Lo Squalo Giallo. A ventisei anni dalla morte di Frank Zappa

Riprendo un titolo che utilizzai per un articolo che scrissi nel lontano 1992 (uscì sul numero 56 di “Hi Folks”, una bella rivista allora diretta da Roberto Caselli e Ezio Guaitamacchi), nel quale tracciavo una sorta di mappa, già prevedendo – le notizie, preoccupanti, sullo stato di salute di Frank Zappa cominciavano a girare – che The Yellow Shark sarebbe stato il suo testamento definitivo.

FOTO 1. Copertina Yellow Shark
Copertina Yellow Shark

In effetti Zappa salì per l’ultima volta sul palco in Germania il 17 settembre del 1992, alla prima esecuzione dell’opera, presentandola con il suo inimitabile humour in contrasto con la stanchezza e la tristezza leggibili nel suo sguardo, e dirigendo alcuni brani per poi lasciare la bacchetta del direttore nelle capaci mani di Peter Rundel. Chi ha visto il video di quel concerto (lo si trova facilmente anche in rete) non potrà mai scordare l’ingresso di Zappa sul palcoscenico, accolto con un applauso emotivamente intenso, un consapevole omaggio a un grande artista arrivato ormai alla fine del suo lungo percorso.
Da dove cominciare? Posso iniziare citando me stesso e riproponendo una lettura “antropologica” del perché Zappa non sia mai entrato nelle classifiche di vendita (con un’unica eccezione), non sia quasi mai stato oggetto di interesse per le riviste scandalistiche, le sue apparizioni sui media importanti siano state rarissime, eppure abbia sempre avuto uno zoccolo duro di appassionati disposti a sacrifici non indifferenti per lui: sembra che questi costituiscano quasi una sorta di setta segreta per far parte della quale bisogna ubbidire ciecamente a un ferreo decalogo:

  1. F.Z. è il miglior chitarrista della storia del rock
  2. F.Z. è il miglior compositore della storia del rock
  3. F.Z. è il miglior arrangiatore della storia del rock
  4. F.Z. ha scritto i testi più belli della storia del rock
  5. F.Z. è il personaggio più carismatico della storia del rock
  6. F.Z. ha guidato i migliori gruppi della storia del rock
  7. F.Z. è il miglior performer “live” della storia del rock
  8. F.Z. è il personaggio più elegante della storia del rock
  9. F.Z. è il miglior candidato alla presidenza degli USA della storia del rock
  10. Chi ama F. Z. è bello, colto, intelligente e simpatico

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Gli adepti della setta collezionano avidamente tutto quanto lo riguardi: dischi, gadget, cartoline, oggetti personali ma soprattutto tutta la musica che F.Z. non ritenne opportuno divulgare ufficialmente; bootleg, nastri, primizie inconcepibili quanto oscure malizie sonore, frammenti che a volte sembrano provenire da un universo ucronico e fanno la delizia di quelli che lui stesso definiva maniaci “hard core”. Dopo la sua morte il mercato è stato inondato da una quantità incredibile di inediti provenienti dal suo archivio sterminato, con una operazione gestita dalla famiglia in modo fin troppo disinvolto, anche se le autentiche gemme sono davvero molte e notevoli. È destino comunque che chi ama F.Z. coltivi una dedizione particolare e così viscerale da risultare francamente incomprensibile agli “altri”.

FOTO 3

È così che sono diventato un adepto: nel 1967 feci il primo incontro con F. Z., era il tempo dei complessini da liceo, quelli che ammattivano a ricopiare un brano degli Animals o dell’Equipe84 nella speranza di entrare a far parte di un magico mondo al di là del muro del sogno. In uno di quei complessini facevo finta (poi, in tanti anni, ho fatto qualche progresso) di suonare il basso, mentre la chitarra solista era nelle allora incerte mani di Gabriele. Gabriele Salvatores, quello del Teatro dell’Elfo e di Mediterraneo e del Premio Oscar. È sua la colpa. Non ricordo più in quale circostanza tirò fuori una copia di Freak out (il primo album pubblicato da F.Z. con le Mothers of Invention) e mise sul giradischi la quarta facciata – comprendente un unico brano, The return of son of monster magnet – a tutto volume, come da istruzioni indicate in copertina; per me fu un vero e proprio rito di passaggio e la mia vita prese una diversa direzione del futuro possibile.

FOTO 4

Ho tentato diverse volte di trascinare in questo gorgo irragionevole la donna che oggi condivide la sua vita con me, e con la quale l’intesa anche sul piano musicale è davvero notevole: condividere le giornate con una persona che ascolta deliziata Thelonious Monk, Dexter Gordon, Ornette Coleman, John Coltrane (sì, canticchia i brani di Coltrane come la gente “normale” canticchia le canzoncine sanremesi!!!) è indescrivibilmente appagante.
Ma con Frank Zappa non è stato così facile. Tutto bloccato sino a quando, nell’ottobre 2018, non abbiamo assistito alla parziale ripresa di The Yellow Shark al Piccolo Teatro Studio di Milano, con lo stesso direttore di allora, Peter Rundel, coadiuvato dall’Ensemble Giorgio Bernasconi dell’Accademia Teatro alla Scala, gruppo di giovanissimi ma talentuosi musicisti nostrani.

Foto 5. EnsambleGBernasconi.jpg
Ensamble Giorgio Bernasconi

L’opera/testamento di Zappa ha compiuto il miracolo e adesso la strada è aperta. Ovviamente non tutto è gradito (perfino io su alcune cose ho delle perplessità) ma
provateci anche voi: io ho deciso di non riproporre in pillole la vita di Frank Zappa, la sua discografia, queste cose le trovate già su Wikipedia.
In occasione del ventiseiesimo anniversario della sua morte (mamma mia, sono già passati così tanti anni?) vi lancio solo questo messaggio, voi fate un piccolo investimento di tempo e poca moneta e sarete ampiamente ripagati.

FOTO 6

 

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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