Virginia Tonelli, bruciata viva nella Risiera di San Sabba

Il 18 maggio 2019 viene scoperta la lapide in memoria di Virginia Tonelli (13 novembre 1903 – 29 settembre 1944), Medaglia d’oro al valor militare, alla Risiera di San Sabba, a Trieste, proprio nel luogo in cui è stata gettata ancora viva nel forno crematorio. Arrestata il 18 settembre 1944 e rinchiusa nel carcere del Coroneo, è torturata per dieci giorni senza che si riesca a estorcerle informazioni e poi portata alla Risiera di San Sabba.

Foto 1. Risiera San Sabba. 600x300
Lapide in Risiera San Sabba

 Nel suo paese, Castelnovo del Friuli, in provincia di Pordenone, una lapide la ricorda con queste parole del poeta friulano Tito Maniacco:
«In memoria di coloro che non piegarono / e di Virginia Tonelli “Luisa” / che quando la terra era sotto il piede nazista e fascista / oscura parlò, convinse, lottò. / Catturata trasformò in silenzio l’odio del popolo / e in silenzio morì alla Risiera di San Sabba. / O tu che passi per il tuo pacifico lavoro / ricordati di ricordare».
Sono versi che in qualche modo riecheggiano quanto, secondo le testimonianze, Virginia Tonelli era solita ripetere alle compagne: «Non dovremo mai più dimenticare quanti uomini e donne del popolo sono caduti e quanti ancora cadranno in questa grande lotta in corso. Mai dimenticare»!
La storia che porta questa donna umile a diventare una rivoluzionaria di professione e una figura importante dell’antifascismo e della Resistenza comunista, e quindi a essere trucidata alla Risiera comincia nel 1903 a Castelnovo del Friuli, quando nasce in una famiglia povera e numerosa, la cui situazione economica diviene disperata nel 1915, alla morte del padre, causata dal tifo secondo alcune fonti, da un infortunio sul lavoro secondo altre. La dodicenne Virginia inizia a lavorare come apprendista sarta, oltre a fare lavori saltuari, come lavare i panni sporchi delle famiglie più benestanti e andare a servizio nelle case. Nel dopoguerra svolge contemporaneamente l’attività di sarta a domicilio e di assistente del medico condotto locale, e poi lavora stagionalmente a Venezia come vigilatrice d’infanzia all’Ospedale del Mare al Lido e come guardarobiera in un albergo, fino alla fine degli anni Venti, quando rientra al paese per assistere il fidanzato ammalato, entrando in contatto con la rete comunista, molto forte a Castelnuovo. Il paese è piccolo, ha poco più di 3000 abitanti, ma vanta la presenza di un nutrito gruppo di antifascisti; in dieci combattono nelle Brigate internazionali durante la Guerra civile spagnola e in due vi perdono la vita, mentre altri giovani, compagni d’infanzia di Virginia, sono arrestati per attività sediziosa e processati nel 1934 dal Tribunale speciale. Dopo la morte del fidanzato, la donna, di salute gracile – ha un solo rene – ma di forte volontà, emigra in Francia nel febbraio 1934; a Tolone vive in un appartamentino e lavora come donna di servizio. Si sposa con un emigrante veneto, Pietro Zampollo, attivo come lei nella solidarietà agli esuli politici, ma la loro convivenza è presto interrotta perché nel 1937 lui va a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, viene ferito, estradato in Italia e imprigionato. Il piccolo appartamento di Virginia diventa il punto di contatto del Partito comunista italiano e della solidarietà con i repubblicani spagnoli, prima durante la guerra e poi nei campi di concentramento francesi dopo la sconfitta, un posto sicuro di transito per i dirigenti che vanno in Spagna o rientrano clandestinamente in Italia e ospita, tra gli altri, Giorgio Amendola, Emilio Sereni, Giuseppe Dozza, Giancarlo Pajetta.
All’inizio della Seconda guerra mondiale Virginia Tonelli lascia il lavoro e si dedica a tempo pieno all’organizzazione della lotta antifascista e nel 1942 il partito le ordina di rientrare in Italia. Il 14 giugno 1943 promuove e guida una manifestazione di donne per protestare contro la mancata consegna delle tessere annonarie, senza le quali i poveri non possono mangiare, viene arrestata e incarcerata a Pordenone e solo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, le evita il processo. Entra nella Resistenza, assumendo un importante ruolo di collegamento tra i reparti in montagna e le organizzazioni antifasciste in pianura, compie spesso viaggi rischiosi e, per riuscire a farli, a quarant’anni impara a andare in bicicletta. Con il nome di battaglia di “Luisa” diventa staffetta del comando della brigata Garibaldi-Friuli e, dal marzo 1944, come Regina Franceschino, è inviata ad Udine per curare le relazioni con il movimento antifascista triestino, fino al suo arresto il 18 settembre del 1944. La sua morte è atroce, la sua vita esemplare e per questo va ricordata, come va ricordato l’unico campo di sterminio in territorio italiano, la Risiera di San Sabba, situata in un quartiere periferico di Trieste e costituita da una serie di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, utilizzata prima come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dai Tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e successivamente, a partire dalla fine di ottobre dello stesso anno, come luogo di smistamento dei deportati in Germania ed in Polonia, deposito e smistamento dei beni razziati, e per la detenzione ed eliminazione di partigiani, detenuti politici ed ebrei. I prigionieri vi arrivano dalle carceri o in seguito alla cattura in rastrellamenti anti-partigiani effettuati a Trieste, in Veneto e in Slovenia. Al centro si trova inizialmente un essiccatoio, adattato a locale per le eliminazioni mediante gas di scarico di autofurgoni e autocarri. Al suo interno la SS Erwin Lambert fa successivamente costruire il forno crematorio con la canna fumaria collegata alla precedente ciminiera. La nuova struttura è “collaudata” il 4 aprile 1944, con la cremazione di settanta cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina. Non sempre i prigionieri, vittime di diversi tipi di esecuzione – strangolamento, gassazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca o fucilazione – muoiono immediatamente e vi è chi è bruciato vivo, le sue grida coperte dal fragore di motori, latrati di cani appositamente aizzati, o musiche. Durante la detenzione i prigionieri sono impiegati nei laboratori di sartoria e calzoleria; nel complesso sono presenti camerate per le SS e diciassette minuscole celle. In ogni cella vengono stipati fino a sei prigionieri e le porte e le pareti sono ricoperte di graffiti e scritte, di cui resta testimonianza solo nei diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez, che le ha con cura trascritte. Le prime due celle sono adibite alla tortura e alla spoliazione dei prigionieri di ogni loro avere. Vi sono inoltre, in un edificio a quattro piani, camerate per gli ebrei e i prigionieri civili e militari, anche donne e bambini, destinati alla deportazione in Germania nei campi di Dachau, Auschwitz, Mauthausen. Nella notte fra il 29 ed il 30 aprile del ’45 l’edificio del forno crematorio e la ciminiera sono fatti saltare con la dinamite dai nazisti in fuga per eliminare le prove dei loro crimini. In Risiera l’Einsatzkommando Reihnard trucida, fra triestini, sloveni, croati, friulani, istriani ed ebrei, più di 5000 internati e ve ne transitano all’incirca 25.000, tra ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. Liberata dai partigiani jugoslavi, occupata nel dopoguerra dalle truppe alleate, adibita a campo profughi, e poi lasciata in stato d’abbandono, la Risiera viene dichiarata monumento nazionale nel 1965 e nel 1975, dopo la ristrutturazione, diviene Civico Museo della Risiera di San Sabba, mantenendo inalterate la cella della morte e le 17 celle di detenzione. È l’unico campo di sterminio in territorio italiano, ma non l’unico campo di internamento fascista. E anche questo va ricordato. Sono almeno 135 i campi di cui è stata trovata traccia ma, oltre a essere stati rimossi dalla storia, sono stati distrutti fisicamente e solo in pochissimi vi è oggi una lapide a ricordare le sofferenze e la morte di migliaia di persone. I primi campi sono creati dal fascismo per internare i cittadini degli Stati considerati nemici, ma ben presto cominciano ad essere usati per ebrei, zingari, omosessuali, dissidenti, slavi delle zone occupate. Subito dopo la formazione della Repubblica sociale, nel 1943 vengono costituite la Adriatisches Küstenland (Zona del Litorale Adriatico), comprendente  le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e che si estende fino a Lubiana, in Jugoslavia, e la Alpenvorland (Zona delle Prealpi), comprendente le province di Trento, Bolzano e Belluno. Entrambe le zone, situate nei territori duramente conquistati dall’Italia con la Prima guerra mondiale, sono sotto diretta amministrazione tedesca, militare e civile. In queste aree e in quelle controllate dalla Repubblica di Salò vengono istituiti diversi campi. Quello di Fossoli, in provincia di Modena, nato inizialmente come campo per prigionieri di guerra, diviene campo di internamento e transito verso i lager dell’Europa centro-orientale dal quale, dal febbraio alla fine di luglio del 1944, partono 2445 ebrei, tra cui Primo Levi, e 2480 prigionieri politici; dal 1° agosto, in seguito all’avanzata delle truppe alleate, viene trasferito a Gries, in provincia di Bolzano. La sua principale destinazione è quella di campo di transito, ma anche a Gries vengono torturate e uccise persone. Allo smantellamento del campo ne viene distrutta la documentazione e ora non ne resta che una piccola lapide nel luogo in cui sorgeva. Il campo di Fossoli non viene invece distrutto e, dopo la guerra, prima vi vengono internati pochi fascisti della Repubblica sociale e, in seguito, diviene “centro raccolta” per profughi stranieri, in gran parte tedeschi e slavi, che accomuna in una paradossale coabitazione tedeschi che avevano fatto parte delle SS e ebrei in attesa di emigrare in Palestina. Molte donne, considerate dal regime fascista “di dubbia condotta morale e politica”, sono internate nei campi, dislocati tra le Marche (Petriolo, Pollenza e Treia, tutti in provincia di Macerata), il Molise (Casacalenda e Vinchiaturo) e la Campania (Solofra, in provincia di Avellino). Numerosi sono anche i campi di concentramento e deportazione italiani in territorio jugoslavo e albanese, nei quali muoiono 11.600 sloveni e croati. Il più tristemente famoso è quello di Arbe (Rab), nell’omonima isola croata, la Auschwitz dimenticata degli Italiani. È costituito da circa mille tende, ciascuna da sei posti, in cui sono internati soprattutto sloveni e croati accanto a “zingari” ed ebrei, famiglie intere, vecchi, donne, bambini, e ne muoiono circa 1500, per denutrizione, malattie e calamità naturali. Nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 un furioso temporale provoca un’inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Come chiaramente dimostra il tasso di mortalità del 19%, a fronte del 15% di Buchenwald, uno dei maggiori campi nazisti nel quale muoiono circa 56.000 prigionieri, quello di Rab è un campo di sterminio. Anche contro questi orrori ha combattuto Virginia Tonelli, partigiana bruciata viva nella Risiera di San Sabba a Trieste.

Foto 2. Trieste, Risiera di S.Sabba, foto di Roberta Pinelli
La Risiera San Sabba

 

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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