto domino per cui in tutti i Paesi satelliti di Mosca sarebbero caduti i regimi comunisti, il risorgere all’Est dei nazionalismi identitari, anche razzisti, che fino a quel momento erano stati soffocati con la violenza da Mosca, la rivincita dell’ex Est come promessa, più che di democrazia e libertà, di prosperità e ricchezza, anche a spese del vicino più povero, con l’appoggio inimmaginabile degli Stati Uniti, più che dei fratelli europei occidentali, gli scontri e le guerre sanguinarie nei Balcani, la dissoluzione dell’Urss e la creazione di nuovi Stati e Staterelli.  Più tardi, la ricostruzione della Grande Russia e i suoi conflitti con Georgia ed Ucraina, fino all’invasione della Crimea; il ripiegamento degli Stati Uniti, gendarme del mondo, su sé stessi, il crollo delle ideologie e l’apertura degli archivi dell’Urss, l’allargamento dell’Unione Europea ad alcuni Stati dell’Est, attratti più dal carrello della spesa che dai diritti umani e dalla democrazia, il multipolarismo nelle relazioni internazionali, l’emergere dei Brics e dei Mint, il ruolo fondamentale della Cina nelle relazioni internazionali,  il variegato mondo degli Stati africani e, dopo il 2001, l’emergere di un nuovo Impero del Male per gli Stati democratici e capitalisti,  il terrorismo islamico, contro cui gli Usa avrebbero intrapreso una vera e propria crociata, dalle conseguenze inimmaginabili.                                                                     La fine della Guerra fredda non ha rappresentato quello che noi prevedevamo: la fine delle guerre per interposto Stato tra le due Superpotenze,  il trionfo della democrazia e la vittoria del capitalismo. L’Unione Europea, in cui allora riponevamo tante speranze, gigante economico e nano politico, oggi è solo in grado di sanzionare con politiche di austerity i Paesi che non hanno i conti in ordine ma è del tutto incapace di reagire di fronte ai nuovi Muri costruiti nei Paesi dell’Est che ne fanno parte, per non parlare della sua assoluta irrilevanza nello scacchiere internazionale come Unione di Stati. E paradossalmente i partiti sovranisti dell’Est hanno contagiato le democrazie dell’Ovest, facendovi sorgere movimenti e partiti xenofobi, razzisti e sovranisti,  che ottengono grande consenso popolare. E, per ironia della sorte, frammenti di muro veri o falsi, sono finiti sulle bancarelle. Oggi permane ancora una certa rivalità tra tra Ossis e Wessis. Gli Ossis sono spesso guardati con sufficienza dai Wessis, e hanno il sospetto di essere stati “comperati” dall’Ovest, rimpiangono gli asili infantili, i grandi magazzini con prodotti meno attraenti ma a basso prezzo, i ritmi di lavoro non troppo competitivi e sicuramente meno stressanti. Si parla a questo proposito di  “ostalgia” per il passato, la sindrome dell’arto amputato che ricordava Caracciolo.                                                                                  Del capitalismo, che spesso si è sviluppato a scapito della democrazia, abbiamo cominciato a vedere molti difetti: la crescita incontrollata e divoratrice di risorse naturali, l’aumento delle disuguaglianze, l’inganno della teoria della concorrenza perfetta che avrebbe portato alla migliore allocazione delle risorse, lo strapotere oligopolistico delle multinazionali, l’annullamento delle conquiste dei diritti dei lavoratori, il trionfo dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia.                                   Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato la geografia umana delle nostre città: la prima grande epopea di migranti portò nell’agosto del 1991 moltissime persone albanesi in Italia su una nave che è entrata nell’immaginario collettivo come la nave dei disperati. Da allora è sempre più frequente sentire parlare persone con accento dell’Est per strada al telefono, avere persone dell’Est nelle nostre classi e nelle cattive cooperative che eludono i diritti dei lavoratori, richiedere badanti russe, moldave, ucraine, come aiuto prezioso per la cura  dei nostri e delle nostre anziane. La concorrenza dei lavoratori dell’Est, fuori e dentro l’Italia, è purtroppo vista come dumping sociale ed acuisce forme di razzismo e rivalità tra lavoratori.

Foto 3 MURO

Restando nel nostro Paese, il crollo del Muro ha portato ad un ripensamento del nome di uno dei più forti Partiti Comunisti dell’Europa Occidentale, il Partito Comunista italiano, che lo ha più volte cambiato, subito dopo il crollo del Muro, e ha fatto sparire dal suo simbolo non solo il termine Comunista, ma anche la falce e martello ed oggi si chiama Partito Democratico. Il cambiamento del nome avrebbe dovuto essere prodromico al Governo delle sinistre in Italia, che non ci fu, ma questa è un’altra storia.
Una cosa buona per l’Italia però c’è stata, grazie al crollo del Muro di Berlino: nel Paese della democrazia bloccata, che durante la Guerra fredda applicava la conventio ad excludendum nei confronti del Partito Comunista italiano, le inchieste dei magistrati sulla corruzione e l’illegalità dei partiti al potere hanno avuto finalmente seguito. Come racconta bene Gherardo Colombo nel suo libro Lettera a un figlio su Mani Pulite: «Prima della caduta del muro di Berlino, il blocco di potere che teneva in scacco lo Stato era estremamente solido e coeso. Non è necessario pensare alla malafede delle persone. Era “naturale, normale” che in certi cassetti non si potesse andare a guardare. E allora succedeva che quei cassetti, in un modo o in un altro, nessuno riuscisse ad aprirli, o, se aperti, venissero immediatamente richiusi. Diventava impossibile proseguire certe indagini, come quelle sulla P2 e molte altre. Ma con la caduta del Muro, e quindi con la dissoluzione del sistema che vedeva il mondo diviso in due blocchi in conflitto tra loro in cui tutto sembrava potersi giustificare, il potere è disorientato. E allora non funzionano più le contromosse che ne avevano fino ad allora impedito lo svelamento. Passa qualche anno, si arriva al 1992 e, nella periferia milanese, una finestra si apre: è arrivata l’opportunità di svelare ciò che per tanti anni era stato solo intravisto, ma era rimasto impenetrabile” come il Muro di Berlino fino al 9 novembre 1989». E da quel momento la geografia partitica italiana cambierà per sempre, con grande difficoltà per chi dovrà raccontare ai/alle giovani la storia costituzionale d’Italia dal 1948 ad oggi, parlare di Destra e Sinistra, di uguaglianza e libertà, di sistemi economici capitalistici e collettivistici, di strategia della tensione in un Paese che per troppo tempo è stato “a sovranità limitata.”

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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