La voce della ragione. L’abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana

«La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori». Così, duecentocinquantacinque anni or sono, Cesare Beccaria: nel 1764 Dei delitti e delle pene fu dato alle stampe a Livorno, anonimo, per sfuggire ai rigori della censura, già ostile al pensiero dell’Illuminismo, allo spirito di libertà e uguaglianza che animava filosofi e riformatori. Neppure due anni dopo la pubblicazione, l’opera fu posta all’Indice dei libri proibiti; ma il 30 novembre 1786 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo, monarca attento alla voce della ragione, abolì formalmente la pena di morte nel proprio Stato (era la prima volta al mondo), ove il testo di Beccaria aveva visto la luce per la prima volta.

FOTO 1. Pietro Leopoldo d’Asburgo
Pietro Leopoldo d’Asburgo

La “Leopoldina”, ovvero la Legge di riforma della legislazione criminale toscana, era stata ispirata dal giurista Pompeo Neri, già responsabile della riforma del catasto milanese promossa da Maria Teresa d’Austria, di cui Pietro Leopoldo era figlio. A dire il vero, l’abolizione non durò a lungo: nel 1790 la pena capitale fu reintrodotta nel Granducato per i cosiddetti crimini eccezionali, ma la via indicata da Cesare Beccaria e dagli illuministi milanesi era ormai tracciata e ben visibile a donne e uomini «saggi».
Dei delitti e delle pene è un trattato che a oltre duecentocinquanta anni di distanza non ha perso in attualità, a disonore del tempo presente. Un tempo nel quale vediamo riproporsi mali antichi: «la pena di morte non è scomparsa, la tortura ha addirittura conosciuto un’orribile rinascita, il disordine legislativo ci avvolge, i giudizi sono eterni – scrive Stefano Rodotà in una bella prefazione all’opera manifesto dell’Illuminismo italiano – l’arbitrio, di nuovo l’arbitrio di poteri prepotenti e incontrollati, sembra avere il sopravvento». In questo scenario, l’appello al diritto di Beccaria e dei suoi compagni milanesi dell’Accademia dei Pugni, che lo coadiuvarono nella stesura dell’opera: tra questi Pietro Verri, autore delle modernissime Osservazioni sulla tortura, e Alessandro Verri, che nel 1763 era “protettore de’ carcerati” di Milano, quasi un garante dei diritti dei detenuti, e che grazie al suo ufficio conosceva assai bene le criticità della giustizia penale e le condizioni inumane dei reclusi.
Giova, dunque, leggere e rileggere Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria: una lettura letteralmente illuminante. Due le parole chiave che immediatamente colpiscono nel compulsare l’opera: «uguaglianza» (sociale) e «felicità» (pubblica). Senza la prima, non si dà la seconda. Il (buon) «diritto», al quale il filosofo e riformatore milanese costantemente fa appello, promuove uguaglianza, e se non rimuove le cause della diseguaglianza, della «disperata necessità» che troppo spesso è all’origine dei delitti, tuttavia garantisce pene che abbiano per fine non la vendetta nei confronti del reo, ma la convivenza sociale, la felicità del più alto numero di persone possibile, senza danno irreparabile per i singoli. Se i cittadini – che a questo fine cedono allo Stato parte della propria libertà – hanno diritto a essere difesi dalle aggressioni, hanno altresì diritto a essere considerati innocenti fino a che il delitto loro imputato non sia dimostrato con assoluta certezza; hanno diritto a una carcerazione preventiva che, «essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa»; hanno diritto a un processo equilibrato e a un giudizio sereno; se riconosciuti colpevoli, hanno diritto a una pena che non risulti lesiva della dignità, che sia «pronta» ma anche «equa» e «proporzionata» al reato commesso, perché «ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità è tirannica». Hanno diritto, soprattutto, all’uguaglianza, a non essere vittime dell’arbitrio del potere, che è nemico della ragione e degli esseri umani.
Infine, l’affondo sulla pena di morte, cui è dedicato il capitolo XXVIII dell’opera, che si configura come del tutto illegittima: «Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili?»; e per di più inefficace: non solo «l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società», ma rappresenta un «esempio di atrocità» tale da indurre comprensibile compassione per il reo.
Letti d’un fiato i quarantasette capitoli del trattato, brevi e incisivi, non è possibile non riconoscere in Beccaria e nei suoi compagni milanesi la voce della ragione, la voce che vorremmo ascoltare dai «monarchi» del tempo presente.
«Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa» – ammonisce Beccaria, e ancora – «il fine delle pene non è di tormentare e affliggere un essere sensibile».

FOTO 2. Immagine tratta dall’edizione di Dei delitti e delle pene Londra 1774
Immagine tratta dall’edizione di Dei delitti e delle pene. Londra, 1774

La scrittura di Dei delitti e delle pene testimonia l’esigenza di profondo impegno morale e di attenzione ai problemi più urgenti della vita civile, ora come duecentocinquantacinque anni fa. Ma non solo: «se sostenendo i diritti degli uomini e dell’invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell’ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d’un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini».
A pochi giorni di distanza dalla condanna dei carabinieri colpevoli della morte di Stefano Cucchi – vita indifesa, data in custodia allo Stato che avrebbe dovuto tutelarla e proteggerla – queste parole ancora illuminano la condanna dell’arbitrio, la passione per il diritto, inteso nel suo significato più autentico, il quale – come sostiene Stefano Rodotà – non è e non deve essere «mera garanzia procedurale», ma con lungimiranza deve guardare «verso il fine della felicità, dell’eguaglianza» delle cittadine e dei cittadini tutti.

La Regione Toscana (con la legge n.26 del 21.6.2001) ha scelto la data del 30 novembre come propria festa.

In copertina. Cesare Beccaria e il frontespizio dell’editio princeps di Dei delitti e delle pene.

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...