Happy Birthday Jukebox!

È di un anno fa la notizia che in provincia di Messina, a Ficarra per l’esattezza, il professore Mauro Cappotto, docente di Storia dell’arte al Liceo, volendo riportare l’attenzione sulla poesia e sulla cultura, anche della Sicilia del ‘900,  ha pensato a un jukebox letterario che al posto delle canzoni declama versi poetici, recitati sia da persone comuni sia da alcuni/e attori e attrici professionisti/e, e anche gratis dato che per farlo funzionare occorre una moneta da 500 lire presente vicino all’apparecchio.
Sono passati centoventinove anni da quando il primo jukebox, un fonografo inventato da Glass e Arnold funzionante a monetine, entra in attività nel Palais Royale Saloon di San Francisco il 23 novembre del 1890 e di certo, con il flipper negli anni Cinquanta del secolo successivo, diventerà il simbolo dell’intrattenimento e dell’animazione nei bar: celebri, per esempio, le scene del telefilm Happy Days nelle quali Fonzie, il bello con atteggiamenti quasi bulli, lo faceva funzionare con bel un pugno secco.
Al suono di un altro tipo di pugni tra il 1930 e il 1960, in verità, si svolse una vera e propria battaglia fra le aziende americane già produttrici di pianoforti automatici vinta dalla Wurlitzer, fondata da un immigrato tedesco, che nel 1936 vendette più di quarantamila jukebox; in seguito la Seeburg e la Rock-Ola entrarono nel mercato con apparecchi con il mobile in legno che consentivano di selezionare un massimo di dodici dischi a 78 giri, disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e suonati; nel 1938 la Seeburg fu la prima a produrre un jukebox decorato con parti di plastica illuminate, modello che spopolò e fu subito copiato dalle altre ditte.
Contribuendo al successo di tutti quei cantanti che in Italia prendevano il nome di urlatori, i jukebox venivano noleggiati e il modello vecchio, rimpiazzato da quello nuovo più accattivante e all’ultimo grido è il caso di dire, passava nei locali meno in voga, poi in quelli di campagna, fino a quando non veniva demolito e recuperato nei suoi pezzi. Nel 1940 un’altra svolta: la forma squadrata della sommità lascia il posto a quella ad arco e da questo momento in poi tutti i nuovi modelli avranno tale forma. Modelli che, però, vedranno una pausa di qualche anno poiché la Seconda guerra mondiale renderà necessario produrre macchinari che avrebbero purtroppo emesso ben altri suoni.
La scatola musicale, che all’inizio permetteva l’ascolto attraverso la serpentina dei suoi stetoscopi soltanto a quattro persone per volta, dopo la Seconda guerra diventerà l’espressione della febbrile voglia di ballare e di divertirsi delle masse e segnerà anche l’evoluzione del disco che dall’essere prodotto in gommalacca, sempre più difficile da importare dai paesi asiatici, sarà realizzato in vinile grazie al quale il disco potrà essere più piccolo: il 45 giri. Da ventiquattro, allora, i dischi tra i quali scegliere diventarono cento, così come ai giorni nostri la compressione algoritmica del formato mp3 consente di ascoltare ore e ore di musica nei piccoli lettori multimediali. Che dire? Dalla musica del jukebox alla lettura, letteraria oltre che multimediale, non abbiamo proprio perso il passo!

 

Articolo di Virginia Mariani

RdlX96rmDocente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

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