Lia Origoni e i suoi meravigliosi 100 anni

Il 20 ottobre scorso, sull’isola della Maddalena, una grande donna ha compiuto 100 anni; si tratta dell’artista Lia Origoni che fu un personaggio per molti versi straordinario, ma lo è ancora. Pensiamo che sta lavorando a digitalizzare le sue interpretazioni di una intera carriera all’insegna della molteplicità dei talenti. Una deputata sarda è arrivata a chiedere una deroga alla legge per poterle intitolare una via nella sua cittadina  natale. La stampa locale giustamente ha celebrato l’anniversario, sottolineando la sua vivacità, la sua capacità di instillare fiducia, di essere al passo con le tecnologie multimediali e di costituire un modello per le nuove e vecchie generazioni. Non si può attraversare un intero secolo se non si è dotati di uno spirito indomito e luminoso, come ha scritto Vanessa Roggeri su “La nuova Sardegna” (23-10-19). Vale la pena però di saperne di più, uscendo dal ristretto ambito isolano perché Lia, fino agli anni Sessanta del XX secolo, è stata una vera stella nel panorama nazionale, e oltre.
La famiglia paterna era di antiche origini liguri, quella materna di Viareggio, e la vena artistica era già presente: uno zio fu fra i primi interpreti del cinema muto, la sorella sarà una affermata pittrice. Molto dotata fin da bambina e incoraggiata dai genitori, racconta che prima imparò a cantare e poi  a parlare; nel ’36 vinse un concorso per voci nuove e a 18 anni entrò con una borsa di studio al teatro dell’Opera di Roma; debuttò due anni dopo sia nella rivista Quando meno te l’aspetti sia nell’opera lirica (Turandot) perché quello di Lia è un talento naturale per il canto, in tutte le sue declinazioni. Il maestro Tullio Serafin la definì “un campanello” per la varietà e ricchezza dei suoni, che una volta fecero cadere l’intonaco durante le prove a causa delle vibrazioni prodotte. A proposito di primati, fu la prima cantante ad ottenere un contratto all’Eiar, nel 1939, quando la radio era ancora per una ristrettissima élite. 
Nel ’40 ottenne un grande successo in Germania, ma la guerra momentaneamente le impedì di ritornare in patria. Un episodio che ama raccontare è il suo rifiuto di cenare con Goebbels; il potentissimo ministro l’aveva notata a Berlino, al Club degli Artisti, e l’impresario Duisberg fece  da intermediario. Rischiando l’incidente diplomatico, Lia fu irremovibile. «Mi avete scritturato per cantare o per andare a cena al Plaza?» Un documento raro è ancora oggi il calendario 1943 del teatro berlinese La Scala che la vede in copertina, unico ricordo dell’edificio distrutto nei bombardamenti e testimonianza dell’affetto del pubblico tedesco, almeno fino all’8 settembre. Costretta persino allo sciopero della fame, riuscì tramite l’ambasciata a rientrare in modo avventuroso a Roma, poi si trasferì in Toscana, a Monsummano, presso dei parenti, e lavorò alla sede Eiar di Firenze; fu poi sui palcoscenici di Milano e di Venezia e intanto studiava recitazione. Con la famiglia andò a vivere a Rapallo e per un breve periodo fece la soubrette in una rivista con il comico Macario che ne aveva compreso le qualità canore, ma aveva anche apprezzato la sua sfolgorante bellezza. Va segnalato che, a differenza delle colleghe, Lia disegnava personalmente i suoi abiti di scena e quasi sempre li realizzava con l’aiuto della sorella, anticipando quella che in seguito sarebbe stata  la sua nuova professione di stilista. Ma la sua carriera va ben oltre: interpretò Flora nella Traviata per la regia di Strehler, al teatro alla Scala. Scritturata dalla Rai, si dedicò a tutti i generi musicali: il folk, il cabaret, il jazz, la canzone napoletana, i classici d’autore. Ha inventato trasmissioni come Antologia di Canzoni e Scacciapensieri per cui scelse ed eseguì 110 brani diversi. Grazie all’incontro con il maestro Nataletti, studioso di etnografia, che aveva percorso le vie della Sardegna per registrare i canti dei luoghi più sperduti, si avvicinò alla musica tradizionale della sua terra, e questo le sarà utile per ampliare le sue conoscenze musicali ed eseguire celebri brani del cabaret francese dell’Ottocento, ma anche canzoni da ballo spagnole e dell’America latina. Un altro primato le appartiene: è stata Polly nella prima edizione italiana dell’Opera da tre soldi di Brecht per la regia di Anton Giulio Bragaglia, presso il teatro San Carlo di Napoli (1950). Nello stesso anno vinse la Maschera d’argento per il suo impegno in tutti i campi teatrali e l’anno successivo riscosse un grandioso successo con La vedova allegra, prima di partire per una tournée in Egitto. Anche qui la coglierà una guerra e dovrà inventarsi un originale modo per rimpatriare: si fingerà malata al fegato, dopo essersi nutrita per una settimana di uova sode e whisky. La vogliono in Francia dove ottiene clamorosi apprezzamenti di critica e di pubblico e conosce i personaggi più in vista; per non farsi mancare nulla, Lia si cimenta anche nella musica dodecafonica. Nel 1954 è lei a organizzare a Genova il primo festival della canzone francese in Italia; la giuria sarà presieduta da Maurice Chevalier; sarà il debutto come presentatore di Enzo Tortora. Nel 1964 dette  l’addio alle scene con una serie di concerti classici accompagnati da flauto, chitarra, pianoforte. Senza rimpianti e senza essersi formata una famiglia propria – per scelta, andò a vivere a Roma in via del Babuino e iniziò una nuova vita come insegnante di lingua inglese con il metodo Sandwich. Ritornò nella sua isola a metà degli anni Ottanta e ancora oggi abita nella centrale via Garibaldi, circondata da libri, bozzetti, foto; non manca uno studio di registrazione. A ottant’anni infatti ha acquistato il suo primo computer e da allora lavora per “ripulire” le sue vecchie registrazioni che la Rai minacciava di distruggere; su internet ha un sito ed è attiva sui social per cui si possono apprezzare le sue esibizioni come fossero nate ieri: la sua versione di Le foglie morte in Russia è terza negli ascolti solo dopo quelle di Edith Piaf e di Yves Montand. Ma ascoltatela anche in Beguin the beguine di Cole Porter, Cançion mexicana, Nuttata e sentimento, Vecchio frack, Vola vola vola in cui spazia fra i generi e le lingueSalvatore Manca, con un lavoro durato oltre due anni, le ha dedicato un prezioso omaggio, molto più di un documentario dal titolo Lia: Music Non Stop in cui la segue nelle faccende quotidiane, la accompagna per le vie della Maddalena, ne fa ascoltare brani, commenta personalmente e interpreta il suo personaggio con il contributo della danzatrice e coreografa Daniela Tamponi.
Una celebre romanza sintetizza con modestia e gratitudine  il meraviglioso dono di una voce angelica: «Io son l’umile ancella/ del genio Creator/ ei m’offre la favella,/ io la diffondo ai cuor. Mite, gioconda, atroce /mi chiamo Fedeltà;/ un soffio è la mia voce/ che al nuovo dì morrà»; così canta Adriana Lecouvreur, e Lia ne è una degna erede.

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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