Se puoi sognarlo, puoi farlo

C’era una volta Walter Elias Disney (Chicago, 5 dicembre 1901 – 15 dicembre 1966), un bimbo intelligente e vivace, che viveva con la famiglia in una bella fattoria nel Missouri. Al piccolo Walt piaceva aiutare i genitori a coltivare i campi, correre tra i cespugli e allevare gli animali, ma un giorno il padre si ammalò gravemente, mise in vendita la casa e si trasferì con la famiglia a Kansas City. Sembra l’inizio di un romanzo classico, o di un cartone animato, invece a cominciare così è la biografia di uno dei personaggi più originali, controversi e visionari del nostro Novecento, il re indiscusso dell’animazione per bambini. Come ad ogni eroe che si rispetti, neppure a Disney furono risparmiate sfide e fatiche, difficoltà che affrontò con una incrollabile fiducia in due cose: la capacità di sognare e il potere della fantasia. Fu grazie alla forza che gli derivava da tali qualità che, benché si alzasse di notte per consegnare i giornali di cui il padre aveva ottenuto gli appalti, il nostro Walt riuscì a diplomarsi e a seguire dei corsi di disegno artistico nel 1917. Grazie ai suoi studi, dopo essersi arruolato contro il volere del padre, alla fine della guerra cominciò a lavorare come ritagliatore di carta in una nota società di animazione di Kansas City. Fu qui che il suo genio lo portò ad una intuizione che avrebbe fatto la sua fortuna: far muovere i disegni, dar vita alla carta. Da allora in poi, uno dei suoi motti più famosi fu: la curiosità ci porta verso nuovi orizzonti. Se puoi sognarlo, puoi farlo. Con una cinepresa chiesta in prestito, assieme al fratello Roy e al disegnatore Ubbe Ert Iwerks (che rimarrà sempre il suo più stretto collaboratore), si trasferisce a Hollywood, comincia a sperimentare nuove tecniche di animazione e, dopo aver fondato la Walt Disney Production, nel 1928 realizza il primo cartone animato sonoro di Mickey Mouse. Ci vogliono altri nove anni di lavoro perché il sogno, ormai sempre più vicino, diventi concreto: nel 1937 produce il primo lungometraggio a colori, Biancaneve e i sette nani, cui seguiranno Pinocchio, Fantasia (1940) e Dumbo (1941).

FOTO 1 dumbo

E il sogno realtà diverrà, verrebbe da cantare, insieme a Cenerentola e ai topini, a questo punto della storia, ma se lo facessimo sbaglieremmo di grosso. Perché, dopo i clamorosi flop al botteghino di Fantasia e Dumbo, la Walt Disney Production rischiava di chiudere per fallimento. Fu Bambi a risollevarne le sorti nel 1942: un fragile cerbiatto rimasto orfano di madre aveva salvato un colosso dell’animazione per bambini. Del resto Walt Disney diceva spesso ai suoi collaboratori che preferiva di gran lunga disegnare animali che persone, perché le bestie sono nettamente migliori degli uomini. Non a caso, il suo cartone animato preferito rimarrà sempre Dumbo, nel quale il confronto tra la natura animale e quella umana è decisamente a sfavore della seconda, come per altro anche le vicende belliche in corso in quegli anni dimostravano ampiamente. In effetti la guerra rallenta parecchio il lavoro di Disney, ma, dal 1950 in poi, prorompono nell’immaginario collettivo meraviglie dell’animazione a colori quali Cenerentola, Alice nel paese delle meraviglie (1951), La bella addormentata nel bosco (1958), La carica dei 101 (1961), fino al capolavoro assoluto Mary Poppins (1964) che, per la prima volta nel cinema, accosta personaggi animati ad attori reali.

FOTO 2. mary poppins

Intanto, nel 1955, veniva inaugurato ad Anaheim, nella periferia di Los Angeles, Disneyland, un parco di divertimenti per bambini che Walt aveva sognato sin dagli anni Trenta. Quello di Disney fu dunque un successo personale frutto di un genio smisurato? Certamente fu anche questo, ma non solo. Come infatti dimostra la bella e insieme spietata biografia scritta da Michael Barrier (tradotta in Italia per Tunué da Marco Pellitteri), nulla in Disney era misurato, né la fantasia, né l’ambizione, né tantomeno l’ego. Con i dipendenti, ad esempio, era spesso tirannico e autoritario, persino cinico. L’11 febbraio 1941, in occasione di uno sciopero organizzato da alcuni suoi collaboratori (cui aderì circa un terzo dei 1.079 dipendenti della casa di produzione) Disney ebbe a dichiarare: «Non dimenticatevi questo: è la legge dell’universo che i forti sopravvivano e che i deboli debbano in ogni caso soccombere; e non me ne importa un bel niente di che schema idealistico ci si possa inventare: niente può cambiarlo». Aurora o Peter Pan, che avevano sconfitto Malefica e Capitan Uncino, avrebbero mai detto nulla di simile? No, certamente. Ma loro erano solo personaggi dei cartoni animati. Il presidente Disney, invece, faceva i conti con gli affari e la vita vera ed attribuiva una tale importanza alla sua casa di produzione che arrivò a nominare una sorta di consiglio di amministrazione formato dai cosiddetti Nove Vecchi – i nove collaboratori più fedeli – nientemeno che sul modello della Corte Suprema degli Stati Uniti. Uno dei suoi motti più celebri recita: qual è la differenza tra un sogno e un obiettivo? Una data. E per far rispettare scadenze ed impegni ai propri dipendenti, il Presidente Walt era disposto anche a comportarsi da padre-padrone, umiliando e mortificando chi, secondo il suo giudizio, non era all’altezza del compito. Dalle interviste che arricchiscono la biografia di Barrier, emerge un Disney che «poteva essere una persona molto difficile durante le riunioni, manifestando l’assenza di qualsiasi interesse per chi lo ascoltava. Poi, circa una settimana dopo, entrava nella tua stanza tutto pieno di entusiasmo e ti raccontava la tua idea come se fosse stata sua». Controllare una scena animata con Walt era una esperienza mortificante e frustrante, mai serena o divertente. Eppure Disney voleva essere amato ed ammirato come un padre severo, rigoroso, degno di stima e dai suoi collaboratori pretendeva fedeltà assoluta (nel 1929 licenziò un suo animatore perché aveva chiesto ad un altro Studio quanto pagassero).
Comunque la si pensi, l’ambiguità e la natura controversa di moltissimi protagonisti della cultura mondiale testimoniano la complessità dell’essere umano e la difficoltà di definire ciò che è geniale, senza cadere nell’idealizzazione. La storia della letteratura, della filosofia, dell’arte in generale, come della politica e persino della religione è piena zeppa
di personaggi al contempo terribili e meravigliosi, affascinanti ed inquietanti. Apprezzarne le opere è spesso molto più semplice che giudicarne la vita, lo stile esistenziale. Neppure Walt Disney, a quanto pare, sfugge alla regola. Ciò che però è certo è che quest’uomo controverso, irascibile, ma indiscutibilmente geniale, ci ha lasciato una eredità importante e meravigliosa fatta di mondi di fiaba e di sogni. Ad oggi sono stati prodotti dalla Walt Disney Animation Studios 57 cartoni animati, esclusi i film Disney Pixar e i sequel, a conferma del noto aforisma del loro primo creatore, secondo il quale la fantasia non potrà mai invecchiare, per la semplice ragione che rappresenta un volo verso una dimensione che giace al di là del tempo. La vita e le opere di Walt Disney testimoniano quanto egli abbia saputo incarnare fino in fondo una sua profonda convinzione: tutti i sogni possono diventare realtà se solo abbiamo il coraggio di inseguirli.     

 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...