Editoriale. A Palermo per l’accoglienza con uno sguardo femminile

Carissime lettrici e carissimi lettori,
siamo a Palermo e con il cuore vicino all’Albania e ai nostri tanti e tante albanesi arrivati sulle nostre coste agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, con le navi stracariche, le prime, dall’Adriatico. Siamo a Palermo per Toponomastica femminile, ci siamo per incontrarci e dialogare tra donne e non solo. Ci siamo per l’ottavo convegno dell’associazione. L’argomento portante è dei più interessanti oggi, tempo di migrazioni per eccellenza. Uno sguardo all’accoglienza e in particolare all’accoglienza di genere. Tema particolare trattato già dal primo giorno (giovedì) che ha messo a confronto, per esempio, due aspetti: delle donne che sono partite (narrate con il testo Camicette bianche, Ester Rizzo) e delle donne che, invece, sono arrivate (raccontate con le storie di immigrazione e di riscatto in Siamo qui. Storie e successi di donne migranti, Giusi Sammartino).
Del convegno se ne parlerà più dettagliatamente la settimana prossima perché ad oggi mancano ancora due giornate di lavoro e di contributi per averne una visione d’insieme. Allora mi sembra buona occasione narrare qui della città ospitante, di Palermo, e della terra che l’accoglie, crocevia di culture, scrigno incredibile di bellezze naturali e presenze straordinarie di arti. Al plurale: sia per gli interventi di multiculturalità che le hanno prodotte, tra arabi, greci, romani, normanni, solo per citarne alcuni, che per il grandioso numero di varietà di prodotti artistici, dall’architettura alla pittura, alla scultura fino alla scrittura, alla musica. C’è da rimanerne come ubriache. E non a caso la Sicilia, compreso il territorio palermitano, oltre alle più famose arance, ai cavolfiori scuri delle terre dell’Etna e ai pachino, i pomodorini dolcissimi che attirano a mangiarne a catena come le ciliegie, è stranota per il vino, il nettare degli dèi, bianco rosso o dolce che non è solo di Pantelleria (il famosissimo zibibbo con il nome di origine araba come tanti nomi appartenenti alla cucina sicula!). Ad assaggiarli tutti, i più buoni, c’è da rimanerne più che ebbri e non solo per il grado di alcool presente. Ne leggerete dei vini di questa fertile terra in un articolo che fa parte del nostro interessantissimo viaggio nel vino e soprattutto nel mondo delle donne che producono il vino che sono tante e che sono presenti, più attive che mai, anche qui, a un passo da Palermo.
Il capoluogo siciliano è stato sempre molto importante per il Mediterraneo, il mare nostrum. Di origine antichissima, lo fondarono i fenici tra il VII e il VI secolo a.C. e la chiamarono Zyz, che in fenicio vuole dire fiore o splendente. I greci invece lo chiamarono Panormos che diventò Panormus per i latini . Andò in mano ai romani (nel 254) e poi ai Vandali (nel 429) per passare a Bisanzio (nel 536) e poi ai Berberi (nell’831) per arrivare quindi ai Normanni la cui presenza è segnata per sempre nel chiaro degli occhi e dei capelli di tanti suoi abitanti a contrastare, in alternativa genetica, i tratti scuri, arabizzanti di altre donne e uomini siculi. Tutte queste sovrapposizioni hanno regalato alla città (e alla Sicilia intera) un patrimonio culturale immenso che lascia storditi. Il palazzo dei Normanni, il teatro Politeama, il palazzo Chiaramonte-Steri, la Cattedrale, San Giovanni degli Eremiti, Santa Maria dell’Ammiraglio, la Cappella Palatina, il Muqamas e poi i mercati di Ballarò, della Vucciria… C’è di che perdere la testa, come con vino e con il cibo! Le avete assaggiate le arancine (contese con Catania dove si appellano al maschile), i cannoli, la pasta condita anche con le sarde e lo zibibbo? Da deliziare il palato!
Sfogliando la rivista di oggi sono tanti anche questa volta gli spunti e i richiami culturali. Si comincia con un anniversario musicale: quaranta anni fa, proprio oggi usciva l’album più noto dei Pink Floyd, The Wall , in cui era esplicitato il concetto del “muro di incomunicabilità tra l’artista e il pubblico”. Abbiamo appena celebrato la caduta del Muro, quel muro reale, non l’unico, ma uno dei tanti, come abbiamo già scritto e come sottolinea l’autrice dell’articolo, che ci informa che i muri interessano oggi ben settantasette Stati. La canzone dice: “Dopo tutto era solo un mattone nel muro… Dopo tutto erano solo mattoni nel muro – incalzano – erano solo mattoni nel muro – ammonendo, in un bisogno di libero pensare – Noi non abbiamo bisogno di istruzione / non abbiamo bisogno di controllo sul pensiero / di oscuro sarcasmo in classe / insegnanti lasciate stare i ragazzi”: un inno alla disobbedienza, ma contro i muri metaforici posti da un certo tipo di società.
Due donne, che seppure in modi molto diversi sono entrate nella Storia, hanno festeggiato il 4 dicembre la loro venuta al mondo. La prima è Marianna de Leyva nata in una nobile famiglia lombarda nel 1575. Marianna  è stata immortalata ed è entrata nella storia della letteratura perché Alessandro Manzoni l’ha messa tra i personaggi dei suoi Promessi sposi come suor Gertrude, la monaca di Monza. Non è l’unico esempio avvenuto in letteratura. Per citarne una fra tutte Anna, la protagonista di Anna Karenina, del russo Lev Tolstoj, la cui storia è ripresa dalla realtà, giudicata negativamente dall’autore, ma che gli sfugge di mano per diventare un simbolo della volontà, seppure come tentativo, di una donna di affrancarsi da una posizione subalterna rispetto agli uomini della sua vita.
L’altra donna (anche di lei leggerete un articolo dedicato) è La Divina, Maria Callas, amata, rifiutata, dialogante con uomini potenti e con menti eccelse, da Onassis a Pasolini, da Visconti a Zeffirelli. E poco ci importa se l’avesse scelta o no lei la data della sua nascita, adattandosela addosso. Comunque il 4 dicembre, il giorno di Santa Barbara, le si addiceva perché la santa era “combattiva e tenace” come lei.
Ritorniamo in Sicilia. A un dramma che costò due morti ammazzati. Ce lo ricorda l’autrice che scrive sulla strage di Avola. Quella strage è stata fatta per sole 300 lire che rivendicavano coloro che lavoravano nelle terre vicino a Siracusa, ma evidentemente dalla parte sbagliata. È diventata cupa quella manifestazione che doveva essere di semplice rimostranza di un’ingiustizia: due chili di bossoli sono stati trovati a terra, sparati in soli 25 minuti.
Era il 2 dicembre 1965, poteva essere una strage.
Ricordiamo anche, con un articolo, Severn Collins Suzuki, la ragazzina che parlò all’Onu “Per favore smettete di distruggerlo – ha implorato parlando di questo mondo – se non sapete come riparare l’universo”. Una voce bambina alla quale si aggiungeranno altre che invocano al mondo degli adulti, dei potenti, la giustizia: da Ikbal a Malala a Greta. Da loro dovremmo imparare.
Si avvicina il Natale e è tempo di regali a bambine e bambini e di film per loro, da vedere insieme in famiglia. Ci piacerebbe immaginare che il fato abbia fatto nascere, come una premonizione del destino, Walter Elias Disney in questo mese, di feste e doni, il 5 dicembre del 1901.  Una personalità controversa e ambigua quella di Disney, ma che sicuramente ha lasciato un grande segno nel mondo del cinema animato e nel cuore di tante ragazzine e ragazzini stimolando la fantasia e, qualche volta, anche il pianto.
Ci piace finire questo editoriale riportando l’ultima parte dell’articolo sul vino, citato all’inizio e dedicato a questa isola dalla quale abbiamo scritto. Ci è sembrato, oltre che bello nella forma, metaforico della vita, didattico, se volete. Le parole sono una citazione di Arianna Occhipinti, la conduttrice di una casa vinicola di Vittoria, vicino a Ragusa: “Il primo gesto che ho imparato facendo vino è stato accettare. Accettare la diversità dei suoli, dell’inclinazione del terreno, dell’altitudine, e l’originalità di un vigneto. Accettare vuol dire rispettare. Rispettare la terra e il suo equilibrio. Rispettare la vigna con i gesti sapienti di un’agricoltura sensibile. Rispettare la fermentazione grazie all’uso di lieviti indigeni. Rispettare il vino come se fosse una persona. Una persona che si porta dietro un mondo, una storia, un’atmosfera”.
Accettare, rispettare e accogliere con gratitudine ciò che è altro e diverso da sé. Questo è l’insegnamento più significativo che potesse consegnarci attraverso i suoi vini: vini che ci ricordano l’importanza di essere e restare umani. Queste sono le virtù femminili, questa è la Sicilia, questo il tema portante del convegno di quest’anno per Toponomastica femminile.
Noi continuiamo (molte e molti che ci leggete da qui) i nostri dialoghi siciliani!
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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