La musica e i muri da abbattere: i quarant’anni di The Wall dei Pink Floyd

Il 30 novembre di quarant’anni fa usciva The Wall, l’undicesimo album in studio dei Pink Floyd, un doppio disco che si posiziona all’87esimo posto nella lista dei 500 migliori album pubblicata nel 2003 dalla rivista “Rolling Stone”, l’ultimo capolavoro della band che ha rivoluzionato il rock e il pop sposando l’elettronica e ponendosi come pioniera della psichedelia.
La genesi dell’album è molto particolare. La caratteristica che contraddistingue questo gruppo musicale è la forte sperimentazione multimediale dei concerti: le loro esibizioni erano accompagnate da un light show estremamente suggestivo e da un sistema quadrifonico all’avanguardia che permetteva al pubblico di percepire un suono chiaro e avvolgente, in un gioco di perfetta armonia tra componente sonora e componente visiva. Dopo lo straordinario successo mondiale di The Dark Side of the Moon del 1973, la band registra in studio il concept album intitolato Animals, liberamente ispirato al romanzo di George Orwell La fattoria degli animali. I testi descrivono le classi sociali come differenti specie di animali in un’ottica di critica spietata al capitalismo: i cani, aggressivi, sono metafora dei rappresentanti della legge, i maiali, dispotici e spietati, rappresentano i politici e la “mandria insana e cieca” le pecore (Pigs on the Wing, Dogs, Sheep). I Pink Floyd si preparano al lungo e massacrante tour che li vede in giro per il mondo: nel 1977, in un concerto a Montréal, uno spettatore in prima fila ha atteggiamenti da forsennato che irritano il bassista Roger Waters al punto tale da lanciargli uno sputo in pieno volto. Waters è scosso dal suo stesso gesto, emblema di una recondita insofferenza alle masse accalcate e distratte che spesso affollano i grandi concerti ed eventi musicali, senza una reale compartecipazione alla performance in atto e che risultano essere sempre più spersonalizzate. Nella mente del musicista più creativo e prolifico dei Pink Floyd, le folle che accorrono ai concerti incarnano sempre più la massa spersonalizzata dalla frenesia consumistica del business e del capitalismo. È così che nasce in Waters l’idea di un concept album che abbia come filo conduttore il tema dell’alienazione dell’individuo dalla società, del suo sentirsi isolato, ripiegato su se stesso, come in una prigione, spesso imbrigliato nelle trappole tese dalla propria mente, nido di inquietudini e schizofrenie esistenziali, un individuo che ha posto tra se e la realtà che lo circonda un muro, The Wall, il muro dell’incomunicabilità tra l’artista e il pubblico, tra l’essere umano e la società consumistica, capitalistica, dal pensiero unico e dominante, a cui la più famosa canzone dell’album allude e che invita a infrangere in un grido di ribellione e di dissenso: We don’t need no education / We don’t need no thought control / No dark sarcasm in the classroom / Teachers, leave the kids alone / Hey, Teachers, leave the kids alone! / All in all it’s just another brick in the wall (Non abbiamo bisogno di istruzione / non abbiamo bisogno di controllo del pensiero / Niente sarcasmo oscuro in classe / Insegnanti, lasciate in pace i ragazzi. / hey insegnanti, lasciate in pace i ragazzi! / tutto sommato, è solo un altro mattone sul muro). Il doppio concept album ha come protagonista Pink, un personaggio fittizio alter ego di Roger Waters e in parte di Syd Barrett, fondatore e leader dei Pink Floyd dal 1965 al 1968, anno in cui, a causa di seri problemi mentali, lasciò il gruppo e si ritirò dalle scene definitivamente. Pink è un artista che si chiude in un muro psicologico a causa dei traumi derivanti da momenti esistenziali molto difficili, come la morte del padre in guerra, l’iperprotettività della madre, la faticosa e spesso alienante vita da rockstar, il divorzio dalla moglie, un muro protettivo ma invalicabile la cui azione di soffocamento lo trascina inesorabilmente ai limiti della follia. Dopo aver introdotto la sua infanzia e la prima giovinezza, nei testi seguiamo Pink che diventa una celebre rockstar, rinchiudendosi sempre più in un paranoico isolamento e sempre meno tollerante verso le esibizioni dal vivo che lo pongono di fronte ad una massa giovanile spersonalizzata e delirante su un palco su cui si consuma la sua completa alienazione da ciò che lo circonda. La riflessione che sottende a questi testi si estende al tema della perdita di identità delle masse, che è sfruttata anche dal sistema delle rock star, e che nel testo cardine Another Brick in the Wall si incarna nella volontà di soffocare gli slanci e controllare il pensiero nella scuola da parte di un’istruzione asettica ed imposta dall’alto: a questo punto Pink immagina un coro di bambini che possano ribellarsi all’ennesima vessazione del maestro. I Pink Floyd ingaggiarono realmente un coro di ragazzi composto dai ventitré studenti del Fourth Form Music Call del professor Alun Renshaw nell’Islington Green School, che ha reso epocale il brano nelle classifiche di tutto il mondo: in Inghilterra raggiunge il primo posto l’11 dicembre spodestando Walking On The Moon dei Police e resta in vetta per cinque settimane. Agli inizi di gennaio aveva già venduto un milione di copie. Negli USA il 45 giri è disponibile nei negozi a partire dall’8 gennaio 1980 e rimane in cima alla classifica per quattro settimane: ottiene il Disco d’oro il 24 marzo 1980 e il Disco di platino il 25 settembre 2001.
La storia si conclude con la consapevolezza da parte di Pink che potrà vincere la propria solitudine scandagliando a fondo la propria esistenza. Così si apre un processo mentale con il brano The Trial che culminerà in una condanna, dolorosa ma allo stesso tempo catartica e liberatoria, ad abbattere il muro per aprirsi al mondo. Il doppio album si chiude con la ballata Outside the Wall, poesia introspettiva in cui Waters cerca di spiegare quanto sia difficile restare sempre sani di mente.

Foto 1. Pink F.

Il 9 novembre abbiamo ricordato in vario modo i trent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Ho proiettato nelle mie classi un video che ripercorre quella notte e mostra quanti altri muri in realtà siano esistiti nella storia e continuino ad esistere (repubblica.it. 06/07/2015): «secondo uno studio pubblicato nel 2016 dagli esperti della University of Quebec Elizabeth Vallet, Zoe Barry e Josselyn Guillarmou, quando il Muro di Berlino venne abbattuto, un quarto di secolo fa, erano 16 le recinzioni in tutto il mondo. Oggi sono addirittura 63, che interessano 67 stati, completate o in fase di progettazione» (Filippo Mastroianni, L’era dei muri che dividono il mondo. Le nuove frontiere della globalizzazione, in https://www.infodata.ilsole24ore.com). Abbiamo riflettuto sul significato culturale del muro nella nostra società odierna e ci siamo ritrovati a dialogare non solo dei muri fisici, materiali, geografici, ma anche dei tanti muri psicologici, mentali, antropologici, culturali che non riusciamo ad abbattere, ai quali non riusciamo ad assestare colpi decisivi, che li facciano crollare inesorabilmente spalancando gli orizzonti alle nostre libertà. La discriminazione di genere è uno di questi tanti muri.
The Wall dei Pink Floyd aveva già spiegato alla perfezione sensazioni, conseguenze, senso di vuoto e smarrimento al di qua del muro, ma il finale è un appello a ritrovare l’unica strada che possa davvero abbattere anche la più granitica delle barriere, l’unico approccio salvifico al mondo e alle sue avversità, un approccio di aristotelica memoria, quell’uomo e donna animali sociali e politici e dunque necessariamente vivi e in grado di affrontare condizionamenti e pregiudizi mentali e storici grazie ad una “social catena” che li tiene uniti e in piedi ad impattare le più disastrose tempeste della vita:  Alone, or in two’s, / The ones who really love you / Walk up and down outside the wall / Some hand in hand / Some gathering together in bands / The bleeding hearts and the artists / Make their stand (Tutti soli, o in coppia / Quelli che davvero ti amano / vanno e vengono al di là del muro / Alcuni mano nella mano, alcuni riuniti in gruppi / Quelli dal cuore tenero e gli artisti / cercano di abbatterlo).
Dieci anni dopo la sua realizzazione, The Wall è diventato un simbolo: Roger Waters fu chiamato a Berlino, ricordato da un memorabile servizio di Red Ronnie, un anno dopo la caduta del Muro, a suonare le musiche e i testi del concept album là dove un materiale muro aveva separato intere generazioni per ventotto anni. In un’intervista per Repubblica del 2015 alla domanda su quanti muri ancora dividono il mondo, Waters risponde: «Tanti. Il muro tra il nord e il sud del pianeta. Tra i ricchi e i poveri. Tra chi perseguita e chi soffre. E anche tra chi ha le chiavi del progresso, dell’informazione, e chi è condannato a vivere nell’ignoranza, nel buio. Non so come o quando li abbatteremo, ma almeno proviamoci, anche solo con una canzone se necessario». <https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2015/06/07/news/roger_waters_ho_ancora_un_muro_da_abbattere_-116271093/>.
Proviamoci, anche solo con una canzone, con una rivista che diffonda vitamine di pensiero critico, con la resistenza e resilienza quotidiana alla cultura di morte e discriminazione che nelle nostre vite professionali e private agiamo con coraggio.

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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